L’adrenalinica vita di un posto fisso

Il posto fisso non fa per me

Due erano le regole che doveva seguire al lavoro.

Uno: garantire che ogni viaggiatore scendesse alla fermata giusta.

Due: proteggere i viaggiatori, da sé stessi, dagli altri passeggeri e — dettaglio che il manuale scriveva in piccolo — dal Treno.

Victor, mutaforma con un curriculum che nel Tribunale Fatato sarebbe stato definito “letale”, stava ancora fissando il viso di quella povera donna oltre l’oblò. Una ninfa di bosco, capelli color muschio e occhi da cerbiatto che aveva appena fatto in tempo a mettere piede sulla banchina e capire l’errore.

Bosco dei Satiri.

Un bosco pieno dei suoi predatori.

Lei lo guardava con le lacrime agli occhi, le mani alzate come se potesse negoziare con il vetro. Victor, dall’interno, era sbiancato. 

Il terrore della ninfa durò un attimo: poi l’oblò si “spense” e venne sostituito da un gradevole quanto finto cielo stellato. Stelle perfette, sempre uguali, la stessa cometa che faceva il giro ogni otto secondi come un impiegato modello. Lo screensaver degli oblò del treno, impostato a seconda del fuso orario della dimensione in cui stavano viaggiando.

Il Treno che appare e scompare aveva le sue regole ferree. Victor al suo primo giorno di lavoro non le aveva rispettate.

La targhetta sulla sua uniforme diceva: Doganiere di bordo. 

“Vado a licenziarmi,” pensò.
Che non era un pensiero nuovo: era il suo pensiero preferito, subito dopo “questa persona sta respirando troppo”.

Forse non avrebbe nemmeno dovuto iniziare a lavorare su quel Treno maledetto.

E invece, eccolo lì: prima giornata, prima tragedia, prima ninfa parcheggiata tra i satiri.

Complimenti alla Corona di Mandarino, aggiunse mentalmente. Mi avete proprio messo in un posto tranquillo.

———

Tutto era iniziato qualche mese prima, quando Victor aveva ottenuto l’ennesimo riconoscimento come migliore sicario del Regno di Mandarino.

Era stata una cerimonia breve. Il sovrano, seduto sul trono con l’aria di chi firma condanne mentre sceglie il dessert, gli aveva consegnato una medaglia d’oro. E poi, con la voce con cui altri annunciano un matrimonio:

«Victor, hai servito la Corona con efficacia. È tempo che tu sia compensato.»

Victor aveva sorriso. Un sorriso controllato, calibrato e abituato a non fidarsi di nessuno, nemmeno del suo Re.

«Sono onorato, Maestà. Quale missione?»

Il Re aveva inclinato il capo..

«La pensione.»

Il silenzio era calato con la delicatezza di un’ascia.

Victor, che era un giovane mutaforma di centocinquantasette anni — in pratica un adolescente per gli standard della sua razza — aveva fatto la cosa più imprudente della sua carriera: aveva risposto d’impulso.

«No.»

Un mormorio. Una guardia aveva tossito in modo giudicante.

Il Re, però, non si era offeso. Si era limitato a sorridere con quella calma da predatore che non ha fretta.

«Capisco, voi Mutaforma siete sempre dei gran lavoratori. Allora proponi tu un’alternativa. Qualcosa… utile. Qualcosa che ti tenga lontano dalle sale del palazzo» disse il Re sornione. 

Victor aveva capito che quella era la versione elegante di: sono stanco di te e delle tue soluzioni definitive.

Aveva deglutito. «Posso servire ancora. In un ruolo… diverso.»

Il sovrano aveva picchiettato un dito sul bracciolo, poi aveva fatto un cenno a uno dei tanti dignitari di corte. 

«C’è un posto per uno come te,» aveva detto. «Il posto in cui finiscono tutti quelli che sopravvivono ad anni di guerra, lotte e missioni impossibili.»

Victor, per un attimo, aveva quasi sperato in un incarico diplomatico.

«Giusto! Ottima idea. Prendete nota, mandate Victor il Mutaforma sul Treno che appare e scompare. Dogana di bordo!»

Victor aveva aperto la bocca per protestare, ma il Re lo aveva anticipato.

«È un unicum in tutte le dimensioni magiche. Viaggia tra mondi. È fondamentale per permettere alle anime di… realizzarsi.» Il sovrano aveva calcato l’ultima parola come se non fosse certo di averla mai vista da vicino. «E tu farai domande. Controllerai che siano pronti per scendere. Niente sangue. Niente rumore. Solo… regole.»

Victor aveva capito subito: era un congedo travestito da promozione. Un esilio con la bella uniforme.

E lui, non avendo nient’altro, aveva accettato.

Cosa succede il primo giorno di lavoro di Victor?

  • Salito a bordo, un passeggero lo aggredisce (38%)
    38
  • Si perde in stazione ma un aiuto inaspettato lo porta al binario giusto (25%)
    25
  • Incontra i nuovi colleghi e scopre che li odia tutti (38%)
    38
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9 Commenti

  • Si perde in stazione ma un aiuto inaspettato lo porta al binario giusto. Dopo aver fatto scendere la ninfa del posto sbagliato, facciamo pure che si perde così abbiamo fatto filotto…

    Ciao e Bentornata! Devo dire che l’inizio mi ha lasciato veramente perplesso ma sono certo che il treno che appare e scompare ci riserverà molte più sorprese di quello che Victor si aspetta 🙂

    Ciao 🙂

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