Non voglio avere il becco!

Dove eravamo rimasti?

Per la miseria! E ora cosa posso fare? Cobalto sembra conoscerlo, quel gatto. Non devo preoccuparmi. (78%)

Cena sotto la luna

Tremavo dal capo alle zampe. Il mio nuovo “amico”, per così dire, invece, fece un balzo in avanti. Sembrava felice e tranquillo.

“Ehi, Frattaglia! Sei tornata dalla caccia?”

Il gatto chiamato Frattaglia, o meglio la gatta si avvicinò al piumato, e gli annusò il didietro in segno di saluto, Cobalto fece lo stesso.

Poi la gatta si voltò verso di me. “Ehi! E tu chi saresti?”

Deglutii non sapendo cosa rispondere. Del resto, i gatti li mangiano, i piccioni, per cui mi chiesi se non dovessi fuggire subito.

“Ah, lui è uno nuovo” fece Cobalto, togliendomi d’impiccio. “Me l’hanno portato dei piccioni perché potrei dargli una mano. Sai, è un tipo un po’ strano” aggiunse in seguito, cercando di abbassare la voce, ma parlava comunque forte, per cui udii tutto.

“Già… io… sono Chris, piacere” mormorai, ancora un po’ stordito.

“Io sono Frattaglia, la sorellina di Cobalto” si presentò la gatta, fissandomi con i suoi occhioni verdi, e notando che ancora tremavo come una foglia aggiunse: “Tranquillo, noi non li mangiamo mica, i piccioni. Vero, fratellone?”

“Già, non vogliamo proprio beccarci qualche malattia!” concordò il mio piumato amico. “Preferiamo pasti migliori. Anzi, piuttosto, non è l’ ora di cena? La mensa dovrebbe essere quasi chiusa”

“Ero venuta proprio per avvertirti, fratellone.”

Cobalto si leccò le labbra. “Oggi dovrebbe essere il giorno del pesce. Meglio andare” disse, e poi si ricordò improvvisamente di me. “Vieni anche tu, su! Poi discuteremo del tuo problema. Si parla meglio a stomaco pieno”

Accettai, del resto non avevo altri posti dove andare.

Cobalto spiegò le ali e spiccò il volo dal tetto e io lo seguii a ruota, la gatta scese su dei tetti a fianco dei nostri e raggiunse un terrazzo.

Non volammo che per un minuto, limitandoci a circondare il grosso palazzo, e atterrammo in un cortiletto interno.

Era una sorta di giardinetto spoglio, da cui però si buttava la spazzatura, perché c’erano diverse grosse pattumiere e l’odore impregnava l’aria… ma la cosa, stranamente, non disturbava il mio naso, di solito delicatissimo. Era per via del fatto che ora non ero più un umano? O forse per via della fame?

In ogni caso Frattaglia ci raggiunse in un minuto, poi si rivolse ad una portafinestra chiusa e si mise a miagolare piano. Cobalto si avvicinò a lei e anche lui iniziò a miagolare, anche se non credo di poter definire bene quel gracchio acuto che emise.

Di lì a poco la portafinestra fu aperta, piano, e ne uscirono delle donne. Donne per niente giovani, anzi le avrei chiamate delle vecchiette, ma non sono così volgare. Erano tutte in vestaglia e in ciabatte e si trascinarono fuori con difficoltà.

“I miei piccolini!” esclamò un’anziana, rivolta ai miei due compagni.

Per tutta risposta, Frattaglia si gettò ai piedi di una signora con degli enormi occhiali spessi, Cobalto in grembo di una sulla sedia a rotelle, facendo quelle che somigliavano a delle fusa.

“Ecco la pappa!” disse un’altra donna, portando dolcemente a terra una grossa ciotola, piena di avanzi. I miei due amici vi si gettarono subito.

Feci una smorfia disgustata. Diamine, quelli erano avanzi, mangiati da qualcun altro! Che orrore! Eppure lo stomaco mi brontolava. In effetti non mangiavo da pranzo, e se non mi davo una mossa, quei due avrebbero finito tutto!

Non avevo altra scelta. Così mi avvicinai alla ciotola anch’io e iniziai a beccare. C’erano delle croste di pane rimaste, che i due “fratelli” non avevano voluto mangiare, e una lisca di pesce su cui era rimasto ancora qualcosa. Mi vergogno a dirlo, davvero, ma ripulii tutto, anche se non avere i denti si rivelò un po’ scomodo per masticare.

Le anziane signore aspettarono che finissimo tutto, poi ripresero la ciotola.

“Presto, torniamo a letto prima che le infermiere capiscano che ce ne siamo andate!” disse una di loro, un po’ preoccupata.

“Hai ragione” disse un’altra. “Ma non ho problemi. Bretelli è in stanza con me ma mi copre sempre se vengono a fare dei controlli”

Detto questo, il non più giovane gruppo si defilò.

Riflettei su quel cognome udito. In effetti, quello era il cognome di mia madre. Ma non ricordavo di avere dei parenti che abitassero lì, in quel che a tutti gli effetti sembrava un ospizio.

Ma prima che potessi pensarci oltre, Cobalto si fece vicino. “Questa è una bella notte per fare un po’ di caccia, ma in effetti credo che un piccione come te potrebbe essere già stanco.”

“A dire il vero.” iniziai, ma lui non mi fece proseguire.

“Per stanotte dormirai da noi, allora. Tanto abbiamo molto spazio!” continuò.

Sospirai. “Va bene. Però poi cercherete di aiutarmi, va bene?”

“Ma certo, bello, mi sei simpatico!” concordò la gatta, e con un balzo saltò sui cassonetti e raggiunse un altro tetto. Seguii ancora Cobalto, che stavolta volò fino all’ultimo piano, e poi attraverso una finestra rotta.

Mi ritrovai quindi in quella che sembrava una soffitta. Piena di polvere e sporco, ma ero davvero troppo stanco per replicare.

In ogni caso il giorno seguente avrei deciso cosa fare per tornare umano. 

Ohibò, cosa potrei fare, domani?

  • Continuare le ricerche per conto mio. Qui non credo potrò risolvere nulla. (0%)
    0
  • Cercare la strana persona che probabilmente mi ha tramutato in piccione! (60%)
    60
  • Indagare sulla signora che ha lo stesso cognome di mia madre. Forse la conosco... (40%)
    40
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