Dove eravamo rimasti?
L’elemento fantastico
«E tu chi diavolo sei?»
La sua faccia era stravolta dal terrore. Aveva raggiunto la parete e ora non aveva che un braccio alzato per difendersi.
Compresi in quell’istante che, se Lupe era la protagonista di un fantasy, allora io ero l’elemento fantastico che avrebbe dovuto rendere degna di nota la sua vita normale.
Si udì lo scatto di una serratura e la porta d’ingresso si aprì.
«Lupe, sei in casa?» La signora Gold doveva essere rientrata.
Comparve sulla soglia della stanza e la ragazzina si voltò verso di lei.
«Be’? Cosa fai lì?»
Lupe fece per rispondere ma poi si bloccò. Gli occhi vagarono smarriti in cerca di qualcosa che non c’era più.
La donna lanciò un’occhiata di disapprovazione ai libri sul pavimento: «Quante volte ti ho detto che non voglio che studi per terra?»
Lupe si mise carponi e andò a recuperare le sue cose.
La madre la fissò, accigliata: «Cos’è quella roba che hai in faccia?» si chinò e le afferrò il mento.
Lei si liberò con uno scatto della testa: «Me li ha fatti papà.»
La donna alzò gli occhi al cielo: «Ci mancava solo questa!» le puntò un dito contro: «Vedrai che ti verrà mal di testa. Ti si rovinerà la vista!»
Girò sui tacchi: «Ma che parlo a fare? Tanto quando tuo padre si mette in testa una cosa…» e il resto della frase rotolò fuori con lei.
Lupe ammucchiò i libri sulla scrivania. Si sedette, una gamba sotto la coscia e le dita che giocherellavano con la punta di un piede, a disagio. Alla fine aprì un quaderno e cominciò a disegnare. Tratti neri e arrabbiati piovvero sulla pagina a quadretti.
Non capivo cosa stesse disegnando. Continuava a infittire la trama con linee sottili come pioggia. Poco a poco emerse una massa scura con due grossi buchi in cima. Un alieno? O forse, più probabilmente, l’orribile cosa che l’aveva terrorizzata.
Non sono io. Non sono così. Non posso essere io.
Alzò la testa dal foglio e si girò. Deglutì, le pupille dilatate.
«So che sei qui.» Sussurrò. «Perché mi segui? Che cosa sei?» la voce le si ruppe in gola.
Non potevo rispondere.
Il mattino seguente Lupe camminava per strada, curva sotto lo zaino. Guardava le Converse logore muovere un passo dopo l’altro lungo il marciapiede, un pugno chiuso in tasca, l’altra mano che tratteneva al petto il quaderno.
Raggiunse la fermata del bus e si fermò. Un gruppo di ragazzini faceva casino lì accanto.
«Ehi Gold! Che ti piglia, non saluti?»
Uno di loro si staccò dal branco e le diede una gomitata. Era un ragazzino scuro in un giubbotto di jeans. Sorrideva, lo zaino imbrattato di scritte che gli pendeva da una spalla.
«Ehi.» Lei stirò un sorriso.
«Be’? Cazzo c’è, ti è morto il gatto?» Le diede una leggera spallata e lei rise.
«Io non ho un gatto.»
«Non hai un gatto?» Si portò le mani alle guance, fingendosi sorpreso. «Allora quello che è morto di chi è?»
Lupe inclinò il capo e gli sbatté il quaderno sulla testa: «Coglione!»
Lui rise: «Ahia. Ma che sono quei cosi?» Allungò le mani e le sfilò gli occhiali.
Lei gli afferrò i polsi: «Dammeli, Hakim! Mi servono, me li ha fatti mio padre!»
Era più alto di lei e si divincolò facilmente. Le piazzò il palmo di una mano sulla faccia per tenerla ferma.
«Sì? Fico! Vediamo quanto sei orba.»
«Non metterli!»
Il ragazzo infilò gli occhiali e sbatté le palpebre: «Woh!»
Lupe si bloccò: «Che c’è? Cosa vedi?»
Lui si portò una mano davanti al volto e fece una smorfia: «Che non avrò mai bisogno di sbronzarmi, grazie a questi cosi. Porca puttana, Gold, dovresti girare con un bastone per ciechi!»
Lei digrignò i denti, aggrappandosi alla sua spalla. Riuscì a strappargli gli occhiali dal volto e se li rimise.
In quel momento l’autobus arrivò e le porte si spalancarono. La gente cominciò a salire. Lupe aveva ancora le mani sulle stanghette degli occhiali quando il suo sguardo raggiunse l’interno del bus. Sbiancò di colpo.
«Ti vuoi muovere?» Hakim le fece cenno di salire.
Lupe rimase dov’era, le braccia serrate attorno al quaderno e gli occhi sbarrati. Non riuscivo a capire perché. Potevo distinguere il suo profilo perciò non era me che stava guardando. Sull’autobus c’era qualcos’altro. Qualcosa che io non vedevo.
Il ragazzo le afferrò un braccio e la trascinò su. Le porte si chiusero e il bus partì.
«Ehi, ti senti bene?»
Lupe scosse lentamente il capo. Le sue labbra cominciarono a tremare.
«Che c’è? Hai mal di pancia?»
Lei fece cenno di no. Guardava dritto davanti a sé.
«Sembri una pazza, vuoi dirmi che ti prende?»
Lupe si riscosse. Si voltò verso di lui e si sfilò gli occhiali: «Rimettiteli.»
«Cosa?»
«Mettiteli e guarda!» gridò lei e l’intero autobus si girò. Avvampò e abbassò lo sguardo.
Hakim scosse il capo. Sospirò e infilò gli occhiali. Allargò le braccia: «Quindi?»
Lupe indicò qualcosa davanti a lui: «Non vedi niente?»
Lui si guardò attorno: «Vedo il mondo a onde e sto per vomitare.»
La vecchia in prima fila arricciò le labbra e tirò indietro la punta delle scarpe.
Lupe dischiuse la bocca: «Tu non li vedi… Allora non sono gli occhiali…» mormorò. «Sono io.»
"Hakim, devi aiutarmi." Lui non le credeva ma decise di assecondarla: "Ok. Cosa vuoi che faccia?"
- Lupe sa che Hakim conosce una persona che può darle una mano. (22%)
- Lupe vuole che Hakim la accompagni in un posto isolato per tentare un esperimento. (67%)
- Lupe chiede ad Hakim di fare una seduta spiritica. (11%)

16/11/2014 at 10:59
Sempre più interessante il tuo racconto, Elphie. Dunque i nuvoli possono essere controllati, per questo motivo ho scelto di assecondare Lupe. A rileggerti 🙂
11/11/2014 at 16:19
Impossibile non votare per agire di propria iniziativa. Suggerisco di combinare un pasticcio. 🙂