Sincronia Oscuro

Il frame del peccato

Il silenzio del mio appartamento al quarto piano ha una consistenza solida, quasi oleosa. Abito in un complesso di design a Borgo Trento, dove le facciate Liberty si mescolano a vetrate minimaliste progettate per rassicurare chi, come me, ha bisogno di ordine e simmetria per non impazzire. Ho sempre creduto che se l’ambiente intorno è sotto controllo, lo sia anche la mente. Ma stanotte, l’ordine è solo una facciata che sta per crollare.

Fuori, Verona è scomparsa, inghiottita da una coltre di nebbia umida che risale dall’Adige e spegne i rumori della città, trasformando i lampioni in macchie sfocate di giallo malato. È quella quiete artificiale che precede i disastri, interrotta solo dal ronzio del frigorifero e dal mio respiro, troppo forte e irregolare. Un ritmo sincopato che tradisce una paura che ancora non so di avere.

Poi, la frattura.

La luce blu dello smartphone esplode sul comodino come una granata. È una lama elettrica che taglia il buio e trafigge le mie retine.

3:14 AM.

Nessuna anteprima di testo. Solo un link crudo che rimanda a un server criptato e un file video già scaricato. Ho le palpebre pesanti, impastate da un sonno senza sogni che sembra avermi prosciugato le ossa. Premo play per pura inerzia, pensando a uno spam molesto o a uno scherzo di cattivo gusto di qualche collega dell’università che ha esagerato con l’Amarone.

Il video è silenzioso, ma il silenzio che emana è più assordante di un urlo. La ripresa è nitida, chirurgica. L’inquadratura è fissa su un vialetto di ghiaia grigia, illuminato dal riverbero violaceo di un lampione difettoso. Riconosco quel posto: è il cantiere della variante nella ZAI, la zona industriale a sud di Verona. Un deserto di cemento e capannoni lontano dalle rotte dei turisti. Nel video, le sagome delle gru si stagliano contro il cielo lattiginoso come scheletri di giganti addormentati.

Un uomo entra nel frame. Si muove con una precisione meccanica, trascinando qualcosa di pesante che oppone resistenza sulla ghiaia. È una giacca di lana cotta, scura. E dentro c’è un corpo. Il volto della vittima rimane in ombra, un grumo scuro di carne e vestiti, ma l’uomo si ferma proprio davanti all’obiettivo. Si asciuga il sudore dalla fronte con il dorso della mano. In quel momento, la luce lo colpisce in pieno viso.

Sono io.

Lancio il telefono sul piumone. Il cuore mi martella contro le costole così forte che temo possa spezzarle. Non può essere. È un deepfake creato da un’intelligenza artificiale per tormentarmi. Io non sono uscito. Non possiedo quella giacca. Ero qui, a dormire, accanto a…

Mi volto verso il lato destro del letto, cercando un’ancora di salvezza. Sofia non c’è.

Il lenzuolo è stropicciato, ma freddo. Sofia soffre di una leggera anemia, è un termosifone umano sotto le coperte; se fosse uscita da pochi minuti, sentirei ancora il suo calore. Invece, percepisco solo il vuoto e l’odore del suo profumo all’iris che galleggia nell’aria, persistente e ironico.

Accendo la lampada sul comodino con dita che tremano. Accanto alla base, c’è il suo anello di fidanzamento. Non se ne separa mai. È appoggiato sopra un blister di Zolpidem, il mio sonnifero. Ne mancano tre compresse. Io ne prendo sempre e solo una. Tre dosi avrebbero dovuto trasformarmi in un blocco di marmo per dieci ore.

«Pensa, Marco. Analizza», mi impongo. Cerco di attivare la parte razionale del mio cervello per silenziare quella paranoica. La logica dice che non puoi trascinare un corpo se sei in coma farmacologico. Ma poi guardo le mie mani. Le nocche della destra sono sbucciate, lacerate, incrostate di terra nera e sangue secco. È un segnale analogico, brutale, che non posso cancellare con un tasto.

Se lei se n’è andata lasciando l’anello, è un addio o un avvertimento. Quel video non mente. Il me stesso sullo schermo si muoveva in modo fluido, preciso. Quasi… programmato.

Il telefono vibra di nuovo, facendo sussultare le lenzuola. Il display si riaccende come un occhio elettrico.

“Il bagagliaio, Marco. Prima della pattuglia. Muoviti.”

Resto immobile, fisso sulla riga di testo. Poi, attraverso il doppio vetro, lo sento. In lontananza, il primo lamento di una sirena squarcia il silenzio di Borgo Trento. È un suono debole, distorto dalla nebbia, ma il suo crescendo è inesorabile. Sta venendo verso di me. O verso la mia auto nel cortile.

Non ho più tempo per le analisi. Devo scegliere se essere il programmatore che risolve il caso o il bug che viene eliminato.

Cosa farà Marco?

  • Chiamare Sofia. Se risponde, è la sua unica salvezza. Se il telefono squilla nel cortile, dentro il bagagliaio, saprà che è tutto finito (60%)
    60
  • Ignorare l'auto. Chiudersi in bagno, lavare via il sangue e la terra e resettare il telefono (0%)
    0
  • Correre in strada in pigiama per aprire quel bagagliaio. Deve sapere cosa c'è dentro prima che arrivi la polizia. (40%)
    40
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55 Commenti

  • Questo finale mi piace molto: ben architettato e ben scritto.
    Un solo appunto: io avrei tolto i due titoletti, perché ciò che accade è narrato in modo chiaro e comprensibile, e un po’ di spaesamento iniziale del lettore, secondo me, ci sarebbe stato bene.
    Complimenti!

  • Fico! L’unica cosa che non ho capito è se Marco è un programma o è reale ma bloccato per sempre da quale parte…

    Commenti finali: la storia si è dipanata in modo organico ed emozionante, con poche sbavature. Ho trovato molto interessante il concetto anche se gli scopi di Arthur e Sofia mi rimangono ignoti.

    Noi ci leggiamo alla prossima storia 🙂

    Ciao 🙂

  • Ciao, ormai siamo al “vivi o muori”, “fuori o dentro”… e qualunque sia la situazione, le conseguenze non sono positive al 100%!!! La storia mi è piaciuta tanto, con quel file rouge di tensione che non si è mai interrotto, scrivi davvero bene. Peccato che tu sia giunta qui in un momento davvero brutto per la piattaforma, ormai in giro non c’è quasi più nessuno!!!
    Ho votato per il glitch, vero o falso? Lascio a te la scelta!!! Non so se tu sia credente o meno, comunque buone feste. Al prossimo gran finale.

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