Fëdor e Franz
«Delle formiche che si rispettino hanno sempre cominciato dal formicaio; e col formicaio, molto probabilmente, finiranno, il che fa grande onore alla loro costanza e alla loro serietà. Ma l’uomo è un essere superficiale e spregevole, e forse, come un giocatore di scacchi, è attratto soltanto dal processo che tende al raggiungimento dello scopo, e non dallo scopo stesso*» recitai, sperando di aver citato correttamente quel romanzo che amavo molto.
«Ma sentilo. Questa cosa chi l’ha detta? Uno dei tuoi scrittori sovietici?» rise Adriana, scuotendo la chioma riccia prima verso destra, poi a sinistra. Non ci definirei vecchi, non abbiamo nemmeno quarant’anni ma è come se non ricordassi la mia vita senza di lei. Ci siamo conosciuti alle medie e, da allora, siamo sempre stati una cosa sola, inseparabili tanto nelle gioie quanto nelle difficoltà. Siamo diventati una di quelle coppie in cui uno dei due non riesce a vivere senza l’altro. Ne ero piuttosto sicuro mentre assaporavo la sua risata.
«Dostoevskij» confermai. Lei mi conosce meglio di chiunque altro e intuisce sempre la provenienza di qualunque citazione, velata o esplicita, io le proponga. Ha un buon intuito. E gioca a scacchi molto bene. Quasi sempre meglio di me, anche se non lo ammetterai mai ad alta voce in sua presenza. Certo, ama la letteratura americana e le sue banali storie di riscatto. Le stesse che ci vendono il capitalismo come il miglior sistema possibile pur criticandone, con la grazia di un elefante all’interno di un negozio di cristalli, gli aspetti peggiori. Ma nessuno è perfetto. Io, ad esempio, non sono così bravo a scacchi. Ma questo, come dicevamo, resti tra di noi.
«Peccato che, a volte, anche i geni della letteratura russa sbaglino» mi canzonò. La guardai torvo. Ci vuole fegato a contraddire Dostoevskij di fronte a me.
«Vedi» aggiunse indicando la scacchiera. Aguzzai lo sguardo ma non notai nulla di diverso rispetto a pochi istanti prima. I pezzi erano esattamente nella stessa posizione in cui li avevo lasciati.
«Sacrificare il mio alfiere in questo modo non è forse la mossa più elegante. Probabilmente potrei darti scacco matto con una serie di mosse forzate ma il suo sacrificio mi garantisce di catturare la tua donna. E con un pezzo così importante in meno non puoi fare altro che abbandonare. A volte, i giocatori di scacchi sanno essere pragmatici, specie se il premio per la vittoria è non lavare i piatti per tre settimane» disse Adriana, muovendo l’alfiere e rilassandosi sulla sedia.
«Avevamo detto una settimana. E ti ho lasciata vincere. So quanto detesti lavare i piatti» risposi, tenendo lo sguardo fisso sulla scacchiera per accertarmi che non le fosse sfuggita alcuna mossa o che stesse sagacemente bluffando nel tentativo di convincermi che fossi spacciato. Aveva ragione come al solito, per parare l’attacco del suo alfiere ed evitare lo scacco matto dovevo rinunciare alla donna e, senza quella, la sconfitta sarebbe arrivata comunque nel giro di poche mosse. Per non concederle subito la gloria dell’ennesima vittoria, decisi si guardarmi intorno prima di portare il re al centro della scacchiera. Quel locale mi piaceva, anche se era la prima volta che vi mettevo piede. Decisamente fuori mano. Situato in fondo ad una viuzza non troppo affollata per usare un eufemismo, prendeva il nome dalla sua strategica ubicazione. L’insegna in legno riportava in bello stile la dicitura: “La Locanda in fondo alla via”. Di certo non un nome immediato o altisonante ma perfettamente centrato. Non saprei nemmeno dire come mai ci trovassimo a passare di lì. Non ricordo se Adriana avesse cercato in rete un posto dove ripararsi dal freddo e dall’umidità di quella sera ottobrina o se le luci provenienti dall’interno ci avessero sorpresi in mezzo alla foschia e attirati come un regalo attira dei bambini la mattina di Natale. Fatto sta che entrammo e, attraversando quella porta, ci sembrò di finire in un altro tempo ed in un altro luogo. Pareva anzi di essere contemporaneamente ovunque e da nessuna parte, in tutti i tempi e in nessun tempo. Le pareti ricavate nella roccia schermavano qualunque tipo di segnale. I nostri telefoni erano totalmente inutilizzabili. Orpelli senza alcuna reale funzione. La cosa non destava però particolari preoccupazioni. La sala era piena di simpatici avventori. Giovani e meno giovani, alcuni in abiti a dir poco peculiari. Bambini e persino animali gironzolavano per la locanda che all’interno era ben più spaziosa di quanto si potesse immaginare dall’esterno. Di tanto in tanto qualcuno andava via ma c’era sempre almeno un tavolo libero per i nuovi arrivati.
«E così mi avresti fatto vincere?» chiese Adriana.
«Non si deve credere che tutto è vero, si deve credere che tutto è necessario**» recitai con enfasi e pomposità.
«Ancora Dostoevskij?» chiese Adriana ora un po’ annoiata.
«Kafka» esclamai. O meglio, pensai di aver detto. La faccia di Adriana era sorpresa. La citazione era proprio di Franz Kafka ma ad esprimerlo a voce alta non ero stato io
Di chi è la voce che ha anticipato il protagonista?
- Del gatto nero di un anziano senza lingua (50%)
- Di una donna dai capelli rossi che beve un calice di vino bianco (25%)
- Di un uomo cieco che indossa un abito nero e gioca a dadi (25%)

09/09/2025 at 09:47
Ciao NomeaCaso!
Nell’immediato, la domanda “Perché” dello psicologo, rappresenta un gancio per un eventuale seguito della storia oppure è uno strapiombo che taglia di netto il flusso della storia. Interessanti entrambe le opzioni anche se sceglierei la prima.
Nel complesso la tua storia mi è garbata parecchio e mi ha restituito diverse emozioni, motivo per cui sarebbe interessante avere un prosieguo per cercare una conclusione o un’espansione della stessa.
Alla prossima.
09/09/2025 at 23:35
Ciao, volevo troncare visto che è stato l’ultimo episodio. Anche volendo, da quando mi sono rimesso a scrivere con una certa costanza ho troppe idee (alcune che per una questione di semplicemente di caratteri non posso portare su The Incipit ma magari chissà su qualche altra piattaform) e una nuova idea per un raccontino che ben si adatta al formato di The Incipit su cui ho già iniziato a ragionare. A breve spero proprio di partire
05/09/2025 at 23:43
Il “Perché?” finale dà uno strano senso a tutta la storia.
Quindi Morgana, Tiresia e Nox erano frutto solo della sua immaginazione (o così pare). Sinceramente avrei preferito qualcosa che lasciava il dubbio se era reale o meno. Ma mi accontento del “Perché?”.
Ciao 🙂
PS: ci leggiamo alla prossima storia
09/09/2025 at 23:32
Ciao Red, i finali sono la cosa che dividono di più in assoluto. Volevo evitare di spiegare troppo ma anche di lasciare proprio tutto troppo aperto. Mi avrebbe invogliato prima o poi a tornare su questa storia invece credo che i progetti che nascono su The Incipit in fondo è bene che nascano e muoiano qui
04/09/2025 at 13:31
Ciao NomeaCaso. Con lo svolgersi della storia mi ero fatto un’idea circa quello che poteva essere successo alla coppia e questi ultimi due capitoli me ne hanno dato la conferma.
Per quanto riguarda il finale credo che tutte le opzioni siano valide, dipende dal tono che vuoi dare al capitolo. Quindi ti lascio scelta libera e ci leggiamo al capitolo finale
09/09/2025 at 23:29
Ciao, grazie di essere passato.