DON ZUNINO LIVIONCELLO

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CAPITOLO 2 - Pietravecchia

Il paese di Pietravecchia si adagiava sulle colline come un nido di pietra sospeso tra cielo e terra. Era un piccolo borgo ligure, stretto fra i monti e il mare lontano, un luogo che sembrava custodire nel silenzio i segreti delle generazioni passate. Le case, con i tetti d’ardesia e le mura di pietra consumata, si addossavano le une alle altre, come a proteggersi dalle bufere e dal tempo. Le viuzze erano così strette che due uomini a malapena potevano passarsi accanto senza toccarsi le spalle, eppure quelle vie anguste erano percorse da voci, risate, canti, e talvolta da silenzi solenni che scendevano come veli invisibili.

Sopra il borgo, come un guardiano vigile, si ergeva il convento. La sua struttura non era imponente come le grandi abbazie che si ergevano nelle città, ma possedeva un’austera bellezza. Le mura di pietra chiara, segnate dal vento e dalla pioggia, raccontavano secoli di fede. Il portale d’ingresso, semplice e massiccio, conduceva in un chiostro quadrato dove il sole giocava con le ombre degli archi. Al centro vi era un pozzo, circondato da fiori selvatici che i frati curavano con amore, quasi fosse un giardino segreto strappato alla rudezza delle montagne.

Per Zunino, il convento era un mondo intero. Vi si respirava un’aria diversa, fatta di silenzio, di canti, di preghiere che salivano e scendevano come onde. Le giornate erano scandite dal suono delle campane: al mattino lodi, a mezzogiorno l’Angelus, la sera i vespri, e di notte le veglie dei più ferventi. Ogni rintocco era come una voce che ricordava al paese e ai frati che il tempo non apparteneva agli uomini, ma a Dio.

Il borgo guardava al convento con rispetto e con timore. Per gli abitanti, quei frati erano insieme custodi e mistero. Alcuni vi salivano per chiedere consigli o benedizioni, altri vi portavano offerte di olio e farina. Molti, nelle sere d’inverno, ascoltavano dalla piazza i canti gregoriani che scendevano dal colle e giuravano di sentire, in quelle melodie, la presenza degli angeli.

Zunino percorreva spesso la salita che conduceva al convento. Ogni passo era per lui come un pellegrinaggio. I muretti a secco che fiancheggiavano il sentiero sembravano parlargli, come se le pietre stesse fossero state scolpite da mani invisibili per indicargli la strada. Guardava le vigne che si arrampicavano sulle colline, i filari ordinati come soldati schierati, e pensava che la vita dell’uomo non fosse diversa: un intreccio di rami fragili, che solo la mano del vignaiolo poteva rendere fertili.

All’ingresso del convento, Zunino spesso si fermava a osservare i volti dei frati. Erano uomini semplici, segnati dalla fatica ma illuminati da una pace che lui invidiava. Alcuni portavano negli occhi la saggezza degli anni, altri la freschezza dei giovani novizi. In ciascuno vedeva un riflesso di ciò che lui stesso cercava: un senso, una direzione, un perché che andasse oltre la sopravvivenza quotidiana.

All’interno, le stanze erano spoglie ma vive. Celle piccole, letti di legno, tavole consumate: tutto parlava di essenzialità. Nel refettorio, le pareti bianche risuonavano dei salmi che accompagnavano i pasti. Non c’era lusso, ma non c’era neppure miseria: vi regnava un ordine che dava sicurezza. Ogni cosa aveva il suo posto, come in un cosmo in miniatura.

La chiesa del convento, pur modesta, custodiva un tesoro: un crocifisso antico, annerito dal tempo, davanti al quale generazioni di fedeli avevano pianto e pregato. Le candele, poste ai piedi della croce, ardevano senza posa, alimentate dalle mani devote dei frati e del popolo. Per Zunino quel crocifisso era più eloquente di mille libri: parlava del dolore e della speranza, della morte e della vita, del mistero che lui stesso inseguiva.

Il paese di Pietravecchia non era immune dalle fatiche della vita. I campi esigevano sudore, le stagioni portavano carestie e abbondanze, le malattie falciavano giovani e anziani senza distinzione. Ma in mezzo a tutto ciò, il convento era un faro. Durante le carestie, i frati dividevano le loro provviste con i poveri; durante le pestilenze, si facevano infermieri e seppellivano i morti con dignità. Per questo la gente li rispettava: non perché fossero diversi dagli altri, ma perché non si tiravano indietro di fronte al dolore.

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2 Commenti

  • Forse: dipende da come hai intenzione di andare avanti ^_^

    Ciao! Uno spaccato della vita del nostro protagonista. Interessante e fa capire subito come sarà il nostro protagonista. Ma non ci dici niente della storia che si svolgerà e quindi se essere interessante per me o meno 🙂
    Essendo un Fantasy mi aspetto anche qualcosa fuori dall’ordinario 😉

    Ciao 🙂

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