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Dove eravamo rimasti?

Dov'era fino a poco tempo prima la misteriosa figlia di Max? Una città straniera (68%)

Capitolo Tre: Vincent.

8:17, Parigi, 21 Agosto, 24°.

Le tende del piccolo appartamento di Rue Pierre Fontaine sono mosse da un timido vento, Pigalle si risveglia dopo una notte di bagordi, testimoniata dal buffo individuo coperto di stelle filanti che dorme appoggiato al semaforo. L’odore di brioches del chiosco sottostante permea dal piccolo spiraglio delle strette finestre del palazzo.

Lei è lì, avvolta in un lenzuolo che le copre metà schiena ed il piede sinistro. I capelli arrotolati sotto il cuscino stretti nella sua mano, i denti appena digrignati, un graffio sul volto ed una macchia di tempera sul cuscino.Era lì da sette mesi, piena di vita, gioia, colore e promesse. Quattro scatoloni di roba, due valige di vestiti e l’amore per Vincent erano abbastanza per lei, non abbastanza per Parigi.

Vincent entra sbattendo la porta.

– Vous êtes encore au lit laid stupide? Vous pouvez prendre un croissant, maintenant ils sont froids, vous ne pouvez même pas faire le lit!-, che tradotto suona pressappoco come “Non ti ho mai amato, sei una poveraccia che dovrebbe solo farmi da mangiare mentre io, non amandoti, vado a fare i cazzi miei, e mi fa anche schifo come dipingi.”.

Ecco, non sono sicuro della precisione della traduzione, ma il risultato fu che il suo corpo nudo non avesse avuto un solo impercettibile sussulto.

Le lacrime, sottili come i suoi occhi rossi, erano semplicemente scivolate giù tra l’insenatura del cuscino e del suo braccio. Si alza poco dopo, come se fosse incollata al letto e va in bagno.

8:17, Parigi, 6 Febbraio, 7°.

La neve cade sul balconcino dalle finestre appannate, Vanessa, così si chiama, ha appena finito di fare l’amore con Vincent. Sotto di loro, ad un piccolo chiosco di brioches e panini, Giselle sta facendo colazione.
Ha lavorato tutta notte, dormito due ore, dalle 5 alle 7, si è tolta gli abiti di scena e sta gustando una crepes al cioccolato bianco che ad ogni morso le sporca le rosse guance non ancora struccate.


C’è tempo.

Sopra di lei, si diceva, Vanessa, guardando i freddi e cerulei occhi di Vincent non pensava nemmeno a cosa avrebbe fatto della sua vita. Davanti a lui ogni cosa si fermava. Si erano incontrati, amati da subito e lui finito l’Erasmus l’aveva portata con sé, l’aveva salvata, le aveva stampato il sorriso sulle sue carnose labbra.
Vincent si alza, accennando uno stupido balletto, appoggiato all’armadio.

– Sono spoglarreliste trésor...-, aggiunge ammiccando.
– Il mio spogliarellista amore, si dice spogliarellista.-, dice lei nascondendosi dietro il cuscino, come a vergognarsi del suo corpo nudo e ridendo, mentre lui si mette la prima cosa che trova addosso e scende a comprarle due cornetti al miele.

Lui aveva un po’ quel fisico da snello ma in forma, i capelli lunghi biondi, quasi più di lei, gli occhi azzurri, insomma l’incubo di ogni ragazzo, il classico ragazzo che ti frega la morosa.
Poi era francese, ricco e con una leggera “r” moscia, non fastidiosa, ma elegante. Insomma se perfino si passa sopra a quel difetto di pronuncia, qualche domanda bisogna iniziare a farsela.

2:01, Parigi, 19 Aprile, 16°.

Vincent torna in stanza puzzando di alcol e con un profumo improbabile addosso.

Una festa coi colleghi di lavoro disse, la terza in dieci giorni aggiunse lei.

– Voglio farmi una doccia e dormire! Je suis fatigué.-
– No!
Parler Vincent! Parler ti prego!-, urlò lei con un groppo in gola, i pennelli a terra e le lacrime agli occhi.
Lui la spinse via andando in bagno.
Quando tornò lei era nel letto, con il solito lenzuolo a coprirla per metà.
Lui l’abbracciò senza dire nulla, né in italiano né in francese. Settanta metri quadri di disperazione
ed un poco di amore di lei, illuminati ad intermittenza dalle luci del Moulin Rouge ad un centinaio di metri da loro.

Ecco, ora, non starò di certo a descrivervi cosa i due si dissero le sere successive, non so il francese e poi sono un po’ affari loro. Quello che so è che non cambiò molto. Non era raro vedere dalla finestra il profilo di lei immersa nei suoi dipinti e lui chissà dove. Lei aveva scelto Parigi ma forse, un po’ banale da dirsi, Parigi le stava dando segnale di non aver scelto lei.

21:32, Aeroporto di Beauvais.

– Le plan Y638 directement à Bruxelles est retardé 30 minutes-

“Smettila di fare la cretina Giselle…” sono le ultime parole che Vanessa sentì pronunciare dal suo uomo. Immaginatele enormi, in mezzo allo schermo, in giallo spento, come nei film di Tarantino.
Il pirla, “r” moscia a parte, che è una di quelle cose per cui prenderei a bastonate senza chiedere il nome, aveva sbagliato nome. Il lombrico rosa, con quei capelli che sembrava
Sailor Venus, aveva sbagliato nome.

– Gate 3… plan N453… Bologne…–
Vanessa corre, quasi inciampa in uno scalino e sale sull’aereo. Posto 7.
Parte Not Dark Yet di Jimmy Lafave nelle sue cuffie.
Parigi si allontana.

Icaro scende le scale con il biglietto in mano.
Parte
Straight Outta Compton dalle nelle cuffie.
Boulevard de Clichy.
Carica la valigia, il Moulin Rouge si allontana nello specchietto del taxi.

Icaro arriverà in tempo all'aeroporto per imbarcarsi? p.s A quale grande regista è dedicato l'episodio? Forza col cinefilo che è in voi...

  • Quale aereo? (73%)
    73
  • Ha lasciato più magliette in albergo che nella valigia...no ovviamente. (20%)
    20
  • Si ovvio, la sua puntualità e organizzazione sono note... (7%)
    7
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