Respiri sotterranei

I rumori della vita

Frastornante.

Sì, avrei utilizzato proprio quell’aggettivo se mi avessero chiesto di descrivere il – nostro – tunnel in una sola parola.
E a renderlo tale non era soltanto il continuo vociare dei soldati impegnati a discutere sulla miglior strategia da mettere in atto per aggirare il nemico là fuori: ogni volta iniziavano parlando a bassa voce, poi qualcuno alzava il tono, un altro lo zittiva e, dopo appena qualche secondo, la discussione ricominciava da capo quasi che, ripetendo abbastanza volte le stesse parole, potessimo riuscire a trovare una via d’uscita che non esisteva.
Non erano nemmeno le chiacchiere allegre dei bambini che – imperterriti, o forse soltanto troppo utopisti – raccontavano dei desideri che avrebbero realizzato quando avrebbero visto per la prima volta la luce.
La luce vera.
Quella che scalda la pelle.
Non quella fredda e tremolante dei neon che avevamo installato affinchè l’oscurità non inghiottisse anche quel poco di vita che ci eravamo ostinati a trascinare fin laggiù.
Quelle dei bambini erano voci quasi fuori posto in quel buco scavato sotto la terra; mi perdevo spesso ad ascoltarle, ed ogni volta non potevo far a meno di chiedermi se anch’io, un tempo, fossi stata capace di immaginare un futuro senza paura.
Ma tra tutti c’era un rumore che finiva sempre per sovrastare gli altri e raggiungermi: quello delle gocce di pioggia che riuscivano a filtrare fin laggiù, metri e metri sotto terra, e cadevano una dopo l’altra risuonando sul ferro del tunnel.
Era un suono leggero, quasi insignificante, eppure si trasformava sempre in un sadico promemoria del fatto che, là fuori, la vita stesse continuando nonostante tutto.
Non la vita di prima, certo, perchè quella era già morta da tempo.
Ma qualcosa c’era, e continuava ad esistere, evolversi, marcire perfino, mentre noi, là sotto, potevamo solo sperare che la nostra, di vita, facesse altrettanto.
Dal lato opposto, due ragazzi poco più grandi di quei bambini stavano imparando a smontare un vecchio fucile sotto lo sguardo vigile di un Veterano mentre il calcio del fucile passava velocemente da una mano all’altra.
«No. Così» disse il Veterano con una calma fredda che fece quasi più paura di qualsiasi urlo, poi afferrò il polso di uno dei ragazzi e gli raddrizzò le dita.
«Se ti trema la mano, muori»
Solo che quelle erano mani che avrebbero dovuto impiastricciarsi di colore, arrampicarsi sugli alberi, ferirsi giocando, ed invece dovevano imparare a riconoscere il peso della morte.
Ma nessuno sembrava farci più caso perché, forse, a un certo punto, ci si abitua a tutto.
Anche a guardare un bambino imparare come uccidere.
Intanto Walter – uno dei primi Veterani a prendere la decisione di scendere in quella che sarebbe poi diventata la nostra casa – era inginocchiato davanti a una vecchia grata di ferro mentre teneva stretta tra i denti una torcia.
Non era un compito da svolgere a cuor leggero: quella grata sarebbe stata posizionata per proteggere l’ingresso nord-ovest del tunnel, quello che dava direttamente su ció che, in un tempo che ormai sembrava più lontano di un ricordo sbiadito, era stata la piazza principale della città.
Una volta lì c’erano negozi, finestre illuminate, bambini che correvano, persone che avevano il lusso di lamentarsi di cose insignificanti senza sapere quanto sarebbe costato loro rimpiangerle.
Un sorriso sarcastico – di quelli che nascono più per sopravvivere che per vero divertimento – mi sfiorò le labbra mentre ripensai a quanto quel tempo mi sembrasse lontano, quando erano in realtà trascorsi meno di sette anni.
Sette anni.
A volte mi sembrava impossibile che potessero bastare così pochi anni per distruggere una persona e ricostruirla in qualcosa che non aveva mai chiesto di diventare, perché quei sette anni erano bastati per trasformarmi non soltanto da ragazzina ad adulta, ma da semplice persona a combattente.
La cosa assurda, più di quanto non lo sia diventata la nostra esistenza, è che non ricordo neanche il momento esatto in cui sia successo: era accaduto lentamente, una fuga alla volta, una notte insonne alla volta, e ogni volta che avevo imparato qualcosa che avrei preferito non sapere.
Ed io, ormai, non potevo più far a meno di chiedermi se fosse quello che la resilienza facesse a tutti: prendere ciò che si era e trasformarlo istante dopo istante finché non rimaneva soltanto ciò che serviva per sopravvivere.
E, quando aveva finito, ti lasciava lì, sopravvissuto ad un vuoto che ti dilania ogni giorno dall’interno e ti rende abbastanza cambiato da non riconoscerti più.
Come era successo al nostro tunnel: era stato scavato molti anni prima per ospitare una linea della metropolitana che non venne mai completata, così quello che doveva essere un luogo di passaggio venne trasformato in un luogo nel quale restare.
Ogni spazio aveva una funzione, ed ogni spazio era diventato tutto ciò che avevamo e di cui avevamo bisogno per sopravvivere.

Iniziamo ad esplorare il tunnel. Da quale zona partiamo?

  • La zona “tecnica” (67%)
    67
  • I dormitori (0%)
    0
  • L’infermiera (33%)
    33
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8 Commenti

  • Ciao, Rossella.
    Voto i vecchi registri, chissà che non venga fuori qualche segreto dal passato.
    Racconto distopico, ma forse nemmeno troppo, visto come vanno le cose nel mondo. I nostri eroi dovranno fare i conti con problemi di ogni tipo, vivere nel sottosuolo può provocare tanti problemi, ma per ora occupiamoci del problema attuale.

    Alla prossima!

    • Ciao e grazie per il passaggio ☺️
      Purtroppo devo darti ragione e, leggendo le tue parole, mi è tornata in mente una citazione di Gibson: «Il futuro è già qui, solo che non è ancora equamente distribuito».
      E forse è proprio questo l’aspetto più inquietante delle distopie: sembrano raccontarci un futuro lontano, quando in realtà non fanno altro che portare alle estreme conseguenze dinamiche che sono già presenti nel mondo.
      E, magari, scavando nel passato alla ricerca di segreti, finiranno per scoprire qualcosa che riguarda molto più da vicino il loro presente.
      Spero che questa storia possa continuare a piacerti, alla prossima e grazie ancora!
      Ross

    • Ciao e grazie per la visita!
      Sono felice che questa storia stia riuscendo a incuriosirti perché, a essere del tutto sincera, non ho ancora le idee chiarissime nemmeno io su quale direzione prenderà 😅.
      La speranza è quella di riuscire a costruire qualcosa di un po’ diverso, senza cadere nei soliti cliché, anche se non posso ancora garantire nulla!
      Grazie ancora per essere passato e per avermi lasciato un commento.
      A presto!
      Ross

  • Voto la zona tecnica!

    Ciao! Incipit interessante. Da un lato sembra ci sia una guerra in corso, dall’altro sembra che la guerra sia cessata ma loro sono troppo abituati ad essa e/o credono ancora che ci sia. In realtà la storia si può sviluppare anche in filoni diversi dal realistico (ed un po’ lo vorrei o rischia di divenire pesante). Intanto sappiamo che la nostra protagonista è divenuta combattente… combattente di cosa però non si sa. Forse di se stessa?

    Ciao 🙂

    • Ciao, e grazie per il passaggio e per il commento ☺️
      Come sempre, no: le tematiche “semplici” non rispecchiano proprio i miei gusti, evidentemente devo complicarmi la vita anche quando scrivo😂
      Condivido in pieno l’idea di spostarsi su più filoni andando oltre quello puramente “bellico”; anzi è proprio uno degli obiettivi che mi sono posto con questa storia, poi vedremo cosa ne verrà fuori. 😅
      Ri-confermo, infatti, che al momento non ho ancora un’idea del tutto chiara di dove voglio portarla: sarà molto un work in progress e, a dirla tutta, questa cosa mi stuzzica non poco.
      E sul “combattente di cosa? Forse di se stessa?”… diciamo che non è una domanda così campata per aria, ma per ora non mi sbilancio, che poi mi tocca davvero sapere cosa sto combinando.
      A presto!
      Ross

  • Ciao, bentornata.
    Hai scelto un tema di vera sttualità, visto il numero di persone che per un verso o per un altro si ritrovano a “vivere” oggi in un tunnel. Qui la situazione sembra perfino oltre, penso a un formicaio, a un ritorno alle grotte della preistoria.
    Detto questo, e visto il tema, ti auguro di trovare, tu, una strada per tenerci incollati alla storia di chi realmente oggi vive questo dramma.
    Voto l’infermieria, a presto.
    🙋‍♂️🌻

    • Ciao e grazie per il passaggio ☺️
      Ti dico la verità: non so ancora dove mi/ci porterà questa storia: è più una di quelle che, mentre la scrivi, sembra quasi prendere una direzione propria e sto cercando di capire anch’io dove voglia condurmi (e, onestamente, ciò non mi dispiace).
      In realtà non sapevo bene nemmeno in che categoria inserirla perché non vorrei che diventasse la “solita” (triste) storia che ruota intorno alla guerra e agli eventi bellici (spero di riuscirci nei prossimi capitoli).
      L’idea del tunnel, del formicaio, delle grotte preistoriche che hai evocato mi sembra molto vicina a quello che vorrei trasmettere: non tanto la guerra in sé, ma una sorta di regressione, di vita sospesa e sotterranea.
      E grazie anche per il voto all’infermeria: vediamo se riesco a farla diventare una strada che valga la pena seguire 😉
      A presto!
      Ross

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