Mio padre ed io

Dove eravamo rimasti?

Cosa avviene dopo la presentazione del protagonista da parte dei calzini? Si svolge il funerale (56%)

Il funerale

Pioveva, la mattina in cui seppellimmo la mamma.
Sembrava quasi che il cielo la compiangesse insieme a noi, i suoi cari.
Al funerale era accorsa una marea di  gente, perché era una donna ben voluta da tutti: colleghi, genitori dei miei amici (tutti presenti anche loro), parenti… l’unica a mancare era Jenna, ancora in ospedale.
I medici avevano detto che stava migliorando, che pian piano la cura stava facendo effetto, ma non volevano risvegliarla dal coma, perché pensavano che non sarebbe riuscita a lottare, da sola.
In realtà non sapevano e non sanno che la mia sorellina, quella bimbetta piagnona che nessuno è riuscito a proteggere, è forte quanto Hulk, se non di più.

Mi infilo l’abito nero, la camicia bianca e il cravattino (che, a detta di Lisa, mi sta davvero male; mi dà un’aria da vecchio) poi scendo al piano di sotto, rubando una tartina dal tavolo del buffet, giusto per mettere qualcosa nello stomaco.
È chiuso da giorni, ormai, non vuole saperne di collaborare.
Lo psicologo (sì, esatto, non ho passato il famoso test. O meglio, l’ho passato a metà, visto che al mio secondo risveglio non ho dato nuovamente di matto) dice che è colpa del trauma che ho subìto ma che, presto, tornerà tutto come prima, l’appetito in primis.
Povero stolto. Davvero crede che, dopo la morte di mia madre, in famiglia sarà la stessa cosa?
Davvero crede che la vita sarà così semplice come la dipinge?
Gliel’ho domandato e mi ha risposto che, in realtà, dico così perché sono arrabbiato, perché non ho ancora elaborato il lutto e che più avanti, quando saremo nel pieno della terapia, la penserò in modo diverso.
Non gli credo, assolutamente.
Lisa dice che dovrei cambiare dottore, perché quello le pare troppo superficiale, per una questione del genere, ma mio padre non ha intenzione di muovere un dito; dice che, siccome in ospedale hanno indicato lui, un motivo ci sarà.
Io penso che dovrebbe fidarsi dell’opinione di Lisa, la quale afferma che “quello psicologo da strapazzo finirà per fare gravi danni”.
È recidivo, mio padre, e non cambierà idea finché non vedrà con i suoi occhi.

Pensando a queste cose, mi incamminai verso il cimitero, seguendo il corteo funebre.
Dall’ospedale, l’avevano fatta portare a casa, perché volevano che il corteo partisse da lì in modo che mamma avesse l’occasione di salutare il luogo in cui aveva vissuto per anni, almeno un’ultima volta.
Marciammo in silenzio, oppure parlando sottovoce, mentre dal carro proveniva la musica di una banda che suonava il Requiem.
Io camminavo accanto a Lisa e a mio padre, stringendo la mano a lei e sentendo la di lui sulla schiena, per darmi conforto.
Guardavo a terra, lasciando che la pioggia mi bagnasse il volto, i capelli, i vestiti… era una bella sensazione: mi sentivo libero, libero come mai prima e più vicino a mia madre, che sembrava permeare tutta la natura.
Mi sembrava di sentirla, mentre mi carezzava il viso con dolcezza e mi diceva: «Forza, ragazzo mio. Puoi farcela a superare tutto questo. Io lo so».
Eppure non ero io quello forte in famiglia, ma Jenna.
«Come farà a salutare la mamma?» domandai a voce alta, senza quasi accorgermene.
«Chi?» mi chiese, Lisa.
«La mia sorellina…» la guardai con occhi languidi e lei mi abbracciò per la vita, senza rispondere.
Nessuno dei due lo sapeva.
Nessuno dei due sapeva a chi sarebbe spettato il compito di dirle che la mamma, il suo idolo, non c’era più, che non l’avrebbe più rivista e che non avrebbe più potuto parlarle, guardarla, abbracciarla.

Sapevo che sarebbe spettato a me perciò, mentre osservavo passivamente la bara scendere sotto metri e metri di terra, mi preparavo il discorso che avrei dovuto farle quando si sarebbe risvegliata, quando avrei dovuto confortarla, senza pensare che, in quel momento, ad aver bisogno di conforto non era lei, una bambina placidamente addormentata, ma io, un ragazzino che, all’improvviso, si era ritrovato solo ed indifeso davanti al mondo.

Non saprei dire quanto sia durato il funerale.
Ora siamo a casa mia, di nuovo, e come ci siamo arrivati resta un mistero.
La casa pullula di gente che parla, parla e ancora parla, come se fosse un salotto e non un rinfresco funebre.
Io sono seduto in un angolo, accanto a Lisa.
Non sono più vestito elegante, ma indosso una tuta, nera anch’essa, senza ricordare quando mi sono cambiato.
Lei mi carezza il dorso di una mano col pollice, ed io ne approfitto per chiederle: «Non tornerà mai più, vero? La mamma, dico».
Scuote il capo e poi mi fa poggiare il capo sulla sua spalla.
Pensa che io voglia piangere, ma non è così.
«Devo essere forte, allora».
«Sii forte come riesci ad esserlo e cerca di non strafare. Io ti starò vicina, Ale».
«Grazie…» mormoro.
Poi chiudo gli occhi, cacciando dalla mia mente ogni singolo suono proveniente da quella stanza ad eccezione della voce di Lisa che stava cercando di confortarmi in ogni modo.

«Che ne dici di andare a trovare Jenna, domani?»
Annuisco accondiscendente: certo è che non avrei abbandonato mia sorella, non in quel momento.

Cosa farà Alessio, ora?

  • Parlerà di lei allo psicologo, ancora indeciso sul da farsi. (33%)
    33
  • Non seguirà il suggerimento di Lisa e si rinchiuderà nel silenzio. (0%)
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  • Seguirà il suggerimento di Lisa. (67%)
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