Dove eravamo rimasti?
Due fughe (spirali)
Un leggero ronzio elettrico permeava l’aria, emesso dalla lampada intermittente di un vecchio lampione. La pozza di luce in cui ero immerso tremolava, alternando brevi istanti di buio alla consueta luce giallastra. Osservavo le gocce di pioggia riflettere la luce mentre sedevo su una vecchia panchina arrugginita, sorridendo alla freschezza sulla pelle portata dalla pioggia inaspettata. Lontano il rumore della risacca si confondeva con lo stridere di una città ancora mezza addormentata. Una macchina si avvicinò lentamente, parcheggiando a qualche metro di distanza da me. L’autista scese e mi venne incontro, lasciando il motore acceso mentre procedeva a passo sostenuto sotto la pioggia. Si sedette al mio fianco tenendosi stretto nel suo impermeabile e restammo nel silenzio a guardare la pioggia che cade. Posò la mano sulla mia spalla, sussurrando senza guardarmi:
<<Dobbiamo andare>>.
Lo seguii senza fiatare. Salimmo in macchina senza dire una parola, senza guardarci, come due estranei privi di punti in comune, condividemmo un silenzio rotto solo dal rumore della pioggia e dal canto di un motore. Morris avviò la macchina, dirigendosi verso l’ospedale da cui ero fuggito.
Ripensai agli eventi prima dell’incidente in attimo di lucidità nell’incubo costante della mia malattia. Uno dei rari bagliori di sanità nel buio di una mente che dissocia e divora se stessa. Un mostro col nome di un medico tedesco.
Iniziò in modo subdolo, impercettibile quasi. Frasi sospese a metà, difficoltà nel ricordare azioni e compiti svolti quotidianamente. Poi vennero depressione, cambiamenti d’umore e la paranoia costante di trovarmi in un ambiente ostile, senza preavviso alcuno. Conversazioni tranquille divennero impossibili, scatti d’ira e tentativi autolesionistici convinsero i miei cari a rinchiudermi un un istituto. Vecchio, solo e malato, in preda ad una crisi dissociativa scappai dalla casa di cura, vagando per la città in piena notte.
Guardai verso Morris, che esausto conduceva la macchina verso l’ospedale. La notte insonne gravava sulle sue spalle, la preoccupazione segnava il suo volto con profondi cerchi scuri attorno agli occhi. In cuor suo faceva questo per il mio bene, ne ero convinto. Tuttavia nonvolevo tornare li, chiuso in una stanza a guardarmi morire in un destino che reputavo troppo crudele per me. Ed il destino trovò un modo per beffarsi di me, ritorcendo il mio desiderio di libertà in una macchia che per sempre avrei trascinato nella mia coscienza.
<<Perchè devi rendere tutto così difficile?>> disse mio figlio con tono esausto. La rabbia ribollì dentro me, scatenata dalla insolenza di quella frase, come se tutto questo fosse una mia scelta, come se l’aver desiderato un attimo di libertà, di pioggia fresca su un viso segnato da rughe e una mente graffiata da demoni fosse chiederetroppoalla vita, pesando sulla sua.
Presi il volante e tirai verso di me.
Il resto fu rumore, schegge di vetro e infinito cordoglio.
Aprii gli occhi nel buio di una stanza d’ospedale. Tentai di tirarmi su, trovando il compito impossinile. Paralisi fu la prima parola che sfiorò i miei pensieri quando capii che il corpo non rispondeva ai miei comandi. Solo gli occhi si muovevano liberi. La porta si aprii, inondando di luce la stanza, mentre una figura sfocata ammantata di bianco si diresse verso una finestra, alzando gli avvolgibili per lasciar entrare altra luce a riscaldare il mio corpo immobile. La figura controllò qualcosa sul monitor al mio fianco, uscendo dalla stanza senza proferire parola.
Rimasi immerso in un silenzio interrotto solo dal ronzio delle macchine. Aspettai che i miei occhi si adattassero nuovamente alla luce, mentre gridavo nella mia mente. Gridavo contro il destino, contro la malattia, contro me stesso, sicuro che, da qualche parte nel cosmo, qualcosa rideva della mia personale tragedia.
Impossibilitato a fare altro, osservai la stanza in cui ero prigioniero dentro me stesso. Una squallida camera d’ospedale, con vecchi muri sfregiate da crepe parzialmente coperte da fotografie. Una fotografia in particolare attirò il mio sguardo, rievocando vecchi ricordi spezzati e sepolti. Ritraeva uno scorcio di paesaggio vicino ad una scogliera, sull’orizzonte si stagliava una vecchia costruzione. Era una squallida capanna in legno, costruita con assi oramai corrose dal tempo e dalla salsedine piazzata su una precaria palafitta. Probabilmente era una vecchia costruzione adibita ad uso di pescatori o contrabbandieri. Mi immaginai sulla soglia, lontano dal mondo, con la brezza marina sul viso. Assaporai il fumo di una sigaretta, rimanendo immobile per un tempo indefinito mentre osservavo spirali di fumo rincorrersi nel tramonto della mia mente.

31/07/2015 at 17:46
Bel finale. Diverso e inaspettato.
Spero di rileggerti presto.
01/08/2015 at 01:02
Ti ringrazio Trix! Se vuoi rileggermi presto sono già al lavoro con una nuova storia, un fantasy stavolta. Alla prossima!
29/07/2015 at 11:49
Bel finale. 🙂
Come se si fosse chiuso un cerchio.
01/08/2015 at 00:51
Grazie per aver seguito la storia sino alla chiusura del cerchio 😉
28/07/2015 at 11:52
Bellissimo finale, mi è piaciuto davvero molto. Complimenti 😉
28/07/2015 at 12:46
Grazie Alessandra! Mi ci è voluto un pò per trovare la giusta conclusione del racconto (l’ho scritto e riscritto almeno tre volte) ma alla fine sono riuscito a concludere la storia. Grazie per avermi seguito sino al finale, per i consigli, i complimenti e le critiche costruttive 🙂
27/07/2015 at 18:29
“Il resto fu rumore, schegge di vetro e infinito cordoglio”. Sciapò.
Gran bella storia.
28/07/2015 at 00:32
Detto da lei, Mago, il complimento vale doppio. Grazie per aver seguito questo delirio sino al finale.
15/07/2015 at 20:37
Recuperato. Mi associo alla maggioranza vediamo gli attimi prima dell’incidente.
Ti dirò, in certi punti le descrizioni rallentavano parecchio la lettura. Non sembrava più tanto un racconto horror.
28/07/2015 at 00:34
Non sembrava più un racconto horror perchè, alla fine, non lo è. Si tratta di un esperimento, un gioco in cui mi sono confrontato con la scrittura e ho provato alcuni espedienti (che non hanno avuto l’effetto voluto, difatti la storia in alcuni capitoli è frammentaria e lenta). Grazie del commento 🙂
11/07/2015 at 15:55
Perché si sente in colpa.
A me sei piaciuto. La tua scrittura cattura, non c’è che dire.