Il piccolo rifugio di miss Thompson

Il brefotrofio

Il brefotrofio di Wych Street, chiamato anche “Il piccolo rifugio di Miss Thompson”, non è un luogo allegro. Tutto sembra ricoperto di polvere, tristezza e grigiume.

Probabilmente, in un’altra epoca e in un altro luogo, l’ampio atrio sarebbe apparso luminoso, con la sua carta da parati a righe bianche e rosa antico. Al contrario, ciò che appare davanti ai nostri occhi, è solo un misto di diverse tonalità di marrone a causa della sporcizia.

Fermandoci poco oltre la soglia, con uno sforzo possiamo persino immaginare delle piccole chiazze di luce colorata, provenienti dal sole che filtra attraverso i vetri multicolore sopra la porta, giocare sui primi gradini della scala di legno massiccio che conduce al piano superiore. Ma il legno della scala è quasi nero, e la fuliggine di carbone che impregna l’aria all’esterno ha intrappolato quasi del tutto i vetri colorati sotto il suo pesante manto.

Chiudiamo gli occhi, lasciamo che quella luce piatta e grigia resti al di fuori dei nostri pensieri. Concentriamoci invece sui rumori, sugli odori. Ci piacerebbe immaginare le risa di bambini che corrono attorno a noi, seguite dal rumore attutito di piedini nudi sulle assi di legno. Se siamo particolarmente bravi, potremmo anche  percepire sulla pelle il movimento dell’aria che quei furfantelli hanno disturbato con il loro rapido passaggio, e subito dopo giungerebbe alle nostre narici quel profumo particolare e indescrivibile che hanno i bambini: un misto di sapone, di biscotti rubati dalla dispensa e di spensieratezza.

Ma di nuovo, questa confortevole immagine non può durare a lungo. Veniamo violentemente riportati alla realtà. Dura. Amara. E così maledettamente vera.

Nella Londra del 1892 non esiste vita facile per la moltitudine di bambini non voluti, comunque nati, e poi gettati in pasto alla vita.

Il Piccolo rifugio non è altro che un grosso edificio londinese come migliaia di altri: mattoni che una volta dovevano essere stati rossi, una piccola scalinata (un tempo bianca?) che conduce al portone in legno sormontato da una  vetrata semicircolare, finestre disposte in file regolari come decine di occhi mai stanchi ma nemmeno mai, veramente, vivi. Ad un osservatore meno attento di noi – suvvia, diciamocelo pure – a tutti coloro che più o meno consapevolmente passano oltre cercando di non pensare al vero motivo per cui esistono edifici come questo, potrebbero facilmente sfuggire numerosi  dettagli. Ma non è lo stesso per noi, che siamo giunti qui appositamente per varcare la soglia di questo luogo. Per vedere cosa si nasconde dietro i vetri impolverati e spogli di ogni tenda. Per fare un tuffo nella quotidianità di quelle povere anime che conducono la loro esistenza in queste quattro mura.

Ecco, per me è giunto il momento di lasciarvi, vi ho accompagnato fino all’ingresso. Adesso arriva la parte in cui sparisco e vi lascio soli: spettatori silenziosi e invisibili di questa storia.

___ oOo ___

Un breve ma pungente alito di aria fredda e brumosa si insinua nell’atrio del brefotrofio, seguito dalla figura minuta di una giovane donna. Il suo sguardo vaga per gli ambienti, ma la donna non accenna a muoversi oltre. Rimane in piedi, immobile, con l’ombrellino ricamato sapientemente agganciato a un braccio. Il pallore sul suo volto – con la sola eccezione di un velo di rosa causato dal freddo sulle guance – risalta ancora di più sotto la leggera rete che dal cappellino le ricade sugli occhi. Eppure risulta evidente che non è la paura ad animare il suo sguardo. Le sue labbra trasmettono un qualcosa di indecifrabile, ma certo non paura. Forse dolore mascherato sotto una ostinata compostezza? O forse è solo ferma determinazione?

La sua attenzione è attirata in alto. Una seconda sagoma si staglia nera in cima alla scala. Tutto il lei incute timore reverenziale, un desiderio inspiegabile di arretrare di un passo, in posizione di difesa.

Solo una volta di fronte alla nuova arrivata, dopo aver sceso le scale con passo regolare e fastidiosamente lento, le mani in grembo, immobili una avvolta nell’altra, la padrona di casa decide che è il momento di presentarsi.

“Buonasera, sono Miss Thompson, proprietaria di questa attività. Con chi ho il piacere di parlare?”

Nonostante il mento rigidamente tenuto in alto da una fascia di velluto stretta al collo, la fulminea contrazione delle labbra in un moto di fastidio (e disgusto?) rivela, stavolta sì a chiunque – anche l’osservatore meno attento – , che per la signorina Thompson quell’incontro non preannunciato è tutto fuorché un piacere.

Dopo un attimo di silenzio, la giovane donna riesce a rispondere con voce più stentorea di quanto lei stessa avrebbe mai creduto:

“Buonasera a lei. Mi chiamo Prudence Evans, sono qui per – “

Un tonfo sordo al piano di sopra interrompe la frase, seguito da una serie di colpi più ovattati e rapidi. Poi silenzio.

Le due donne, che avevano alzato gli occhi verso il soffitto, come ai comandi di un direttore d’orchestra invisibile li riabbassano all’unisono per tornare a fissarsi.

Chi è Prudence Evans?

  • Una giovane maestra in cerca di lavoro. Ha saputo che di recente si è liberato un posto da istitutrice per i bambini in età scolare. (69%)
    69
  • Una donna che recentemente ha perso il figlio appena nato. Desidererebbe vedere i bambini per adottarne uno. (6%)
    6
  • Una nuova dipendente dell'Ufficio sanità ed igiene, inviata per un controllo sulle condizioni del brefotrofio. (25%)
    25
Loading ... Loading ...
Categorie

Lascia un commento

21 Commenti

  • Un incipit molto promettente, soprattutto sapendo che è una storia horror. Mi piace come hai iniziato, in modo quasi cinematografico. Secondo me lo stile horror non sta nel linguaggio usato, ma semplicemente nella storia. Amo quando c’è il contrasto tra una narrazione dolce e spensierata e degli episodi misteriosi. Seguo la storia!

  • Ciao. Un buon incipit. La prima parte con la voce narrante che accompagna il lettore fino alla soglia del portone del piccolo rifugio è molto efficace e suggestiva. Tuttavia per come è scritta mi sembra onestamente poco adatta al genere. Sarà anche l’ambientazione londinese ma a me è venuto subito da pensare al Bert di Mary Poppins che parla direttamente allo spettatore e lo accompagna fino alla casa dei Banks. Nella seconda parte passi a uno stile più consono al genere, almeno a mio modo di vedere. E fai
    bene. Miss Thompson incuriosisce. Come la sua ospite del resto. Per me è una giovane maestra…

    • Ti ringrazio molto di avere condiviso il tuo modo di vedere. Dato che non scrivo molto ogni consiglio è ben accetto, soprattutto se serve a migliorarmi!
      Onestamente (e un po’ vergognosamente, lo ammetto) non ho letto Mary Poppins. Chiedo venia.
      L’idea che avevo in mente era più un incipit alla King, che a volte inizia i suoi romanzi accompagnando il lettore a conoscere la cittadina in cui si svolgeranno gli eventi.
      Comunque, davvero grazie, cercherò di raddrizzare il tiro in futuro!

  • Di solito non leggo Horror. Questo titolo, la sinossi e la bella nota sull’autore sono stati però un richiamo irresistibile. È bene ho fatto.
    Un incipit magistrale, un lungo piano sequenza che ci riporta a ritroso dall’atrio all’ingresso del brefotrofio accompagnati dal narratore-guida. Ci mette in guardia, attraverso i dettagli, su quello che potremo trovare una volta lasciati soli, in balia delle nostre scelte. Potentissimo incipit.
    Al cospetto di Prudence e Miss Thompson, ora che non ci porti più per mano, ci metti davanti a tre belle opzioni, tre vere e proprie strade. Non amo l’horror e scelgo la via apparentemente più rassicurante, che mi fa intravedere una speranza: Prudence è una giovane maestra.
    A questo punto non posso non seguirti.

  • Ciao, mi piace molto il tuo modo di scrivere e di presentare le immagini e i personaggi. La grammatica è perfetta (ho imparato a non dare questa cosa per scontata) e sono curiosa di vedere cosa accadrà. Voto per la maestra perchè mi piacerebbe vedere la protagonista a stretto contatto coi bambini…perchè i bambini sono inquietanti e onnipresenti nei miei horror preferiti. Seguo la storia!

    • Grazie! Ma non pensi di essere stata troppo buona?
      Quando scrivo mi impongo sempre di essere il più semplice possibile, ma niente, è più forte di me. Non ci riesco. Mi involvo in frasi che poi mi paiono sempre esagerate, contorte. Direi a volte rococò!
      Il terrore è sempre quello di diventare pedante e soprattutto di infilare qualche erroraccio nelle mie frasi tutte fatte di incisi e sospensioni.
      Il tuo commento mi rincuora!
      Grazie della fiducia.
      Vediamo che ne sarà della nostra Prudence.

  • Questo sito usa i cookies per migliorare l'esperienza utente. Cliccando su Accetto acconsenti all'utilizzo di cookie tecnici e obbligatori e all'invio di statistiche anonime sull'uso del sito maggiori informazioni

    Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

    Chiudi