Non ricordi?

Il dottor Rapagnetta

Un uomo, scortato da una guardia, entrò nella cella della prigione. La stanza era vuota, eccetto una brandina incastrata in un angolo e un tavolino al centro. L’uomo cercava qualcosa, un biglietto abbandonato lì da qualcuno stando a quanto aveva detto poco prima al capo del carcere. Lo trovò quasi subito, appoggiato sul pavimento sporco, accanto a quello che doveva essere il giaciglio dell’ex detenuto.
Raccolse il foglietto spiegazzato e se lo portò davanti agli occhi. Fu costretto ad indossare gli occhiali: la sua vista non era più come quella di una volta.

Questo fu quello che lesse:

“Il mio nome è Enrico Rapagnetta, meglio conosciuto come dottor Rapagnetta per via della mia professione. Questa è la mia confessione, tutto ciò che sto per svelarti, o lettore, è la pura verità, nient’altro che la verità.
Nella mia vita ho commesso tanti errori, forse anche troppi, ma ho fatto qualsiasi cosa per aiutare il mio paziente, qualsiasi cosa, davvero. Il mio agire è sempre stato finalizzato al bene, mai al male, e le mie intenzioni erano infinitamente distanti da quello che è accaduto realmente. In ballo c’erano le vite di molte altre persone e, certo, era necessario qualche sacrificio, ma su questo non ho nessun rimpianto.
Ora, ciò che sto per chiederti è un’ azione terribile e immorale. Ma chiunque tu sia, sia tu un ladro, un assassino, un pazzo, un comune cittadino incarcerato ingiustamente, non lo so, chiunque tu sia, ti prego, esaudisci questo mio desiderio: cercami e uccidimi. Sono una persona pericolosa, la mia memoria ha subito un trauma e non distinguo più i buoni dai cattivi. Questo breve momento di lucidità è di fondamentale importanza per me: con l’ultimo barlume di ragione che mi rimane ti imploro e ti supplico di uccidermi. Tra pochi secondi non avrò ricordo di ciò che ho scritto, forse opporrò resistenza, ma tu non esitare, ficcami una pallottola in testa. Ti prego.”

L’uomo sorrise compiaciuto, era proprio quello che cercava. Mantenedo l’espressione soddisfatta, si intascò il foglietto e tolse gli occhiali, riponendoli poi con cura nel taschino della camicia.
-Tutto a posto?-
Il guardiano lo aspettava ansioso alla porta della cella, dal modo in cui si sgranocchiava le unghie sembrava piuttosto agitato, evidentemente aveva altre faccende da sbrigare.
-Allora tutto bene, signore?-
-Sì… sì, possiamo andare.-
-Perfetto, esca che chiudo la cella.-
L’uomo uscì rapidamente. Voleva andarsene al più presto possibile da quel luogo, la prigione lo metteva a disagio, come tutte le cose silenziose e cupe d’altronde.
Improvvisamente sentì qualcosa di freddo tra le mani, qualcosa di metallico, e istintivamente abbassò lo sguardo. Ciò che vide lo lasciò di stucco: era certo di non aver afferrato niente mentre usciva dalla cella, ora, però, impugnava saldamente qualcosa: una Beretta serie 92, se non andava errato.
-Scusi, questa deve essere su… –
Ma il corpo della guardia giaceva a terra immobile, immerso in un lago di sangue. Il suo cranio presentava un bel buco in mezzo alla fronte e le cervella erano sparse un po’ dappertutto, qualcuna macchiava persino le pareti.
L’uomo, sbigottito, lasciò cadere la pistola. Cosa diavolo era successo? In quella stanza c’erano solo loro due e lui, fino a poco fa, impugnava un arma da fuoco. Chi era l’assassino? Si guardò intorno, scoprendo incredulo che l’unico essere vivente in quel settore della prigione era lui. Con la coda dell’occhio scorse un fogliettino spiegazzato per terra. Lo raccolse senza esitare, pensando che quell’oggetto avrebbe risolto tutti i suoi dubbi. Si infilò frettolosamente gli occhiali e lesse tutto d’un fiato.
Terminata la lettura abbandonò le braccia lungo il corpo in preda alla disperazione

– Chi è Enrico Rapagnetta?-

>Qualche tempo prima<
-Dottor Sircana, è un immenso onore e un piacere avervi qui. A quanto pare, sono riuscito a convocare il miglior strizzacervelli sulla piazza, non potevo pretendere di meglio.-
Il direttore della casa di cura era estasiato oltre ogni misura, la sola presenza del dottore lo mandava in visibilio.
-Anche per me è un piacere essere qui- rispose seccato il dottore: a quanto pareva, per lui non era affatto un piacere parlare col direttore. -Bando alle ciance, dove si trova il paziente? E’ di vitale importanza che io inizi subito la terapia.-
-Nella camera 208.-

-Benissimo, buona giornata- e si avviò verso la camera indicata.

Poi si bloccò, come se si fosse improvvisamente ricordato qualcosa di importante, e tornò indietro: -Ah, devo dirle una cosa.-

-Dica pure-

-Devo chiederle un favore: io non uso il mio vero nome coi pazienti, sa, ci tengo a preservare la mia incolumità nel caso uno di loro fuggisse dalla casa e venisse a cercarmi con l’intento di uccidermi. In passato non è successo, ma coi pazzi non si può mai essere sicuri di niente. Ora, ciò che le chiedo è di utilizzare anche lei, di fronte ai pazienti, questo falso nome. Chiaro?-

-Certo, certo, e con che nome si presenterà?-

-Rapagnetta, anzi, dottor Rapagnetta è meglio.-

Come reagirà il paziente alle domande del dottore?

  • Aggredirà il dottore (20%)
    20
  • Sarà aggressivo e prepotente, ma non aggredirà il dottore (70%)
    70
  • Racconterà il suo tormentato passato, piangendo e singhiozzando (10%)
    10
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32 Commenti

  • ehi, hai catturato la mia attenzione: già mi piaceva l’idea di parte della storia raccontata nel foglietto, poi quando si ritrova la pistola tra le mani sono rimasta… ci vorrebbe la faccina con gli occhi sbarrati 🙂 davvero bravo, ti seguo con curiosità, non vedo l’ora di leggere il prossimo capitolo!

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