L’ombra del fuoco

Capitolo 1

E’ ufficiale: Rosie è una cretina. Non so proprio perché sia toccato a me, un cane così deficiente. Ce n’erano tanti, nella cucciolata: perché ho scelto proprio lei? Si vede che era destino. Me la sono cercata, evidentemente.

Sì, d’accordo, forse è anche un po’ colpa mia: se l’avessi tenuta al guinzaglio, a quest’ora me ne starei appallottolata sotto le coperte e non sarei qui al buio, a lottare con le spine e le ortiche in mezzo a un bosco che ha qualcosa di decisamente strano. Ma cosa volete che vi dica? Rocky era un bravo cane, mi ha abituata troppo bene. Lui se ne stava buonino buonino accanto a me, senza allontanarsi di un metro… non come questa selvaggia.

E poi è infida. A vederla di giorno, parrebbe proprio una foca, grassa e pigra. Ma, proprio come le foche, anche lei si trasforma: loro quando si immergono nell’acqua, Rosie quando scende la notte. Non sempre, eh, ma qualche volta le scatta qualcosa, un insospettabile istinto atavico e allora zack! Ecco che mi diventa una cacciatrice provetta. Oddio, cacciatrice: le piacerebbe. Questa sera ha provato a inseguire un gufo, la cretina: come se il gufo se ne stesse lì a farsi acciuffare da lei. Ovviamente non l’ha preso, ma si è scagliata comunque a capofitto nella boscaglia, costringendomi a un inseguimento tra fango e muretti mezzi diroccati… il tutto al buio, perché il mio cellulare ha una torcia che non illumina nemmeno a un metro di distanza.

Ci ho messo almeno un quarto d’ora, a riacciuffarla, e, probabilmente, se il gufo di cui sopra non si fosse stancato di volare e non si fosse posato su un ramo, starei ancora correndo.

Forse sarebbe stato meglio, però, visto che non ho la benché minima idea di dove sono. E’ strano, voglio dire: sono nata e cresciuta in questa valle, da bambina passavo i pomeriggi a scorrazzare in questi boschi: dovrei conoscerli come il palmo della mia mano, eppure non riesco a raccapezzarmi. Sto girando a vuoto da quasi un’ora e la cosa inizia a farsi lievemente inquietante; anche perché, come sempre, quando serve, il cellulare non prende. Non che io abbia intenzione di chiamare aiuto, farei una pessima figura, però, insomma: non sarebbe male avere questo piccolo conforto, sapere di avere a portata di dita un legame con il mondo civilizzato.

Eh, va beh: me la caverò comunque. Dovrei solo riuscire a capire dove sono. Quando Rosie è scappata, stavamo camminando sulla strada asfaltata che porta in paese: la disgraziata si è diretta verso destra, dunque verso la montagna. Credo di aver corso più o meno in linea retta, quindi già qui c’è una prima cosa che non mi torna: perché il terreno non inizia a salire? Dovrei aver già trovato i primi massi lasciati indietro dalle antiche frane cadute migliaia di anni fa, ma qui attorno ci sono solo alberi, alberi e altri alberi. Non torna.

Forse dovrei cercare di orientarmi con il fiume: è dall’altra parte della valle, ma meglio di niente. Il suo canto è lontano e… non c’è. Non c’è il rumore del fiume. Mi fermo, ascolto meglio, perché non è possibile che io non riesca a sentire il fiume, quel rumore di fondo a cui chiunque abiti in questa valle è talmente assuefatto da non notarlo nemmeno più, a meno che proprio non si metta in ascolto.

Eppure è proprio così. Sento il frusciare del vento, il frinire dei grilli, lo scricchiolio di un qualche animaletto che zampetta tra le foglie secche e, più lontano, l’urlo di un gufo, forse proprio di quello che, seppur involontariamente, mi ha trascinato in questo pasticcio. Dov’è il fiume? Dov’è la montagna?

Accanto a me, Rosie inizia a pigolare, piano, poi a guaire, poi a piangere. Ha paura. Forse sente la mia inquietudine o forse anche lei si accorge che c’è qualcosa che non va, in questa situazione. Si accosta alle mie gambe, preme la testa contro le mie ginocchia, cercando una protezione che non posso darle.

Ho bisogno di pensare, cara.

Sì, ho bisogno di pensare; e di calmarmi un po’, perché, ai limiti del mio campo visivo, iniziano a scivolare delle ombre scure e furtive, creature inesistenti che mi ricordano che io, alla fine, un po’ di paura del buio ce l’ho ancora. 

Improvvisamente mi scopro stanca, le gambe si fanno pesanti, la testa pulsa. Ho bisogno di sedermi. Mi lascio cadere ai piedi di un vecchio larice, lascio che la sua corteccia rugosa mi conforti un po’.

Quali sono le mie opzioni? Lo schermo luminoso del cellulare mi informa che sono le undici e dieci, non posso più fingere che vada tutto bene. La notte trasforma completamente il paesaggio, forse è per questo che non riesco a orientarmi. Mi converrebbe aspettare che faccia mattina? Dopotutto è maggio, la notte non è eccessivamente fredda. Il pensiero di dormire qui, però, mi mette i brividi. Quello di non riuscire ancora a fare ritorno a casa, domani, mi terrorizza. Mi rimetto in piedi, meglio continuare a cercare la strada di casa, che, razionalmente, deve essere qui, da qualche parte, tra queste piante. Ma sono tanto stanca, così stanca che mi appoggio di nuovo all’abete. 

Cosa devo fare?

Cosa deve fare Lena

  • Niente: sarà qualcuno a trovare lei. (46%)
    46
  • Rimettersi in cammino e cercare ancora di tornare a casa (38%)
    38
  • Passare la notte nel bosco e aspettare l'alba (15%)
    15
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76 Commenti

    • Ciao! Sono andata a vedere di cosa parla quel libro e in effetti la tua percezione è in parte giusta, visto che qualche punto di contatto c’è (almeno a giudicare dalla trama). Se l’opzione che hai votato vincerà, nel prossimo capitolo dovrei riuscire a fare un po’ di chiarezza su quello che sta succedendo…

  • La porta in un accampamento.
    bellissimo episodio. mi è davvero piaciuto, ha aumentato la mia curiosità.
    certo, il tipo sul cavallo bianco… fa molto fiaba romantica, ma voglio vedere dove vuoi arrivare… perchè invece l’atteggiamento della prosa fa molto horror 😉 brava.

  • Ciao, benvenuta.
    Il racconto in prima persona presente permette all’autore di raccontare il personaggio protagonista come altrimenti potrebbero fare solo le azioni e le battute. Ma noi possiamo ascoltare i suoi pensieri, come hai dimostrato finora, per cui è un modo per conoscerla. Capire chi è, cosa vuole. Soprattutto COSA VUOLE. Poiché una storia racconta sempre di qualcuno che vuole qualcosa. Per adesso vuole solo ritrovare strada di casa, bene, lasciamola tutta la notte nel bosco a cercarla – così ho votato – mentre si racconta, nel suo cammino, davanti a improbabili ostacoli naturali, può dirci molto di sé, svelare il suo fatal flaw ad esempio, prima di tornare alla civiltà e incontrare qualcuno lungo il viaggio. Per adesso sappiamo di più del suo cane …
    Mi piace il modo in cui mostri le immagini. Ti seguo.

    • Ciao! Ti confesso che ho dovuto andare a cercare cosa fosse il “fatal flaw”, nella mia ignoranza non avevo idea che si chiamasse così. Effettivamente ho scelto la prima persona perché in un testo così breve non è facile inserire descrizioni e introspezione a iosa (cosa che io solitamente faccio) e ho pensato di “barare” un po’, in questo modo. Spero di non essermi tirata la zappa sui piedi: con la terza persona avrei potuto raccontare un po’ di cose extra su Lena, così mi viene un po’ più difficile. Beh, vedremo, nel frattempo grazie per il voto e per le tue parole!

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