Respiri sotterranei

Dove eravamo rimasti?

Iniziamo ad esplorare il tunnel. Da quale zona partiamo? La zona “tecnica” (67%)

Primi problemi

C’era un altro rumore che, oltre alla pioggia, ci ricordava costantemente quanto la nostra vita – o ciò che ne restava – fosse ormai diversa da quella di un tempo: lo sferragliamento dei macchinari nella zona tecnica.
Non si trattava di una stanza particolarmente ampia, eppure da essa dipendeva una parte essenziale della nostra sopravvivenza.
Era stata ricavata in uno degli ambienti laterali del tunnel, adattando uno spazio che, in origine, non era stato progettato per ospitare nessuno; eppure proprio lì dentro, in uno spazio destinato a rimanere per sempre orfano di qualsiasi presenza umana, tra cavi, tubature e macchinari che nessuno si azzardava a spegnere senza un motivo preciso, il confine tra il vivere e lo smettere di farlo sembrava ridursi a una questione di manutenzione.
Per raggiungerla bisognava attraversare buona parte del tunnel, superando quelli gli spazi che, col passare degli anni, avevamo imparato a chiamare casa.
Casa.
Quattro lettere per indicare qualcosa che molti non avevano mai conosciuto davvero, eppure nessuno sembrava disposto a chiamarlo in un altro modo forse perché rifugio sapeva troppo di provvisorio, e provvisorio significava che, prima o poi, avremmo dovuto andarcene.
Ed allora sì che sarebbe finito tutto.
Non capitava spesso che io andassi li, ma quel giorno si sarebbe tenuto il Consiglio del Veterani ed erano in molti a prendervi parte, dunque occorreva sostituirli nelle loro mansioni.
Ecco perché mi trovavo in quella zona del tunnel.
Lungo il tragitto una coperta sbiadita separava due giacigli, garantendo ai loro occupanti una parvenza di privacy che nessuno si sarebbe sognato di mettere in discussione.
Proseguii senza voltarmi.
Nel punto in cui il corridoio si restringeva, dovetti abbassare la testa per evitare una tubatura che sporgeva dalla parete.
Il metallo era umido sotto le dita, coperto da una patina scura che avevo smesso da tempo di chiedermi come rimuovere.
Più mi avvicinavo alla zona tecnica, più l’aria diventava calda e pesante, impregnata dell’odore acre di polvere, olio e umidità stagnante.
Il pavimento vibrava sotto gli stivali, trasmettendomi attraverso le suole il battito irregolare delle macchine.
A volte mi chiedevo se, una volta tornata in superficie, avrei continuato a sentirlo o se, al contrario, il silenzio mi sarebbe sembrato davvero silenzio o solo il segnale che qualcosa avesse smesso di funzionare.
«Sei in ritardo»
La voce arrivò da dietro la porta socchiusa della sala tecnica, strappandomi a quei pensieri insediatosi nella mia mente senza chiederne il permesso
«Buongiorno anche a te, Elias»
Spinsi la porta con la spalla.
Sul lato destro, il quadro elettrico occupava quasi tutta la parete.
Una fila di interruttori era stata numerata a mano, con grafie diverse che tradivano le modifiche apportate nel corso degli anni. Sotto, qualcuno aveva fissato con del nastro adesivo un foglio unto, aggiornato con i valori dell’ultimo controllo.
Al centro della stanza, inginocchiato davanti a un pannello aperto, c’era Elias.
«Sai che esiste una cosa chiamata bussare?» disse, senza voltarsi.
«Sai che esiste una cosa chiamata porta? Potresti chiuderla, ogni tanto»
«E poi come faccio a sapere se sta arrivando qualcuno?»
«Potresti provare a usare gli occhi»
Elias sollevò finalmente la testa e mi rivolse un sorriso stanco.
«Spiritosa. Hai dormito bene?»
«Da dio»
«Si vede»
Era una delle poche persone nel tunnel capaci di farmi perdere la pazienza senza riuscire davvero a irritarmi: almeno con lui potevo concedermi il lusso di essere intrattabile senza fornire troppe spiegazioni.
«Che cosa si è rotto?» domandai, avvicinandomi.
«Per il momento? Niente»
Mi fermai accanto a lui sollevando un sopracciglio.
«E allora perché mi hanno mandata qui?»
«Perche ho bisogno di aiuto per evitare che si rompa questo» mi rispose, ed indico con un rapido gesto del mento il groviglio di cavi davanti a sé.
«La tensione continua a oscillare. Se non stacchiamo qualcosa, rischiamo di far saltare l’intero impianto di areazione, e se succedesse…» provò a spiegare, ma non ascoltai.
Sapevo benissimo cosa sarebbe accaduto: senza aria, quel luogo si sarebbe trasformato in una trappola mortale.
Avremmo avuto una sola scelta: salire in superficie, ma anche lì avremmo avuto poche possibilità di sopravvivenza.
Se solo quella maledettissima luce…
«Volevo prima capire se fosse un problema del quadro o se arrivasse da più a monte»
Per la prima volta da quando ero entrata, mi accorsi che aveva smesso di lavorare.
Elias non era uno che si spaventava facilmente.
Era capace di passare ore a imprecare contro un motore senza perdere la pazienza, e una volta aveva trascorso un’intera notte a riparare una pompa con due dita fasciate e la febbre abbastanza alta da farlo barcollare.
Se c’era qualcosa che non gli piaceva, di solito lo diceva con una battuta e poi ci lavorava finché non riusciva a venirne a capo.
Quella volta, invece, fissava il foglio dei valori senza toccare nulla. 

Elias ha trovato un valore che non riesce a spiegare. Come dovrebbero procedere?

  • Controllare i vecchi registri della manutenzione, per capire se qualcuno avesse già notato quell'anomalia (100%)
    100
  • Avvertire immediatamente un Veterano (0%)
    0
  • Cercare con lui l'origine del dato senza coinvolgere i Veterani (0%)
    0
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8 Commenti

  • Ciao, Rossella.
    Voto i vecchi registri, chissà che non venga fuori qualche segreto dal passato.
    Racconto distopico, ma forse nemmeno troppo, visto come vanno le cose nel mondo. I nostri eroi dovranno fare i conti con problemi di ogni tipo, vivere nel sottosuolo può provocare tanti problemi, ma per ora occupiamoci del problema attuale.

    Alla prossima!

    • Ciao e grazie per il passaggio ☺️
      Purtroppo devo darti ragione e, leggendo le tue parole, mi è tornata in mente una citazione di Gibson: «Il futuro è già qui, solo che non è ancora equamente distribuito».
      E forse è proprio questo l’aspetto più inquietante delle distopie: sembrano raccontarci un futuro lontano, quando in realtà non fanno altro che portare alle estreme conseguenze dinamiche che sono già presenti nel mondo.
      E, magari, scavando nel passato alla ricerca di segreti, finiranno per scoprire qualcosa che riguarda molto più da vicino il loro presente.
      Spero che questa storia possa continuare a piacerti, alla prossima e grazie ancora!
      Ross

    • Ciao e grazie per la visita!
      Sono felice che questa storia stia riuscendo a incuriosirti perché, a essere del tutto sincera, non ho ancora le idee chiarissime nemmeno io su quale direzione prenderà 😅.
      La speranza è quella di riuscire a costruire qualcosa di un po’ diverso, senza cadere nei soliti cliché, anche se non posso ancora garantire nulla!
      Grazie ancora per essere passato e per avermi lasciato un commento.
      A presto!
      Ross

  • Voto la zona tecnica!

    Ciao! Incipit interessante. Da un lato sembra ci sia una guerra in corso, dall’altro sembra che la guerra sia cessata ma loro sono troppo abituati ad essa e/o credono ancora che ci sia. In realtà la storia si può sviluppare anche in filoni diversi dal realistico (ed un po’ lo vorrei o rischia di divenire pesante). Intanto sappiamo che la nostra protagonista è divenuta combattente… combattente di cosa però non si sa. Forse di se stessa?

    Ciao 🙂

    • Ciao, e grazie per il passaggio e per il commento ☺️
      Come sempre, no: le tematiche “semplici” non rispecchiano proprio i miei gusti, evidentemente devo complicarmi la vita anche quando scrivo😂
      Condivido in pieno l’idea di spostarsi su più filoni andando oltre quello puramente “bellico”; anzi è proprio uno degli obiettivi che mi sono posto con questa storia, poi vedremo cosa ne verrà fuori. 😅
      Ri-confermo, infatti, che al momento non ho ancora un’idea del tutto chiara di dove voglio portarla: sarà molto un work in progress e, a dirla tutta, questa cosa mi stuzzica non poco.
      E sul “combattente di cosa? Forse di se stessa?”… diciamo che non è una domanda così campata per aria, ma per ora non mi sbilancio, che poi mi tocca davvero sapere cosa sto combinando.
      A presto!
      Ross

  • Ciao, bentornata.
    Hai scelto un tema di vera sttualità, visto il numero di persone che per un verso o per un altro si ritrovano a “vivere” oggi in un tunnel. Qui la situazione sembra perfino oltre, penso a un formicaio, a un ritorno alle grotte della preistoria.
    Detto questo, e visto il tema, ti auguro di trovare, tu, una strada per tenerci incollati alla storia di chi realmente oggi vive questo dramma.
    Voto l’infermieria, a presto.
    🙋‍♂️🌻

    • Ciao e grazie per il passaggio ☺️
      Ti dico la verità: non so ancora dove mi/ci porterà questa storia: è più una di quelle che, mentre la scrivi, sembra quasi prendere una direzione propria e sto cercando di capire anch’io dove voglia condurmi (e, onestamente, ciò non mi dispiace).
      In realtà non sapevo bene nemmeno in che categoria inserirla perché non vorrei che diventasse la “solita” (triste) storia che ruota intorno alla guerra e agli eventi bellici (spero di riuscirci nei prossimi capitoli).
      L’idea del tunnel, del formicaio, delle grotte preistoriche che hai evocato mi sembra molto vicina a quello che vorrei trasmettere: non tanto la guerra in sé, ma una sorta di regressione, di vita sospesa e sotterranea.
      E grazie anche per il voto all’infermeria: vediamo se riesco a farla diventare una strada che valga la pena seguire 😉
      A presto!
      Ross

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