Dove eravamo rimasti?
Il modo migliore di raccontare una fiaba
Dietro al motel, nascosta agli occhi dei rari automobilisti in cerca di carburante o caffè, una piscina a forma di fagiolo borlotto e dai bordi scrostati evaporava senza fretta, circondata da qualche palma nana: alle tre del pomeriggio, con 45 gradi, l’acqua era una brodaglia in cui i clienti potevano lessare gratis.
Da parte sua, la reception metteva a disposizione una macchina per il ghiaccio a gettoni, a cui si poteva attingere grazie ai secchielli personalizzati con i loghi di note catene alberghiere e, compresa nel prezzo, qualche cialda di caffè, visto che le stanze erano dotate del relativo elettrodomestico, oltre che di un condizionatore d’aria gocciolante e di un microonde per riscaldare i TV dinner in vendita nel drugstore.
Insomma, un microcosmo autosufficiente che, dopo il tramonto, si palesava fin da lontano, grazie all’enorme insegna al neon che, con la sua scritta “Why not?”, insinuava il dubbio della sosta nelle menti assonnate degli automobilisti, e che rappresentava il cuore pulsante di Why, Arizona.
Con i suoi 167 abitanti, Why era una cittadina in grado di soddisfare le esigenze fondamentali dell’uomo; si chiamava così perché era situata in corrispondenza di un bivio a forma di Y fra le State Routes 85 e 86, e al momento della scelta del nome, visto che la legge ne imponeva uno di almeno tre lettere, i fondatori decisero di chiamarla Why invece che, come avevano pensato in un primo momento, Y.
Per di più, si trovava a meno di 50 chilometri dal confine con il Messico: le auto che viaggiavano lente, quasi anestetizzate, lungo la strada che conduceva alla frontiera, dalle loro radio diffondevano solo mariachi e un po’ di tex-mex, a base di trombe sgangherate e chitarre solleticate da dita grassocce. Why costituiva l’ultimissima affermazione, flebile e incerta, dell’immaginario statunitense prima del Messico, dal momento che la frontiera era, come ovunque, un luogo a sé stante, privo di identità.
La camera 6 era la stanza-tipo di un motel da 35 dollari: mobili malandati, moquette consumata e non troppo pulita, ma una doccia funzionante e due asciugamani stirati.
Juliette accese l’aria condizionata prima di fare la doccia, poi indossò il costume giallo, che dopo tutto si rivelò un po’ strettino, soprattutto sui seni, ma lei se lo aggiustò alla meno peggio, prese l’asciugamano asciutto, il cibo appena comprato e arrivò a bordo piscina che ormai era pomeriggio inoltrato.
Dopo avere sbocconcellato qualche biscotto, chiuse gli occhi e cercò di dormire, ma il suo cervello non ne voleva sapere.
Dove cazzo è finito. Lo odio, lui e il suo nome da antico irlandese, che quella volta mi ha fatto uno spiegone su origine e significato: e il gaelico, e Killian che vuol dire guerra, ma anche testa brillante, che però è un diminutivo… e così è nato “piccolo guerriero”, che mi sembra di avere le palpebre in fiamme con questi occhiali che non schermano niente. Poi non mi dice niente, vivo a stretto contatto col niente, sempre, che cazzo, come quando gli ho chiesto – me la vedo come fosse qui la sua faccia finta di bronzo:
– Mi dici?
– Cosa? No, guarda, è meglio di no.
– Dimmi dai, che era la formula magica, ma lui niente, la buttava subito in vacca.
– Non posso mica darti nomi, indirizzi. Vuoi anche il telefono?
– Piantala. A me interessa solo quello che senti.
Così avevo detto – solo quello che senti – solo quello mi interessava, mica l’indirizzario del cazzo.
– Tu sei pazza.
Tu. Sei. Pazza. Così aveva risposto. Erano giorni che le lenzuola si riempivano di pieghe, stazzonandosi, mentre la semi luce riverberava sé stessa, e le cose si trattenevano in attesa di una fine. Quel posto aveva le pareti rovinate dall’umidità, adesso mi fa ridere che sono qui nel deserto e vorrei solo bere, dov’è la bottiglia di plastica, quella che si adatta alle labbra di chiunque, per dissetare il deserto che sono.
Allungò la mano per raggiungere un biscotto; poi, sempre a occhi chiusi, disse piano:
– Non si può addobbare la sabbia, mi hanno detto una volta – Non lo sopporterebbe. Così noi.
Lasciò cadere il biscotto sulle piastrelle scolorite e si addormentò con un ultimo sussulto neurale:
– Ogni tanto ci vuole amore.
Durante il suo sonno, nell’area di servizio “Why Not?” non accadde quasi nulla, a parte la sosta di due auto alla pompa e quella, più lunga e articolata, di un furgone da cui scesero quattro operai messicani assetati come diavoli; quando ripartirono, Adam si spostò dal bancone alla reception, sgranò le tapparelle e si godette quindici minuti del sonno di Juliette.
Alle 19:22 il sole tramontò, e lei si svegliò.
Dopo essersi stiracchiata, si tolse gli occhiali e si godette l’ultima luce rosso fuoco che affondava nell’orizzonte. Poi si sedette sulla sdraio e si sistemò il pezzo superiore del bikini, slacciandolo per un attimo. Adam abbassò lo sguardo e contò fino a dieci. Quando alzò la testa Juliette si stava dirigendo verso la sua camera: camminava, semplicemente, ma sembrava che stesse raccontando una fiaba.
Finalmente entra in scena un nuovo personaggio
- Finalmente (si fa per dire) Juliette si imbatte in un certo Eddie (43%)
- Finalmente conosciamo Killian (43%)
- Finalmente Juliette incontra un cliente del motel (14%)

09/08/2026 at 21:21
Abbiamo visto poco Killian: voto lui.
Ciao! E quindi abbiamo un tipo che a quanto pare ha sciolto Juliette (o l’ha fatta imbestialire nei confronti di Killian, non lo sa nemmeno lei). Mi chiedo tutte queste anime dove andranno a parere nel finale…
Ciao 🙂