Dove eravamo rimasti?
Una volta aperti gli occhiSara chiuse gli occhi anche se in preda alle lacrime.
Rivide quella porta chiudersi almeno altre mille volte: Davide se ne era andato, alla fine lo aveva fatto davvero.
Si scaraventò contro di essa con foga, il dolore alle mani non era nulla rispetto a quello che si sentiva dentro.
Continuò a singhiozzare fin quando, a letto, il sonno non le offrì un minimo di conforto.
Quella notte il fantasma della solitudine tornò a tormentarla come non le succedeva da un po’.
Si ritrovò in una strada buia, a correre, ansimante.
Si fermò in preda al panico: si accorse di non avere una meta, di non avere un appoggio.
Il terreno sotto i suoi piedi si sgretolò come tutti i suoi sogni, le sue certezze: cadde giù.
L’atterraggio non fu di certo morbido.
Provò a muovere le mani e a rialzarsi, nulla: non riuscì a spostarsi di un millimetro. Si sentì imprigionata nel suo stesso corpo.
Sentì come una nebbia avvolgerla, si accorse di avere freddo,e lei lottò, lottò contro di essa nonostante la stanchezza, nonostante tutto.
Una goccia le piovve sul viso, percorse parte della sua guancia destra fino a depositarsi tra le sue labbra, quel liquido dal sapore strano non poteva essere pioggia: la verità era che sapeva di lacrime.
Tentò ancora una volta di aprire gli occhi.
Quando ci riuscì le luci a neon sul soffitto della stanza 35 la costrinsero a socchiuderli.
Elena era lì, provata da evidenti notti insonni. Le lacrime avevano scavato solchi profondi sulle sue gote. Era invecchiata. Sua madre era di colpo invecchiata.
La ragazza riuscì a girare il capo, le doleva, come non mai. Fu allora che notò un ago conficcato nel proprio braccio sinistro.
Non capiva, davvero non riusciva a capire.
Lisa comparve sulla porta con un mazzo di fiori, i suoi preferiti: tulipani.
Sul suo viso spento si accese pian piano un sorriso.
Elena si destò improvvisamente, stropicciò gli occhi incredula.
L’abbracciò forte quasi dimenticandosi di fare attenzione al suo corpo fragile provato da tre dure settimane di coma farmacologico.
Sara tentò di parlare, tutto fu vano. Riuscì ad emettere solo suoni sconnessi.
Poi con enorme fatica « L-u-c-a ».
Silenzio.
Istintivamente si portò le mani all’altezza della pancia. Una fitta di dolore s’irradiò velocemente da lì cogliendola di sorpresa.
Lacrime silenziose le inondarono gli occhi.
Ora ricordava tutto.
Marco si era lasciato prendere da un attacco violento di rabbia. L’aveva colpita senza esitare.
Sara aveva tentato di proteggersi, di proteggere il suo bambino.
Lui non lo voleva. Lui non lo avrebbe mai amato.
L’aborto era stato inevitabile.
Lisa si precipitò verso quel letto d’ospedale, la strinse alla meglio e lei si lasciò avvolgere dalle sue braccia come una coperta calda, tremava.
Quando il sonno riprese nuovamente possesso del suo corpo, rimase nel silenzio dei suoi pensieri.
Luca era stato tra le sue braccia, lei aveva potuto accarezzargli i morbidi capelli bruni, lo aveva fatto anche Davide.
Non riusciva ad accettare che in realtà non fosse mai nato: era stato tutto così maledettamente reale.
-Bambino mio- lo invocò mentalmente con disperazione.
Si sentiva svuotata, priva di voglia di vivere.
Si sentiva intrappolata, lontano da ogni cosa, a un passo da quell’amore fallace, a un passo dal possibile, un possibile purtroppo irrealizzabile.

02/01/2014 at 01:27
Letto anche questo cucciola bravissima è stupendo =)