Non voglio avere il becco!

“E’ severamente vietato dar da mangiare ai piccioni”

Era ormai tardi. Per la piazza principale ormai non c’era quasi nessuno. Mi ero preparato tutto il pomeriggio per questa serata, dopotutto era il nostro anniversario, e avevo disdetto i miei impegni. Eppure Laura era in ritardo.

“Come odio i ritardatari!” pensai, camminando nervosamente avanti e indietro, evitando la sporcizia per terra, perché non sopportavo neanche lo sporco e il disordine, e avevo un completo nuovo per la cena al ristorante di stasera. Pensai di andarmi a sedere per aspettare meglio la mia fidanzata ma vidi che l’unica panchina non completamente distrutta o bagnata dalla recente pioggia era già occupata. Vi era seduta una donna vestita in modo strano, con una giacca sudicia, il volto coperto da una sciarpa; forse era una zingara o una barbona. Non mi sarei mai seduto vicino a qualcuno del genere! Sentii degli strani mormorii accanto a me, guardai a terra e vidi dei piccioni. Molti piccioni. Anche solo respirare la loro aria mi schifava. Cercai di evitarli, disgustato dalla visione di quelle sudicie bestie, ma loro si dirigevano spedite verso la donna. Erano almeno una trentina, quegli zozzi volatili! La signora sembrava piuttosto soddisfatta della cosa. Vidi che traeva una sorta di sacchetto unto dalla tasca. Con mio sommo orrore mi accorsi che era pieno di pezzetti di pane e altri avanzi, e che lei, con le sue mani ingrigite dalla polvere li stava distribuendo a quei sorci con le ali! Disgustato ma anche pieno di rabbia la raggiunsi.

 “Ma che sta facendo?” chiesi “vuole che si ingozzino e magari lascino le loro deiezioni in giro, piene di batteri? La smetta!” la intimai, ma lei fece finta di non udirmi. “Mi ascolti, per l’amor del cielo!” esclamai, e vinto dalla rabbia cercai di spingerla con forza per la spalla, ma forse esagerai un po’, poichè la feci praticamente cadere dalla panchina.

Ero scosso ma non la aiutai a rialzarsi. Era troppo sporca. Mi pulii le mani alla meglio, dopo averla toccata. Lei si rimise a sedere lentamente, mi guardò e mi sorrise. Un sorriso sdentato e inquietante, mi puntò l’indice addosso. Pronunciò delle parole a voce tanto bassa che non capii niente, e poi di colpo se ne andò via, seguita dal corteo di piccioni che le svolazzava dietro. Sentii un brivido che mi scorreva dentro ma non gli diedi peso. Avevo altro da fare, ad esempio prendere il cellulare per sapere che fine avesse fatto la mia Laura. Ma di lì a pochi secondi, mi sentii molto, molto strano. Mi girava la testa e avevo caldo, anzi caldissimo, nonostante soffiasse un vento invernale. Non poteva essere niente, godevo di perfetta salute, andando a correre ogni giorno e mangiando il giusto, per cui cercai di condurre i miei pensieri in direzioni positive e razionali. Eppure, non riuscivo a calmarmi.  Mi diressi verso il parco lì vicino, certo che almeno la vista di un paesaggio naturale avrebbe potuto calmarmi (avrei chiamato Laura, nel caso non mi trovasse) ma prima di riuscire a fare più di cento passi mi ritrovai a terra, con la vista annebbiata.

Ero stanco e confuso, e credo di aver perso conoscenza poiché quando riaprii gli occhi ero ancora a terra ed era più buio. Sembrava tutto molto più grande. Mi alzai ma a quanto pare non riuscivo a sollevarmi per più di qualche centimetro.

Camminai impacciato, avevo bisogno urgente di un qualche aiuto. Udii un rumore di passi e una voce familiare.

Mi voltai e c’era Laura. Era al centro della piazza col cellulare in mano, forse voleva chiamarmi. La raggiunsi con un passo che non riusciva ad essere normale. “Laura, tesoro, sono io! Aiutami, credo di non sentirmi bene!” esclamai, ma la vidi guardarmi e spaventarsi.

“Vattene, bestiaccia schifosa, via!” urlò, e agitò la punta del grosso ombrello contro di me.

“Amore, sono io, non mi riconosci?” chiesi, basito, ma lei mi calciò via. Come se fosse disgustata da me.

Ma come? Forse nella caduta sulla strada mi ero sporcato il completo? Cercai di specchiarmi contro la vetrina scura di un negozio, per cercare delle possibili macchie.

Ma vidi solo un piccione. Un grosso, grasso stupido piccione, che mi fissava.

Mi mossi a sinistra.

Lui fece lo stesso.

Chiusi un occhio.

Lui mi imitò.

Emisi un urlo che suonò come uno stridio fastidioso.

Ero divenuto la cosa che odiavo di più.

Perdinci, sono un piccione! E adesso?

  • Chiedo aiuto agli altri piccioni. (42%)
    42
  • Cerco la donna che se ne è andata. Forse è stata lei a farmi un maleficio (anche se razionalmente non credo a queste assurdità) (33%)
    33
  • Provo comunque a farmi capire da Laura. Anche se non credo voglia nemmeno che mi avvicini a lei. (25%)
    25
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