La strana storia di un impiegato

L’incontro

Un giorno qualunque di un mese qualunque. Litigavo con quel maledetto sito sul quale noi dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni siamo obbligati ad effettuare gli acquisti per la scuola. E che però non funziona mai. Appare lei. Poche parole pronunciate sulla soglia del mio ufficio: “mi hanno detto di chiedere a Luciano, ho bisogno del camice da lavoro”. Alzo lo sguardo e, ancora indispettito dai problemi della piattaforma per gli acquisti, le dico con tono cortese ma distratto di seguirmi in magazzino dove custodiamo i camici.

“Ciao e benvenuta, vediamo che taglia potrei darti?” alzo lo sguardo e scorgo il suo corpo minuto con un’incredibile chioma nera, riccia, che le arriva alle spalle. Gambe magre e bacino stretto. Carnagione biancastra. Naso pronunciato e bocca sottile. Insomma, io non sono una bellezza da cinema eh! Ma direi che pure lei non scherza. Ecco, decisamente devo aver preso io pure i suoi chili.

“Considerando che andiamo incontro all’inverno e che probabilmente in quei mesi terrai adosso anche un maglione sotto il camice, io direi che almeno una taglia in più potrebbe farti comodo”. Fisso i miei occhi marroni nei suoi. Due pupille altrettanto scure che si spalancano al pari delle labbra per offrire un convinto segno di approvazione a quanto da me pronunciato. Una strana sensazione. Avverto come una sintonia immediata con la persona che mi sta di fronte. E non di certo per l’ovvietà da me sostenuta poc’anzi, una frase dettata più dalla necessità di comprendere la taglia che lei indossa abitualmente per poterle dare quella immediatamente successiva. Si tratta di sensazioni. Empatia. Quando la ragione si spinge avanti facendoti avere una percezione, in questo caso positiva, di qualcuno che fino ad un istante fa non sapevi esistesse a questo mondo.

Di nuovo quella voce guidata da educazione ed imbarazzo si ripropone: “Credo che una 44/46 potrebbe andare” afferma sempre col sorriso stampato in faccia. Ed io di nuovo vengo colpito da strane sensazioni che senza nemmeno accorgermene mi fanno ricambiare il sorriso e ribattere: “forse 46 siamo già troppo avanti” rispondo cordiale. Intanto inizio a scavare negli scatoloni alla mia sinistra dove sono conservati con estremo disordine tutti i camici da lavoro per il variegato mondo dipendenti della scuola pubblica. Sbircio le taglie stampate sulle etichette. Per intenderci, sono divise da lavoro che arrivano a coprire per tre quarti chi le indossa. Fin sopra il ginocchio. Blu per gli uomini. Verdi per i dipendenti nei laboratori meccanici. Bianchi per chimica e fisica. Celeste chiaro per le donne. Quest’ultimi, sono oggettivamente ed indiscutibilmente i più brutti. Ed è esattamente ciò che sto cercando da dare a lei.

“Oh finalmente una 44” estraggo il camice dallo scatolone facendo attenzione che non scivoli via dalla busta in cellophane che lo contiene. Mi giro verso di lei e con sincerità aggiungo “io ti farei provare questo, nel caso senti che ti dovesse essere stretto lo cambiamo con una 46. Ma ad occhio” e la scruto nuovamente da cima a fondo confermando la precedente impressione circa la sua non bellezza secondo i canoni più comuni “direi che questa sia la più giusta per te!” concludo nemmeno avessi fatto l’arringa finale nel processo di Norimberga. 

“Si, credo anche io” conferma lei tirando fuori un filo di voce in più mentre riceve tra le sue mani il camice. Poi mi guarda. Forse per un secondo. Al massimo due. Ma le mie vibrazioni giurerebbero che quegli occhi hanno sostato nei miei per circa un’ora. Ad una persona lucida e distaccata con ogni probabilità quello sguardo fugace suggeriva la volontà di togliersi dall’imbarazzo o dal disagio, chiamiamolo come vogliamo, e dileguarsi verso altri ambienti dell’istituto. A me invece scatenavano solo un enorme punto interrogativo che, con ogni probabilità, si palesava sul volto rendendolo visibile anche a lei. 

“Ok, affare fatto allora. Se non ti vedo tornare indietro vuol dire che questo camice ti va bene” esclamo con ilarità mentre porgo la mano in segno di saluto “benvenuta tra noi, spero ti troverai bene” aggiungo attendendo di conoscere il suo nome mentre i miei occhi non smettono di guardare il suo viso pallido, emaciato. 

“Piacere, io sono Osama…e se non dovesse andar bene” abbassa lo sguardo in direzione del camice “so dove trovarti” con tono ironico a metà tra minaccioso e divertito. Quindi stringe la sua mano nella mia ricambiando il saluto prima di guadagnare l’uscio del magazzino e dirigersi verso le sue colleghe al centralino. 

Io resto solo. Confuso. Metto a posto gli altri camici negli scatoloni e nel mentre continuo a interrogarmi ed a non capire quei ripetuti momenti di blackout mentali che si sono verificati in quei pochi minuti passati con lei. Questa collaboratrice scolastica arrivata oggi, a quarant’anni suonati mi ha smosso tutto il mio mondo interiore senza praticamente fare nulla. Con la sua timidezza, l’educazione, il rispetto e la sua non bellezza esteriore. Ed ora che si fa?

Ed ora che si fa?

  • Luciano parla della situazione vissuta con amico che lo consiglierà sul da farsi (25%)
    25
  • Luciano evita ogni ulteriore contatto con Osama (0%)
    0
  • Luciano cerca altri contatti con Osama per capire di più sulle sensazioni che ha provato (75%)
    75
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51 Commenti

  • Ciao Giuliano.
    Ho letto la tua storia in soluzione unica.
    Nonostante non sia il mio genere il racconto mi ha incuriosito e l’ho portato a termine. Secondo me si tratta di uno psico-dramma che in più punti ha avuto la possibilità di trasformarsi in giallo o thriller. Ci speravo, ma in ogni caso il racconto ci ha accompagnato in questo viaggio dentro le paure e le amarezze di Luciano. Quello che ci resta è il focus sul problema – non gestito – del bullismo e le difficoltà del trattamento post-traumatico del protagonista. Aggiungo che la figura di Osama aveva un grosso potenziale per portarci in vari territori.
    In ogni caso complimenti per la tua storia.

  • Ciao Red.
    Ti ringrazio ancora una volta per aver dedicato del tempo alla mia storia.
    Un po’ mi dispiace che non ti abbia lasciato nulla. Comprendo e rispetto le tue impressioni. E di certo mi aiuterà per il futuro.

    Non mi dilungo in spiegazioni che oltre a non essere giuste sarebbero in ogni caso superflue. Ognuno elabora a suo modo ciò che legge, come è giusto che sia. Dico solo che Il punto di vista della storia chiaramente è dentro l’emotività di Luciano. Quello che un banale incontro sul posto di lavoro è capace di risvegliare in lui. Fino alla distruzione di sé stesso. Esternamente avviene ciò che è inevitabile come conseguenza di quanto avviene dentro di lui.

    In ogni caso, come ho detto più volte, ritengo utili le critiche. Anche quelle “feroci” come le hai definite tu stesso. Perché mi piacerebbe migliorare. La scrittura è un hobby che ho sempre avuto ma ora vorrei coltivarla con un po’ più di criterio. Quindi non posso che ringraziarti ancora una volta per aver letto tutto. Commentato. E contribuito molto in questo senso.

    E spero tu lo faccia ancora.

    Ciao!

  • Letto! Sono rimasto perplesso, non dal finale, ma dallo sviluppo. La storia non porta a niente, pur cambiando lo status quo delle persone. Sembra quasi una “fermata” di Osama, ma Osama non era la protagonista. Non so…

    Io comunque provo a seguirti nella prossima storia e vediamo se sblocco un giudizio diverso 🙂

    Ciao 🙂

  • Indeciso tra scriverà una lettera ed inizierà psicoterapia per davvero, ho fatto scegliere alla sorte: pari o dispari. È uscito dispari: inizierà la psicoterapia per davvero.

    Credo (e spero) che ormai abbia toccato il fondo. È ora di risalire. Anche se la scalinata sarà lunga e difficile.

    Commenti finali al capitolo finale, ma sta attento: mi hanno detto che so essere feroce!

    Ciao 🙂

  • …non vedo il lieto fine, questa è una storia amara di gente che vuole solo essere dimenticata.
    Voto Luciano perderà tutto, Osama resterà un’altra ferita aperta

    E lasciamo al futuro decidere del loro destino.
    Ciaooo
    🙋‍♂️

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