Alice e Marco
Alice era nel suo letto. Pioveva a dirotto. Il rumore nella stanza era assordante. Le finestre, sferzate da folate di vento e dalla pioggia, urlavano tutto il loro disappunto. I vetri erano grigi e informi come cataratta. La luce fioca che trapelava nella stanza rendeva tutto indistinto come sagome di un vecchio teatro cinese.
La finestra al lato del letto proiettava una luce obliqua che investiva una buona metà di un poster senza cornice. Vi si scorgeva un’improbabile fermata di autobus nel bel mezzo di un prato che si estendeva ininterrotto all’orizzonte. Un cartello indicava che da lì passava la linea 14.
Dal suo letto Alice non poteva leggerlo ma, chissà perché, lo sapeva. Due amanti erano distesi nudi ai piedi del cartello. L’erba alta celava solo in parte l’atto amoroso, mostrando il capo della donna, affondato sul ventre glabro dell’uomo. Alice non rifletté sui dettagli, non aveva mai visto quel poster, era osceno, di dubbio gusto, ne era infastidita.
Mai si sarebbe sognata di esporlo in casa sua, men che meno nella sua camera da letto. Si alzò con fatica. Non si sentiva stanca ma i suoi movimenti gli costavano un insolito sforzo, come accade quando ci si muove nell’acqua.
Quando fu in piedi vide di fronte a lei un grande specchio da camera che occupava l’angolo tra l’armadio e la porta. Rifletteva una ragazza con indosso una t-shirt bianca di almeno due misure più grande con il logo dell’Hard Rock cafè di Dublino stampato al centro. La scritta che vide nello specchio avrebbe dovuto essere al contrario ma lei non ci fece caso. Non era mai stata all’Hard Rock di Dublino. Non era nemmeno mai stata in Irlanda. E comunque la t-shirt non era sua.
Sul pavimento, ai piedi dello specchio, c’erano due Timberland da uomo. Era confusa, e poi non c’era mai stato uno specchio lì. La stanza le appariva sempre più aliena. La sua mente era attraversata da mille pensieri, tutti incoerenti. Era la sua stanza eppure non lo era, non proprio. Non riusciva a pensare, era spaventata, voleva uscire. Raggiunse la porta quasi correndo e l’aprì.
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A Marco piaceva stare lì, ci andava ogni volta che poteva, gli dava un senso di pace. Era l’unico posto in cui l’inquietudine di una vita, che non era andata come avrebbe voluto, si dissolveva come fumo al vento. Il lavoro da impiegato lo sviliva. Sognava di viaggiare tanto, di incontrare gente, di scrivere, raccontando ciò che vedeva. Parlava perfettamente tre lingue, aveva conseguito un master in giornalismo internazionale ma il lavoro da archivista presso la biblioteca pubblica fu quanto di meglio riuscì a trovare.
Avrebbe voluto mollare tutto e ricominciare daccapo. Ma non ne trovava il coraggio. Aveva una figlia a cui pensare, l’amava moltissimo. Divenne padre che era poco più di un ragazzino, la adorava e non sapeva starle lontano. Aveva sposato la donna che l’aveva messa al mondo dopo soli due mesi dal loro primo incontro, senza alcuna esitazione. Ne era pazzamente innamorato. Ora non più, credeva. Molte cose erano cambiate da allora.
Dal muretto di pietre su cui soleva sedere, ammirava un panorama di eccezionale bellezza. Osservava una distesa verde che si estendeva in ogni direzione a perdita d’occhio. Una sensazione di deja vu lo colpì. Gli tornò alla memoria quel suo unico viaggio, fu in Irlanda. Erano trascorsi dieci anni, ma il ricordo di quelle atmosfere e degli sconfinati pascoli verdi era nitido e presente come immagini di un film sullo schermo di un cinema.
Una linea continua e ondulata segnava il finire della terra e l’inizio del cielo più azzurro che avesse mai visto. Un cielo stranamente privo di vita: non una nuvola, non un uccello in volo. Questa considerazione lo allarmò. Si guardò intorno, quel luogo non era esattamente il posto in cui credeva di essere, non esattamente.
Un silenzio irreale glielo confermò. I grilli, il cui frinire era chiassoso come ovazioni in uno stadio gremito, erano muti. Anche il suono sommesso dei veicoli in transito proveniente dalla strada era scomparso.
Sarebbe rimasto lì ancora un po’, ma aveva caldo. Decise di ritornare a casa, e si avviò in direzione del sentiero che costeggiava il muretto ma qualcosa lo disorientò. Si guardò alle spalle. Era confuso, si voltò nuovamente verso il sentiero e trasalì. Il sentiero non c’era più. Al suo posto solo erba alta, verde e folta. L’ansia cominciava a serpeggiare appena sotto la soglia della sua coscienza. Ma il muretto c’era ancora, così puntò in direzione del luogo dove prima finiva il sentiero e cominciò a correre.
C'è qualcosa che lega le due situazioni che Alice e Marco stanno vivendo. Come intendiamo saperne di più?
- Proseguiamo con ciò che sta accadendo a nostri due primi protagonisti (58%)
- Vogliamo indagare sulla linea 14 e sulla fermata raffigurata nel poster di Alice (33%)
- Scopriamo se altri personaggi della storia vivono qualcosa di simile (8%)

11/05/2015 at 11:10
Una fine da leggere senza prendere fiato…anche io mi aggrego all’auspicio espresso dalla community e ti chiedo di non sparire…attendiamo ansiosi la prossima storia…magari di altro genere!!!!
un arrivederci quindi alla prossima occasione!
10/05/2015 at 15:34
wow, bellissimo episodio finale!
Storia davvero avvincente.
eh… non ci provare a sparire, adesso!
Non dire che non scriverai altro, tu devi scrivere e io aspetto di leggere una tua nuova storia! Capito????
11/05/2015 at 00:15
grazie cara. Conta molto per me il tuo auspicio.
Magari riprenderò la penna ma vorrei godermi il momento per un po’
Ricordo ancora il 3 che la mia professoressa di letteratura mi diede nella prova di ingresso alle superiori.
10/05/2015 at 11:01
Credo che una nota dell’autore sia dovuta, per ringraziarvi tutti innanzitutto.
I tanti che mi hanno seguito e i pochi che hanno avuto la pazienza di farlo fino in fondo.
Via tempo venis.
In esperanto sta per “Il momento è giunto”.
Come tutte le cose anche Linea 14 giunge al termine.
E’ stato avvincente ed emozionante condurre in porto la mia opera prima (e forse ultima). Con tutti i miei limiti e, credetemi, senza un briciolo di presunzione coccolerò a morte questo mio primo figlio letterario. Certamente non più bello di migliaia di altri figli partoriti in questo mondo. Ma, ragazzi, un figlio è un figlio. Lo ami senza ritegno, costi quel che costi.
Per questo infinita gratitudine va agli ideatori di questa piattaforma, senza la quale, probabilmente non avrei trovato ragioni valide per portare questo viaggio a destinazione.
Nondimeno un abbraccio a tutti voi, la TI-Community, che rendete questa piattaforma speciale e che, come me, avete avuto il coraggio di affrontare almeno una volta la “Bestia”.
Non abbiate mai timore di affrontarla, nella lotta fa meno paura.
Lottate e vincete ragazzi.
Lottate e vincete!
:*
10/05/2015 at 10:52
UAU! SEGUITO! SEGUITO! SEGUITO! 😀 😀 😀
Ciao 🙂
10/05/2015 at 11:04
Grazie per esserci stato fino alla fine RD.
Un abbraccio.
05/05/2015 at 18:23
Vogliamo un seguito!!!! 😀
04/05/2015 at 20:00
Per la prima volta il mio voto va con la maggioranza… di solito sono sempre in minoranza 🙂 ma io vorrei un colpo di scena e – se possibile – un seguito.
Non ho potuto seguirti come si deve, ogni tanto dovevo recuperare, un po’ perché ogni tanto sparisci… un po’ perché sono stata dimessa ieri dall’ennesimo ricovero in ospedale … e ogni tanto sparisco anch’io, per questo. 🙂 però la tua mente creativa è imperdibile.
Continuo a seguirti volentieri.
04/05/2015 at 21:43
Cavoli! Spero sia tutto superato adesso.
E’ vero ogni tanto sono risucchiato dal lavoro. Però prometto che l’ultimo capitolo non si farà attendere.
30/04/2015 at 21:51
Ovviamente la promessa di un seguito. Non puoi preparare tutta una storia disseminando indizi per 9 capitoli, risolverla nell’ultimo e fine. Vogliamo di più!
01/05/2015 at 17:06
cavoli che responsabilità… o_O
28/04/2015 at 17:12
Ciao. 🙂 Colpo di scena.
27/04/2015 at 14:07
sono sicura che non ci sorprenderai lasciandoci senza…colpi di scena!!!!