1999

Dove eravamo rimasti?

Il protagonista nel prossimo capitolo si scontrerà con un personaggio, quale preferite? Asia (60%)

Come una cannonata

Tacco, punta, tacco, punta. Scarpe rosse. L’unico suono è quello dei passi della dottoressa che sta indossando quelle scarpe. Pesanti come una cannonata. Ad ogni passo vedo il pavimento dividersi in due, un urlo, un battito di ciglia, un colpo al cuore. La vedo più vicina e quelle cose che porta ai piedi mi indicano, vengono verso di me, le vedo minacciose come aghi appuntiti, come quelle siringhe che usano per sedare i pazienti, come quelle siringhe che hanno usato per sedare me. Dopo quell’incidente mi hanno portato via, hanno ascoltato la testimonianza della psicologa,ora dicono schizofrenia . E dicono anche non sia stato un incidente, che l’abbia fatto in modo intenzionale, ma nessuno fa male a sua madre in modo intenzionale. Sta bene adesso, almeno così dicono, ha solo preso una forte botta in testa. Mia sorella è tornata per starle vicino, avrei solo voluto abbracciarla e dirle che io le cose intenzionali non le faccio, ma non l’ho potuta vedere perché non sono ancora pronto, dicono. Dicono perché sono sempre loro che parlano, io sono lì seduto dall’altra parte della scrivania ad annuire e fare finta di ascoltarli, di comprendere tutte le loro cazzate, loro mi ordinano di prendere quella e quell’altra medicina, così io le prendo e sto sempre più giù. Non ho più neanche la forza di dormire, o forse ce l’ho ma non voglio farlo. Loro dicono che sono incubi, pensieri ossessivi, che mi sono fatto trascinare dalla mia fantasia che mi ha reso pericoloso. Io non sono pericoloso, loro però non ci credono, dicono che sin da piccolo mostravo i segni della mia malattia mentale, lo dicono a mia madre e lei si copre il viso e piange. Così dicono che faccia. Non voglio pensare a mia madre che piange, non voglio pensare in generale, a quanto pare per chi sta qui pensare è sbagliato. Se sei qui tu sei sbagliato, tutto diventa un sintomo. Molti stanno qui da mesi, anni, sono entrati sani e adesso vagano come vegetali, le medicine hanno addormentato la loro fantasia, il loro essere, ma è quello che la terapia vuole: uccidere la tua malattia, ma la tua malattia sei te stesso. Io non penso di essere malato. Non vedo più un essere da quando sono qui, li chiamo esseri perché non so cosa siano, loro mi sgridano perché dicono che debba dargli un nome, per diventare cosciente della loro irrealtà e poter andare avanti. Ma loro sono reali, e non vorrei mai dargli un nome che non sia quello giusto, quindi li chiamo esseri, alla fine tutti siamo esseri. Sto seduto su questa sedia scomoda, di quelle grigie, di plastica attaccate l’una all’altra da quei piccoli tubi di metallo, come per far stare tutti i pazienti vicini nel loro dolore. Sembro simpatico alle infermiere, sono abituate a persone che urlano e strepitano perché non dovrebbero essere lì, neanche io dovrei ma preferisco stare calmo e assecondarli, come quando sei in prigione e se sei stato bravo e allora ti fanno uscire prima. La libertà è il gelato dei delinquenti e a quanto pare anche dei malati. Sono seduto ad aspettare il mio turno, con un’infermiera che mi tiene per mano quando devo andare in bagno. Lei è davvero stanca così mi lascia andare da solo. Questo ovviamente non si può fare, è contro la procedura, ma sono io il matto non devo mica ricordarle io le regole. Entro nel bagno e non c’è nessuno, mi guardo al grande specchio e non so come reagire. Davanti a me c’è quel ragazzo che ho visto tutti i giorni negli ultimi diciotto anni ma dal suo sguardo sembra che non gli interessi essere al mondo, è un’anima che vaga, non è più neanche un essere. Di colpo si attiva il rubinetto e comincia a scendere dell’acqua fredda, poi vedo Asia affianco a me. Non sorride, mi guarda severa, adesso sembra più grande, non dimostra più solo otto anni.  

“Tutto questo è colpa tua, te ne rendi conto vero?” 

Sussulta, forse non si aspettava che le parlassi in questo modo. Non si aspettava che il ragazzo cadaverico che si trova davanti riuscisse ancora a parlare.  

“Sei tu che l’hai voluto, ti ho detto di stare attento, sei tu che sei tornato nel cimitero, che l’hai seguita e che hai aggredito tua madre” 

“Io non ho aggredito mia madre! Sei stata tu! Tu e i tuoi amichetti, mi guardate sempre lo so, sento i vostri sguardi dilaniarmi la pelle. Perché lo fate? Ci sono solo io? Qualche altro ragazzo è coinvolto?” 

“Coinvolto in cosa? Nei tuoi pensieri ossessivi? Nei tuoi incubi? Nella tua schizofrenia? Non ti rendi conto che io esisto solo perché tu vuoi che sia cosi?” 

“Non è vero, lo so che stai mentendo. Tu esisti e anche tutti gli altri, voglio sapere perché, voglio sapere chi siete, cosa volete da me” 

“Noi siamo ciò che sei tu, o meglio, ciò che sarai. Manca poco te lo prometto, resisti e avrai tutte le risposte”  

“poco per cosa? Poco per cosa!”  

Probabilmente ho urlato perché nel bagno sono entrati vari infermieri e medici con una faccia molto preoccupata e quei maledetti aghi in mano. Io sono a terra in ginocchio sotto il rubinetto, piango e sto ancora urlando, anche se Asia non c’è più. 

Di cosa volete che si parli nel prossimo capitolo?

  • Dell'incontro con Asia (71%)
    71
  • Della nuova vita del protagonista (14%)
    14
  • Del rapporto con la madre (14%)
    14
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