Respiri Trattenuti

In ogni singolo giorno normale

Durante il corso della mia – ancora breve, ma indubbiamente ampiamente vissuta – esistenza, ho compiuto scelte difficili.
Scelte che, ad oggi, non saprei dire con certezza se riuscirei a rifare.

Sono stata costretta a prendere decisioni che chiunque avrebbe definito “impossibili” ancor prima che quei “chiunque” potessero aver il tempo di sbattere le palpebre.

Io, al contrario loro, quel lusso non l’ho mai avuto, perché per me agire con un solo millesimo di secondo di ritardo ha da sempre fatto la differenza tra la sopravvivenza e una condanna a morte.

Ecco perché non mento quando dico che l’impossibilità sia un concetto che esiste solo quanto si ha il tempo di fermarsi e pensare, e io quel tempo non l’ho mai avuto.

Mi sono sempre trovata immersa in situazioni durante le quali sì, ho rischiato tanto, forse tutto, situazioni in cui  il sangue freddo doveva essere il mio migliore (anzi, unico)  alleato.

Erano storie senza copione guidate solo dall’istinto.

Ma sapete cosa c’è?

C’è che adesso, ora che mi sono lasciata tutto alle spalle ed ho abbandonato quelle scene che mi hanno vista crescere, quei “campi di battaglia” che mi hanno forgiata, quei ritmi imperterriti, ferrei e silenziosi, quelle identità da ricordare e dimenticare nel più breve tempo possibile… ora mi guardo dentro e mi chiedo come possa mancarmi tutto ciò, come non riesca a condurre la stessa esistenza “normale” degli altri.
Dei “civili”.

Quegli esseri che da sempre mi circondano e dai quali ho preso le distanze.

Con il senno di poi, mi chiedo: quelle distanze le ho prese consapevolmente o, al contrario, sono stata costretta a farlo perché la mia vita non era fatta (quant’è difficile parlare al passato di qualcosa dal quale non riesci mai davvero a prendere le distanze!) per coincidere con la loro?
Forse non riuscirò mai a dar una risposta, o forse quel responso lo conosco già ma non riesco ad accettarlo.

E questo non lo dice il mio ego che, seppur ancora parecchio elevato, per una volta ha deciso di non assumere la parte del protagonista-, ma i fatti.

Provate a fermare un passante e a chiedergli dove abbia trascorso le sue ultime quarantotto ore e cosa abbia fatto in quell’arco di tempo.

Vi risponderà di essersi svegliato, aver provveduto ai suoi bisogni quotidiani, essersi recato in ufficio, aver portato a termine i suoi doveri lavorativi, essere rincasato e aver così concluso la giornata.
Due punti, quindi: uno di partenza e uno di arrivo.
Un punto A e un punto B che, alla fine, riescono a ricongiungersi.

Io invece – o meglio, la “me” prima di abbandonare quelle scene in cui ero sempre stata la regina – in quarantotto ore avrei attraversato due continenti, stretto mani che da sole muovono il PIL di interi Paesi, manipolato una stanza con il solo respiro, letto ogni muscolo, ogni nervo teso.

E non perché lo volessi o lo avessi scelto, ma perché ciò ha sempre rappresentato l’unica cosa nella quale non avevo eguali.
L’unica cosa che mi rendeva viva, unica.
Non lo ammetterei ad anima viva, ma mi manca ogni maledettissimo frammento di quell’esistenza.

Mi mancano le notti insonni, i silenzi pesanti più di mille urla, i rischi di un respiro fuori posto, i nodi in gola.

E sì, mi mancano anche quei momenti in cui non sapevi se avresti rivisto l’alba, l’assenza di radici, la necessità di non appartenere a nulla per poter essere sempre chiunque in qualunque luogo.

Adesso, invece, quella riflessa nei pochi specchi non ancora coperti di casa – una casa che è effettivamente mia, non un luogo di copertura che avrei lasciato con meno di mezz’ora di preavviso – è una donna priva degli occhi della spia: ora sono occhi veri, lucenti e, forse, proprio per questo più pericolosi.

Perché solo chi ha combattuto quelle guerra che non fanno rumore e non portano a un vero vincitore riesca a vedere il mondo nella sua interezza, e quell’interezza fa paura perché non c’è nessuno che te la insegna: impari da autodidatta a riconoscerla, a combatterla.

Ci sono giorni in cui sento di star imparando solo adesso a vivere in un mondo che prima avevo osservato solo da dietro uno spesso vetro fatto di tradimenti, missioni, paure recondite, incastri inevitabili e deviazioni obbligate.

E allora mi chiedo: quanto ho impiegato a comprendere che quell’universo del quale prima avevo solo avuto una sterile percezione — un universo fatto di orari, appuntamenti, normalità misurata in ore di sonno e bollette da pagare in tempo —, esistesse davvero?
E io, adesso, in quel mondo ci vivo ogni singolo, assurdo, normale giorno.

E ci vivo con annessi tutti i rischi del caso e la sensazione costante che, sotto questa superficie di relativa tranquillità, qualcosa in me stia ancora trattenendo il respiro più per abitudine che per necessità.

Perché in fondo si sa: le abitudini sono difficili da far morire.

Ma poi mi chiedo — rigorosamente in silenzio, come si fa con le domande che feriscono più di mille lame affilate —: cosa sto trattenendo, ora che non ho più motivo di farlo?
Ora che ho un motivo per rimanere?

Ma cosa sta trattando la nostra protagonista, ora che non avrebbe più motivo di farlo?

  • Una verità che, forse, non riesce a dire neanche a se stessa. (83%)
    83
  • La speranza che, in qualche modo, qualcosa possa ricominciare (17%)
    17
  • La paura che tutto questo possa finire (0%)
    0
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74 Commenti

  • Ciao Rossella,
    ho riletto tutto daccapo, considerata la mia assenza prolungata dalle tue pagine.
    Abbiamo una evoluzione della storia e una continuazione. Mi fa piacere. Ho gradito la storia e posso dire che il potenziale di prosecuzione è alto. Il passo del racconto è lento a ragion veduta e, sebbene gradisca un andamento più dinamico del racconto, dico che in questo modo si setacciano meglio le sensazioni dei personaggi e le idee da rappresentare.
    Hai fatto un buon lavoro.
    Aspettiamo la seconda stagione delle avventure di Arya.

    • Ciao e grazie per la visita ed il commento☺️
      In effetti, all’inizio avevo immaginato un andamento volutamente più lento, quasi come un piccolo flusso di coscienza.
      Volevo che si entrasse gradualmente nella mente e nelle sensazioni di Arya; come hai – giustamente – notato anche tu, questo si percepisce soprattutto nei primi capitoli, mentre poi il ritmo tende ad aprirsi e a diventare un po’ più dinamico (o almeno, l’intento era questo😅).
      Per quanto riguarda una possibile continuazione, in realtà non ho ancora idee del tutto definite: all’inizio ero convinta che dieci capitoli potessero bastare per chiudere il cerchio.
      Però, a essere sincera, anche a me affascina molto l’idea di tornare su Arya (o Aria) e sviluppare ulteriormente questa sua dualità.
      Mi incuriosisce soprattutto esplorarla dal suo punto di vista più “intimo”: capire se rimarrà Arya o se, invece, tornerà a essere Aria.
      Vedremo dove mi porterà questa storia… magari non è davvero finita come pensavo all’inizio 🙂
      Grazie ancora per il tuo riscontro!
      A presto!
      Ross
      Ps: grazie anche per aver avuto la pazienza di rileggere tutto dall’inizio☺️

  • E via che si va alla seconda parte! ^_^

    Un buon finale per un seguito che si preannuncia scoppiettante. La domanda è: quando lo scriverai? 😛

    Sono rimasti appesi un po’ di fili e la normalità della situazione della nostra Arya/Aria sembra stia andando a farsi benedire… ma forse ritornerà più agguerrita che mai 😛

    Ciao 🙂

    • Ciao e grazie per il passaggio ed il commento☺️
      Onestamente, quando ho iniziato a scrivere di Arya/Aria non avevo pensato a strutturare la storia in parti, credendo che 10 capitoli potessero bastare.
      Quindi, per rispondere alla tua domanda: non so quando inizierò a scrivere una seconda parte, né tantomeno se ci sarà (brutale ma onesta 😅).
      Detto questo, l’idea di vedere Arya/Aria tornare più agguerrita che mai mi diverte un sacco… e chissà, magari l’ispirazione arriverà quando meno me lo aspetto!
      Per ora rimane tutto un po’ sospeso, ma almeno sappiamo che i fili lasciati appesi hanno fatto il loro effetto 😉
      A presto e grazie ancora!
      Ross

  • Un altro “fantasma” del suo passato. Così ti costringo ad andare ad un seguito 😛

    Ciao! Mi è piaciuto come hai dipanato il mistero. Ma sono ancora troppo curioso di vedere come riesce a ricostruirsi una vita, se segue o no il richiamo, se trovo una terza via… Insomma, secondo me c’è ancora da raccontare, quindi diamo spazio alla storia ed introduciamo un terzo “personaggio passato”, un ponte di collegamento tra ciò che lei crede e ciò che è 🙂

    Ciao 🙂

    • Ciao e grazie per la visita e la lettura☺️.
      Hai colto perfettamente il senso di quel “fantasma”: l’ho inserito proprio come possibile aggancio per un eventuale seguito… una porta socchiusa, più che chiusa davvero 😉 Al momento non sto ancora pensando concretamente a un seguito, ma l’idea di continuare a “far vivere” Arya mi intriga parecchio.: c’è ancora tanto spazio tra ciò che crede di essere e ciò che è stata, e forse proprio quel terzo “personaggio passato” potrebbe diventare il ponte che dici tu.
      O magari il vero nodo sarà un altro: resterà Arya… o tornerà ad essere Aria?
      A presto e grazie ancora per la visita!
      Ross

  • So che ti incasino perché il prossimo è il penultimo capitolo, ma io voto la pagina mancante!

    Comunque curiosità alle stelle: chi ha mandato il pacco e perché? Che qualcuno si rifacesse vivo, visto il suo passato, è plausibile. Che invece di andare direttamente da lei, ci arrivino, per così dire, per vie traverse, pure, ma in genere il pacco anonimo contiene qualcosa e noi non sappiamo ancora che cosa 😉

    Ciao 🙂

    • Ciao e grazie per il passaggio!
      Ma figurati, nessun incasinamento! 😄
      Ho provato a scegliere tre opzioni che, almeno in teoria, mi permettessero di andare avanti in modo abbastanza naturale, senza dover stravolgere tutto.
      Devo solo capire se sia possibile chiudere l’intera storia (o l’intero atto, per rifarmi al copione dentro il pacco😅) nei restanti capitoli; in caso contrario, non escluderei una seconda parte.
      Vediamo se nelle prossime pagine qualche tassello andrà al proprio posto…
      Grazie ancora per la visita.
      A presto!
      Ross

    • Ciao!
      Faccio mea culpa: non sono proprio la personificazione della “puntualità”😂.
      Purtroppo gennaio è stato un mese abbastanza “complesso” sotto vari punti di vista, dunque ho preferito aspettare e non portare avanti questa storia “solo perché l’avevo già iniziata”: non le avrebbe reso la giustizia che – mi auguro – merita.
      Mi fa piacere che, nonostante l’attesa non proprio breve, alla fine riesca nell’intento di scrivere capitolo che possano piacere a voi quanto a me: non è scontato per nulla.
      In merito alla tua riflessione finale: non ho ancora bene in mente quale strada percorrerà questa storia, spero che i rimanenti capitoli possano bastare per concluderla.
      Vedremo…
      Grazie per essere passato e per continuare a seguire la storia di Arya.
      A presto!
      Ross

  • Ciao Rossella, bentornata.
    Capitolo decisivo, difficile da raccontare, e infatti, complice una impaginazione non perfetta che nella piattaforma a volte capita, la lettura richiede un’attenzione particolare per non perdere il filo.
    La storia rimane sempre coinvolgente, e dunque un bel pacco dal Canada…
    Ciaooo, a presto. 🙋‍♂️🌻

    • Ciao! 😊
      Gennaio per me è stato un mese piuttosto “complesso”, quindi ho preferito prendermi un po’ di tempo e non portare avanti il progetto in modo affrettato, perché meritava tutta l’attenzione possibile.
      Mi dispiace davvero che l’impaginazione abbia lasciato un po’ a desiderare, so quanto possa disturbare la lettura… e sì, a volte la piattaforma gioca brutti scherzi purtroppo!
      Spero comunque che, nonostante il ritardo e qualche intoppo, la storia continui a piacere e a coinvolgere.
      Grazie per la visita ed il commento.
      A presto!
      Ross

    • Ciao
      Sì, probabilmente il “durante” è l’opzione che risulta più “oggettiva”, quella in cui tutto è ancora aperto e possibile.
      Però ho già in mente qualcosa e vedremo come andrà (incrociando le dita 🤞)
      Sono contenta che ti sia piaciuto il capitolo, soprattutto la scelta di farla parlare e la similitudine del bicchiere che si infrange: era un passaggio a cui tenevo.
      A presto!
      Ross

  • Ciao Rossella. La battaglia interna di Aria/Arya continua. È comprensibile. Dover conciliare due esistenze tanto diverse non è esattamente un gioco. È molto coinvolgente, e interessante.
    Ti consiglio ancora di usare meno il congiuntivo come ad esempio nei casi elencati sotto, in un cui un verbo che indica una situazione acquisita, sicura, merita un imperfetto.
    …sapevo… stava ( non stesse)
    …scoprii… aveva. ( non avesse)
    …capito… stava ( non stesse).

    Colgo l’occasione per augurarti buon Anno, e ti saluto. Ciaoo
    🙋‍♂️🌻

    • Ciao e buon anno anche a te!
      Hai ragione, e ti ringrazio per l’osservazione sul congiuntivo. Ormai però mi viene davvero automatico inserirlo dopo il “che”: anche in fase di rilettura pre-pubblicazione, a livello di suono e di ritmo, lo sento “giusto” così e non mi viene spontaneo cambiarlo con l’indicativo.
      Ma ci proverò, promesso☺️
      Per quanto riguarda la dualità di Aria/Arya: ci sto lavorando e sperimentando, ed è una bella sfida.
      A presto!
      Ross

  • Ciao Rossella!
    In effetti, leggendo la versione lunga, lo scalino che si è manifestato (nella versione ufficiale) in occasione delle paure di Arya al momento dell’immersione, è spiegato meglio. Ma “tant’è”. Comunque è stato un buon episodio, le nebbie si diradano e l’aereo che avevi tra le mani, tiene la quota.

    • Ciao e grazie per la visita.
      Come dicevo, uno dei motivi per cui ci tenevo a condividere anche la versione estesa era proprio rendere più chiaro tutto quel passaggio: essendo un capitolo piuttosto lungo, sapevo che nel “taglia e cuci” qualcosa sarebbe inevitabilmente andato perso.
      E poi lo ammetto… mi sono un po’ affezionata a questo capitolo più che agli altri, quindi lasciarlo respirare un po’ di più mi sembrava naturale.
      E per quanto riguarda l’aereo: speriamo davvero che riesca ad arrivare incolume fino alla fine del viaggio!
      A presto!
      Ross

  • Ciao Rossella,
    Il mio commento è relativo alla versione breve, l’unica che vale su the incipit. Quella lunga sicuramente è diversa, forse migliore, ma tradisce lo spirito della “sintesi” quello che la piattaforma impone e che fa anche crescere come autori.
    Venendo a noi, la trovo ottima, densa di emozioni che sai trasmettere con naturalezza e garbo.
    Voto ancora Yann.
    Unico appunto: perché non impari a usare correttamente i trattini nei dialoghi? Il lettore fa caso a queste cose e l’eleganza del testo conta, non è un optional.
    Ciao, alla prossima.
    🙋‍♂️🌻

    • Ciao, grazie davvero per il tuo commento☺️.
      Ti spiego: è chiaro che il limite imposto non sia casuale – ma, anzi, faccia parte del gioco ed aiuti a crescere -.
      L’aver scelto di pubblicare anche la versione estesa deriva, in questo caso specifico, dal “bisogno personale” di far emergere delle sfumature che nei caratteri ridotti era inevitabilmente difficile rendere.
      Non so se sia passato come un modo per “agire la sintesi” (se fosse stato così me ne scuso in anticipo), ma si trattava di un’aggiunta legata al fatto che, come anticipato, ritengo questo capitolo per me particolarmente “significativo” e desideravo che potesse essere letto nella sua forma completa (gli altri capitoli, infatti, sono “interi” solo nel mio file, qui sono sempre stati “ridotti” con le non poche difficoltà che sicuramente conoscerai😅.)
      Per quanto riguarda i trattini, cosa intendi esattamente?
      Se ti riferisci allo spazio tra trattino e lettera, nel mio file originale è presente; però, quando si va molto oltre il limite, ci si ritrova inevitabilmente a dover tagliare qualcosa.
      E sì, può capitare che l’eleganza formale sia ciò che sacrifico per riuscire a far entrare tutto il resto (un po’ è nel mio carattere, anche fuori dalla scrittura 😂) non perché non la consideri importante (anzi), ma perché la piattaforma impone delle scelte e a volte la priorità va altrove.
      Detto ciò, apprezzo che tu l’abbia notato: fa sempre comodo un occhio esterno.
      Alla prossima!
      Ps: scusa per la risposta particolarmente estesa.
      Ross

      • Ciao Rossella, ti faccio un piccolo esempio:
        -Prima il mio compenso.-

        Lui rise, ma era una risata senza suono.
        -Vuoi farlo difficile?-

        -Voglio farlo corretto- risposi.


        – Prima il mio compenso.
        Lui rise, ma era una risata senza suono.
        – Vuoi farlo difficile?
        – Voglio farlo corretto – risposi.

        Come vedi il trattino è doppio, ma può essere anche triplo. ( – – — ) Se usi il triplo puoi usare il doppio per gli incisi. Se usi il doppio, per gli incisi metti una semplice virgola, o (come in questo caso) la parentesi tonda.
        il trattino più breve si usa soltanto nelle parole accoppiate ( tic-tac, teorico-pratico) eccetera. Usarlo nei dialoghi è un errore, non una scelta.
        Ti faccio notare che usando corretamente il trattino risparmi lo spazio in uscita, perché non è richiesto se la frase non continua.
        Scusa la pedanteria ma, ripeto, un autore può scrivere come gli pare, ma qui siamo anche gli “editori” di noi stessi, e quindi il rispetto della forma ci tocca.
        Buona scrittura! Ciao🙋‍♂️🌻

        • Grazie per gli appunti, li terrò e mente e cercherò di metterli in pratica nel migliore dei modi.
          A dir la verità non la vedo come una “pedanteria” quanto come un’occasione importantissima per crescere.
          Quando si lavora su un testo siamo insieme autori ed editori di noi stessi, e concordo che curare la forma non sia un vezzo ma il modo più diretto per far arrivare al lettore ciò che vogliamo davvero dire.
          Quindi grazie davvero per la puntualizzazione: è esattamente quel tipo di attenzione che fa fare il salto di qualità.
          Buona scrittura anche a te, e grazie ancora ☺️
          Ross

  • Una promessa fatta a se stessa che, adesso, inizia a scricchiolare!

    Ciao! Ho letto entrambe le versione. La prima parte, prima dell’incontro con Yann, forse preferisco la parte ridotta; da quando arriva nel capanno in poi, è meglio la versione lunga perché fa capire molto di più del rapporto tra i due.

    Per il resto, trovo il tutto appassionante, ma mi sa che alla storia saranno stretti 10 capitoli 😉

    Ciao 🙂

    • Ciao!
      Hai centrato il punto 😅
      Questo capitolo mi ha fatta penare più degli altri: non stavo cercando la perfezione, ma quasi… forse perché è proprio quello “di mezzo” e avevo bisogno che reggesse bene l’equilibrio tra quello che è già successo e quello che sta per arrivare.
      Sulla lunghezza, ti capisco: nemmeno io so ancora con certezza come andrà avanti!
      L’obiettivo sarebbe davvero chiuderla in 10 capitoli, ma vediamo se ci riuscirò… oppure, chissà, magari ci scappa un seguito.
      Spero che questa storia possa continuare a piacerti!
      A presto!
      Ross

  • Credo che il capitolo che ho appena pubblicato sia stato forse il più “difficile” da scrivere… difficile nel senso che rappresenta uno dei veri “cuori” dell’intera storia.
    Avevo già superato di gran lunga i caratteri disponibili e ho cercato di far emergere tutto nel capitolo “ridotto” (spero di esserci riuscita!), ma non riesco proprio a non condividere anche la versione integrale.
    Quindi, eccola.
    (Lo so, è abbastanza lunga, ma spero possa valerne la pena).
    Ross.

    Non saprei dire con certezza quando tutto sia iniziato.

    Non parlo dell’inizio che si trova sui rapporti ufficiali, quello fatto di orari, indirizzi, nomi in codice, numeri telefonici.
    Quelli potrei snocciolarli all’istante come se fossero incisi a fuoco nella mia memoria.
    Potrei descrivere uno per uno i volti di chi ho incontrato, tracciarne ogni singolo – minuscolo – dettaglio con una precisione quasi maniacale.

    Potrei ripetere parola per parola ogni singola intercettazione quasi recitassi una liturgia, richiamando alla mente la posizione esatta di ogni virgola, il timbro di ogni respiro trattenuto, la vibrazione nascosta dietro ogni silenzio, quel tremito invisibile in cui sei perfettamente conscio di star rischiando tutto.

    Eppure mi bloccherei se mi venisse chiesto da dove tutto sia iniziato.

    Ci sarebbe un inizio, uno di quelli che ti aprono in due.

    L’inizio vero.

    Quello che mi ha portata – spinta, trascinata, forse perfino costretta – a smettere di vedere Yann come un bersaglio.

    Razionalmente sapevo che lo fosse.

    E sapevo anche, con la stessa chiarezza, che i nostri destini non si sarebbero mai incrociati se io non fossi stata Aria e lui non fosse stato Yann Mercer.

    Me lo avevano insegnato, ripetuto, scolpito dentro: Yann Mercer è un obiettivo. Punto.

    In Canada bastava pronunciare quel nome affinché porte blindate si aprissero come sipari, rivelando varchi verso luoghi che nessuno avrebbe dovuto poter raggiungere.

    E bastava un suo cenno – impercettibile, elegante, definitivo – per cambiare il destino di un essere umano.
Di chiunque.

    E io lo sapevo. 

    Lo sapevo bene.

    Perché vengo da un mondo in cui la razionalità è un seme piantato in gola prima ancora che si impari a respirare, un seme che si deve far crescere finchè non ti attraversa tutta.

    Finchè non diventa parte di te più del tuo stesso nome.

    Eppure quella stessa razionalità io l’ho persa.

    L’ho persa nell’esatto momento in cui Yann ha smesso di essere solo un nome su un fascicolo ed ha cominciato a respirare dentro la mia testa, a muoversi, a guardami dall’interno come se sapesse già tutto ciò che non avrei mai ammesso neanche a me stessa.

    Ed è allora, proprio allora, che la storia è davvero iniziata.

    Non ci sono stati “C’era una volta”, men che meno preamboli romantici.

    Con il senno di poi mi chiedo: cosa sarebbe cambiato?
    Tutto, forse.
    Oppure nulla.
    So solo che io avessi un compito: intercettarlo.
    E lo feci, come sempre.

    Mi mandarono in un punto preciso della città, uno di quelli che non compaiono su nessuna mappa, dove i nomi delle strade sfumano e restano solo numeri, ombre, rumori.

    Era uno scambio.

    Qualcosa di delicato, qualcosa che nessuno avrebbe dovuto vedere.

    Arrivai in anticipo.

    Lo facevo sempre: mi dava il tempo di respirare, di leggere l’aria, di capire chi appartenesse al posto e chi stesse mentendo anche solo camminando.

    Ricordo anche il modo in cui il luogo mi accolse: un capannone abbandonato, pareti scrostate, odore di ferro e polvere che pizzicava sadicamente la gola.
    La luce entrava da una finestra rotta, tagliando in due l’oscurità come una lama.
    Ogni passo risuonava troppo forte, quasi che lo spazio stesso mi stesse consigliando di andare via il prima possibile.
    Ma io non vado mai via prima del necessario.

    Poi lo vidi.

    Non apparve.

    Non entrò.

    Era semplicemente lì, quasi che il posto stesso lo avesse generato.

    Stava appoggiato a una colonna di cemento con quell’aria di chi non aspetta tutto e niente allo stesso tempo.
    Aveva le mani in tasca, ma non in quel modo ostentato di chi vuole apparire rilassato: le teneva così perché per lui non rappresentavo un rischio.

    Perché lui non percepiva rischi.

    Mi osservò senza muoversi.

    Non un’espressione, non una parola.
    -Non sei in ritardo- disse poi , con una calma che mi fece gelare le ossa.

    Non c’era accusa né interesse nella sua voce.

    Solo un dato di fatto, pronunciato come se si parlasse del tempo atmosferico.

    -Non dovevo esserlo- risposi mantenendo il tono piatto, neutro.

    La mia voce non tremò. 

    Non doveva tremare.

    Yann inclinò appena il capo, un movimento quasi impercettibile. 

    Soppesava ogni mio gesto come fossi un grafico da analizzare, non una persona.

    -Hai cambiato percorso all’ultimo minuto-

    Un’altra constatazione fredda, esatta, ma con l’aggiunta di un sospetto che non riusciva a lasciare andare.
    -Protocollo-
    -Protocollo- ripeté lui, con un’eco talmente misurato da sembrare privo di intonazione -Non necessario. Non qui- 

    Non qui.

    Come se conoscesse la mia mappa interna meglio di me.

    -Non era indicato se fosse necessario o meno- replicai
    Si staccò dalla colonna con una lentezza controllata.

    -Ma non era indicato nemmeno che lo fosse- 

    Non sorrideva, non stringeva gli occhi, non cercava segnali di complicità o di sfida.

    Osservava.

    Analizzava. 

    Archiviava.

    Esattamente ciò che facevo io.
    -Hai quello che serve?- chiese poi, diretto, senza cambiare ritmo
    Aprii la mano.
    La chiavetta USB era piccola, anodizzata, all’apparenza anonima.

    Dentro, informazioni che avrebbero fatto saltare parecchie teste.

    Tentò di prenderla, ma richiusi il pugno.

    Yann mi guardò con lo stesso sguardo che avrei presto imparato a decifrare.

    Era cresciuto con l’idea che bramare qualcosa significasse meritarla e non accettava che qualcuno si mettesse tra lui e i suoi desideri.

    -Prima il mio compenso-

    Lui rise, ma era una risata senza anima.
    Poi solo silenzio, quello che per lui non era vuoto ma spazio per poter effettuare operazioni logiche, collegamenti tra fatti.

    -Sei nuova-
    Ancora una volta, una non-domanda. 

    Una deduzione.

    -Abbastanza- 

    -Non sembri nervosa- 

    -Non ho motivo di esserlo- 

    -Lo avrai- 

    Lo disse con la stessa intonazione con cui si potrebbe affermare “Piove” o “Oggi il traffico è più intenso del solito”.
    Oggettivo. 

    Neutro.

    Non c’era nulla da rispondere.

    Yann abbassò lo sguardo sulla mia mano chiusa attorno alla chiavetta.

    Nessuno gesto brusco o richiesta esplicita; solo una constatazione visiva, quasi stesse valutando la geometria della mia presa, la contrazione dei tendini, il micro-spostamento del pollice.

    Mi studiava con la stessa dedizione con cui si analizza una variabile impazzita.

    Poi alzò gli occhi di nuovo.

    -Vuoi farlo difficile-

    -Voglio farlo corretto – risposi
    Lui fece un passo lento, misurato.

    Sotto gli stivali, il cemento scricchiolò come se stesse cedendo.

    Tra noi c’era esattamente un metro e ventitré centimetri: lo spazio esatto in cui, secondo il manuale, avrei potuto estrarre un’arma con un vantaggio di mezzo secondo.

    Lui lo sapeva.

    Io lo sapevo.

    Ma non si fermò per quello.

    – Corretto non sempre significa utile-

    La frase scivolò nel capannone come una lama immersa nell’acqua: nessun suono, ma un taglio netto.
    -Dipende da cosa è utile per chi- ribattei
    Un altro mezzo passo.

    Ora il suo volto era alla luce tagliata della finestra rotta.
    Per la prima volta potetti vederne meglio i dettagli: la linea della mascella, precisa; gli occhi chiari, troppo fermi; la pelle segnata in due punti, due cicatrici sottilissime che raccontavano più di qualsiasi rapporto.
Yann Mercer non era un uomo che subiva le cose: era un uomo che le decideva.

    -Ti stai proteggendo- ruppe poi il silenzio lui
    -Faccio il mio lavoro-

    -Anche io-

    La frase, per quanto apparentemente generica, pesò nello spazio con una densità diversa.

    Che cos’era?

    Un avvertimento?

    Una promessa?

    Un semplice promemoria?

    Non riuscii a trovare una risposta perché le sue dita rimasero sospese a pochi centimetri dalle mie come una minaccia educata, un avvertimento privo di tono.

    Un test forse.

    Restai immobile perché sapevo che ogni mio movimento sarebbe stato interpretato come sfida, paura, pressione.
    E io non gli avrei concesso alcun dato supplementare.

    Yann lo notò.

    Lui notava tutto.

    -Interessante- mormorò, ma sapevamo entrambi che non fosse un complimento: era un’etichetta temporanea, provvisoria, come quelle che si mettono su un prototipo prima di essere smontato.

    -Non lo sono- replicai.

    Lui inclinò appena il capo.

    Una deviazione minima, geometrica.

    -Questo lo decido io-

    Quella frase non aveva peso emotivo: era semplicemente un modo di marcare il territorio.

    Il suo territorio.
    Gli occhi di Yann passarono dal mio volto alla mia mano chiusa, poi di nuovo ai miei occhi.

    Un triangolo di osservazioni precise: nessun tentativo di intimidirmi, nessun gioco di potere teatrale.

    Solo logica applicata al controllo.
    -Se volessi la chiavetta, la prenderei- disse
    -Se volessi impedirlo, lo farei- risposi.
    Un secondo.

    Un battito.
    E lì, in quel microspazio sospeso, accadde qualcosa che nessuno dei due dichiarò ma che entrambi percepimmo: nessuno stava cedendo il comando e nessuno lo avrebbe fatto.

    C’eravamo incontrati esattamente al centro non per equilibrio: per necessità.

    Yann abbassò la mano ma non come gesto di resa, semplicemente perché aveva ottenuto ciò che voleva davvero: una conferma.

    -Non sei come gli altri- constatò
    -Nemmeno tu- risposi
    Non c’era ammirazione nelle sue parole.
    Non c’era sfida.
    -Bene- disse solo, tornando alla distanza originaria come se quei centimetri non fossero mai stati violati
    -Allora procediamo-
    
Era un compromesso.
    O forse una tregua.

    Una tregua logica, fatta da due persone che non si erano per niente avvicinate – non fisicamente almeno – ma che avevano capito esattamente quanto l’altro fosse difficilmente controllabile.

    Da quell’incontro trascorsero giorni, poi settimane, poi mesi: tutto rimase esattamente entro parametri prestabiliti, io riuscii a diventare il suo principale fornitore com’era previsto.

    Ogni scambio aveva la precisione di un algoritmo: orari variabili, luoghi sempre diversi, parole ridotte allo stretto necessario.

    Yann non si sbilanciava.

    Io nemmeno.

    Le nostre interazioni erano procedure, niente più.

    Eppure, nonostante la neutralità studiata, ogni incontro diventava una nuova valutazione reciproca, un aggiornamento di dati, un confronto silenzioso di capacità.

    Tutto funzionava.

    Tutto scorreva.
    Tutto era esattamente sotto controllo, sotto il mio controllo.
    Almeno fino al giorno in cui non lo fu più.

    Yann organizzava una volta l’anno una sorta di “uscita di ringraziamento” per i fornitori più utili.
    Niente di ufficiale, niente di registrato: una mezza giornata in barca, immersioni, pesce crudo, alcool quasi sempre controllato.
    Una tradizione.
    Un rito.
    Una scenata di normalità per gente che normale non lo era mai stata.
    Non so perché accettai.
    Forse per curiosità.
    Forse per non dare nell’occhio.
    Forse perché pensavo che rifiutare sarebbe stato peggio che andare.
    Accadde quando la barca era ancorata in una baia stretta, acqua scura, quasi immobile.
    Gli altri parlavano, ridevano, bevevano.
    Io osservavo, immagazzinavo informazioni, annotavo dettagli.
    Yann stava in un angolo, gambe distese, occhiali scuri.
    In teoria: rilassato.
    In pratica: vigile come sempre.
    Ad un certo punto mi si avvicinò uno dei suoi uomini, uno che avevo visto a malapena due volte.
    -Sei in lista per l’immersione- mi disse solo, senza troppi preamboli.
    D’altronde, Yann sceglieva con estrema cura di chi circondarsi.
    – Non avevo confermato-
    -“Non confermato” non significa che non vieni- rispose, come se fosse una regola ovvia.
    Quando lo guardai meglio capii che avesse lo sguardo fisso dietro di me.
    Guardava Yann.
    Lui non disse nulla: restò fermo, e in quel silenzio c’era un invito.
    O una valutazione.
    Indossai la muta.
    Fredda, aderente, scomoda.
    Infilai la maschera.
    Inspirai.
    Tutto era ancora perfettamente sotto controllo, o almeno così credevo –o forse mi imponevo di credere-.
    Ma quando misi i piedi sul bordo della barca e guardai giù, nell’acqua scura che sembrava non finire mai, qualcosa si ruppe.
    Non fuori.
    Dentro.
    Vidi qualcosa muoversi, non seppi mai se fosse un pesce o altro.
    Il mio respiro si bloccò all’istante.
    Non per paura dell’acqua, quella non era mai stata una mia debolezza.
    Era altro.
    Un’immagine?
    Un ricordo?
    Un rumore?
    Una morsa mi colpì lo stomaco come un pugno improvviso.
    Come se il mare non fosse mare ma una bocca pronta a richiudersi sopra di me.
    Feci un passo indietro.
    Piccolo.
    Quasi impercettibile.
    Ma non a lui.
    Yann si alzò.
    Non con fretta.
    Non con ansia.
    Con decisione.
    Mi portò nel punto più lontano della barca, quello in cui era sicuro che nessuno sarebbe mai venuto a cercarci.
    Mi tolse la maschera e la appoggiò a terra, quasi stesse tenendo un’arma puntata nel verso sbagliato.
    -Respira- disse solo.
    Non un ordine.
    Non un rimprovero.
    Una semplice constatazione di ciò che non stavo facendo da diversi -troppi, infiniti- secondi.
    -Quando è iniziato?- chiese.
    Non si muoveva.
    Stava in piedi davanti a me, sull’angolo della barca, la luce del sole di luglio riflessa sugli occhi chiari che in quel momento non avevano la solita durezza.
    Non stavano valutando: stava ricordando; e questo, in lui, per lui, era molto più pericoloso.
    -Non è l’acqua- disse ancora, piano -È quello che si nasconde sotto-
    Fece un passo indietro lasciandomi spazio, e io percepii quell’atto come un regalo.
    Avrei voluto ribattere, dirgli che non stessi crollando, che non avessi bisogno del suo aiuto.
    Non lo feci, perché lui parlò prima che potessi chiudermi.
    Parlò senza pensarci, come se avesse srotolato una matassa che teneva annodata da anni.
    -Mia madre non sapeva nuotare- mormorò.
    Semplice.
    Lineare.
    Una frase che non aveva nessuna ragione di essere detta lì.
    Di essere detta a me.
    Io lo guardai, immobile, attenta come se stessi intercettando un codice che non era destinato alla mia rete.
    Yann continuò senza cambiare tono, come se stesse leggendo un dato da un report.
    -Quando ero piccolo pensavo che… che diventare qualcuno avrebbe sistemato tutto-
    Fece una pausa minima, quasi impercettibile.
    Gli si irrigidirono appena le spalle, ma abbastanza da chiamarla emozione.
    Solo una traccia.
    -Poi si è ammalata-
    Lo disse come si annuncia un cambio di programma.
    -E io ho scoperto che ci sono cose che il denaro non compra. Né il potere-
    Non aggiunse come fosse morta.
    Non aggiunse quando.
    Non aggiunse chi fosse quando era viva.
    Perché un uomo come Yann non racconta mai tutto.
    Non racconta nemmeno ciò che gli serve.
    Racconta solo quello che gli scappa.
    E quella era la prima cosa che gli scappava davanti a me.
    E io, contro ogni mia logica, non lo interruppi.
    Mi dissi che lo stessi facendo solo per arricchire il suo dossier, ma forse qualcosa dentro me sapeva già che non fosse quella la verità.
    Lui mi guardò.
    Uno sguardo che non cercava compassione né approvazione: era solo il riconoscimento freddo di qualcuno che ha toccato il fondo una volta e non ha mai smesso di misurarne la profondità.
    -Da allora ho capito che essere qualcuno non serve a niente, se la persona per cui volevi esserlo non c’è più-
    La frase restò lì, tra noi, come un oggetto caduto sul legno della barca.
    Pesante.
    Fuori posto.
    Pericolosamente vero.
    Io, che non avevo nemmeno un ricordo dei miei genitori, niente da idealizzare né da difendere, mi ritrovai davanti qualcuno che aveva costruito un impero per una persona che non poteva vederlo.
    E capii, con una chiarezza che mi tagliò in due, che quel giorno lui non aveva semplicemente “parlato”: aveva mostrato il punto esatto in cui era stato ferito.
    E quel punto, adesso, lo conoscevo solo io.
    Poi pensai al suo gesto, al suo portarmi lontana da occhi troppo indiscreti.
    Non mi stava salvando dall’acqua: mi stava salvando da me stessa, dall’idea che dovessi essere sempre pronta, sempre forte, sempre capace.
    Quel giorno tutto cambiò.
    Non perché ci avvicinammo.
    Ma perché avevamo visto, e una volta che il fondo si vede non puoi più fingere che l’acqua sia soltanto acqua.
    Dopo non ci vedemmo per settimane.
    O forse mesi.
    Il mondo continuava a girare con le sue missioni, gli scambi, i rapporti incompleti.
    Eppure dentro di me il tempo si era fermato su quell’angolo di barca, su quell’istante in cui Yann aveva lasciato intravedere il grigio.
    In cui mi aveva vista.
    In cui avevo smesso di vederlo come Yann Mercer e avevo iniziato a pensare a lui solo come Yann.
    Quando finalmente ci incontrammo di nuovo tutto l’autocontrollo al quale eravamo abituati crollò in un istante.
    Non chiese permesso: si avvicinò, così vicino da cancellare centimetri di sicurezza, e mi baciò.
    Non resistetti, perché ormai non c’era più il bersaglio davanti a me.
    C’era Yann.
    Solo lui.
    Perché lui mi aveva vista.
    E anche io lo avevo fatto.
    Contro ogni logica, contro ogni missione, contro ogni addestramento.

  • CIao … ho recuperato i capitoli che mi mancavano e … beh …Arya anche se non ha visto la serie tv , qualche punto in comune sembra averlo … come lei Arya ha imparato ad usare molte facce ,nascondersi …non farsi notare …quindi …beh diciamo che se Arya ( di GOT) ha come “missione” quella di vendicare la sua famiglia .. ed è quello che la porta a diventare ciò che è.. mi piacerebbe sapere cosa porta la “tua” Arya” a diventare ciò che ci sta raccontando.. quindi ho votato per la perdita di qualcuno …perchè magari è li il momento chiave.
    Bellissime le riflessioni che questo racconta ti porta inevitabilmente a fare…
    Brava.

    • Ciao e grazie per il passaggio ed il commento!
      Guarda, ti confesso che neanche io ho visto la serie, quindi sulle dinamiche e sui personaggi mi fido completamente di te -e ti ringrazio per aver trovato queste similitudini, perché per me sono davvero preziose!-
      E grazie anche per ciò che dici sulle riflessioni: sapere che la storia porta spontaneamente a farne mi rende felicissima. ♥️
      Per quanto riguarda il momento chiave della “mia” Arya, in realtà il capitolo l’ho già abbozzato… ma con i mille impegni che ho non so ancora quando riuscirò a farlo uscire.
      È un pezzo importante, quindi ci tengo a farlo bene, non “tanto per”.
      Ma arriverà, promesso.
      A presto e grazie ancora!
      Ross

  • Ciao Rossella 🙂
    Eccomi in ritardo come sempre. Perfetto ho notato da subito che questo capitolo e’ meno introspettivo rispetto ai precedenti e hai invece dato piu’ spazio ai dialoghi che caraterizzano il rapporto tra Marta e la nostra Arya. Molto bello il contrasto di colori tra il grigio della giornata e il rosso che invece caraterizza Marta, un colore vivo, acceso. Stiamo iniziando a scavare maggiormente nel passato della protagonista e scopriamo finalmente una persona importante nella sua vita che ora non c’e’ piu’, e che magari potrebbe essere appunto il punto cruciale del perche’ la nostra spia abbia deciso di cambiare vita. La scena del bicchiere e’ stata molto visiva e uditiva, percio’ ci hai immerso nel suo racconto e nella sua tristezza. Io direi di andare per gradi e scorire qualcosa di piu’ sul suo rapporto con Yann.
    Scusa ancora una volta il commento kilometrico, ma la tua storia spinge ad analizzarne ogni dettaglio. 🙂
    A presto 🙂

    • Ciao e grazie per la visita ed il passaggio.
      Grazie anche per il tuo commento dettagliato, davvero prezioso! L’idea iniziale era proprio quella: entrare prima nella “mente” di Arya per poi guardarla dall’esterno (come del resto fanno le spie 😅).
      Spero che questa dinamica non sia risultata troppo “pesante”’.
      Ammetto che il contrasto dei colori me lo hai fatto notare tu, non era voluto, te lo dico sinceramente! 😅
      Per quanto riguarda Yann, credo proprio che nel prossimo capitolo avremo modo di approfondire il suo ruolo, magari scopriremo anche qualcosa in più su Aria (quella con -i)
      E ps: non ti preoccupare per la lunghezza dei commenti! Sapere che la storia spinge chi la legge ad analizzarne ogni dettaglio mi fa solo piacere.
      A presto!
      Ross

    • Ciao e grazie per la visita ed il commento!.
      In merito alla nebbia… più che diradarsi mi sa che sta diventando una coltre bella spessa.
      Ma del resto, quando mai mi sono piaciute le cose semplici? 😄
      Comunque sì, Yann promette bene… o forse promette altri misteri!
      Spero di chiarire meglio nel prossimo episodio.
      A presto!
      Ross

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