Dove eravamo rimasti?
Icaro.
Fu in quel remoto tempo che Minosse, re di Creta, figlio di Giove ed Europa, diede alla luce una figlia.
Le venne dato il nome di Vanessa, i lunghi capelli brillavano a sole, e la piccola saltava di fiore in fiore come una delicata farfalla.
La bellezza della giovane fu nota in tutta l’isola, i suoi occhi, il loro splendore, le voci su di essi attraversavano il mare e le fredde ed innevate montagne.
La paura di perderla fu tale che il padre, tiranno accecato dalla gelosia mise a sua custodia un orrendo essere.
Dalle viscere della terra esso proveniva, miscuglio di morte e vita.
Ade in persona non riusciva a guardarlo, gli dei dell’Olimpo inorridirono alla sua vista.
Corpo di uomo, braccia possenti, gambe forti e torace largo.
Sandali neri e lucidi.
Testa di toro.
Il mostro vegliava la fanciulla giorno e notte, lei lo amava, compassione forse, amore puro più di tanti altri.
“Afrodite, immortale che siedi
sopra il trono intarsiato,
figlia di Zeus, tessitrice di inganni
ti supplico: non domare il mio cuore
con ansie, tormenti, o divina.”
Queste parole essa ripeteva, perché il cuor suo tanto lo amava quanto lo disprezzava.
Mai una carezza, una corona di fiori, un sussurro.
Mai le labbra di lui, celate dall’enorme anello d’oro, ella poté davvero sfiorare e baciare.
Troppo irruento era, nello sguardo e nei modi.
Ed il desiderio affievolì e così la pazienza del mostro.
La paura di Minosse fu tale, che riportò alla reggia la figlia, e chiese che un brillante architetto, di nome Dedalo si occupasse di celare quel mostro per l’eternità.
Le richieste erano piene di odio e folli, nessuno avrebbe accettato quei taciti ed orrendi patti.
Non una luce, non un filo d’erba per la creatura.
Cunicoli bui e freddi di grosse mura nere.
Un enorme labirinto sulla più alta montagna della Creta, una prigione tra le nubi.
Una fredda sera, Icaro, figlio di Dedalo, cercando il padre nella reggia si imbatté in Vanessa.
Calde erano le sue mani, bollenti le sue labbra, riccioluti i suoi capelli.
Mai Vanessa aveva visto cotanta beltà.
I corpi si unirono, e si unirono ancora.
Nel letto lei assaporava la sua pelle ma talvolta cercava le enormi braccia del mostro invano.
Dopo ogni notte, la mattina si recava dal mostro.
L’alito freddo di lui gli inumidiva il naso, l’enorme lingua tremava.
Ogni mattina, ogni qualvolta le tenebre non gli portavano Icaro.
– Osi dormire nella mia dimora? Fai rubare la mia figliola dal tuo pargolo, mangi la mia carne, bevi il mio vino, non costruisci quel che voglio! –
Le parole del tiranno bruciavano di ira mentre spingeva Dedalo e la stessa figlia verso il labirinto ancora incompiuto.
Icaro provò a fermarlo invano, spinto dall’amore, accecato dagli occhi di Vanessa.
Dedalo ed il mostro nello stesso luogo, una caccia continua ed inesorabile.
Si sentivano le corna dell’essere strisciare sui muri come spade affilate, i passi pesanti, il respiro corposo.
La coda schioccava come la frusta dei soldati di Sparta che serviva a temprare i giovani.
Mai un rumore che non fosse del mostro, mai Dedalo fece capire dove si trovava.
Dedalo, l’amore, Vanessa, poteva Icaro davvero salvare ogni cosa?
Fu così che prese le carte del padre, un vecchio progetto.
Due ali grandi, di cera, come un enorme airone egli avrebbe volato per liberare ciò che amava, spinto dall’amore, dalla passione, dalla convinzione della sua volontà di ferro.
E volò Icaro, volò in alto, sopra le primi nubi, sopra gli accampamenti cretesi, verso l’alto.
Ma le tre Moire, che più in alto di tutti dimorano e tutto scrutano il suo filo avevano già tra le mani da tempo.
Troppo in alto volò, troppo vicino agli Dei, troppo pieno di passione.
Fu così che Apollo, strappando le mani della sacerdotessa Pizia dal suo abito rosso, accecato dalla rabbia di tale affronto, di una luce splendente illuminò il cielo.
Fiamme dalle nubi, lingue di fuoco che fecero tremare l’intero Olimpo e la terra stessa.
Icaro precipita, senza sensi, tra le fredde nubi e le fiamme delle sue ali.
Coperto di cera, immobile, una statua viva e rosea scende precipitosamente.
L’impatto tremendo, le parche tagliano il filo, ma non in tempo.
Il suo pugno proteso colpisce il volto del mostro in un ultimo sussulto.
Quasi a dire “Amo ed odio te Vanessa, dal primo istante all’ultimo del mio volo.”
Il mostro cade a terra davanti alla ragazza impietrita.
Non entra luce nel labirinto.
Vanessa si lancia sul corpo inerme della bestia.
Il cuore di Icaro si spezza due volte.
Piange Pizia, piange Ade, piangono tutti gli Dei.
Un brivido molto umano scorre lungo la schiena di Apollo.
Non c’è pace in quel silenzio.
“La noia segue l’ordine, e precede le bufere.”
Se quella frase letta da Icaro in qualche biblioteca, venutagli in mente in quel momento, fosse lo specchio di quella situazione, quello che accadde non era che un lampo in lontananza.
Cosa comporterà il comportamento di Icaro?
- Icaro prenderà in mano la situazione... (20%)
- Vincent esporrà la sua verità... (27%)
- Vanessa sarà costretta a scegliere... (53%)

18/11/2014 at 07:26
Finale agrodolce come la cannella andata a male (WUT??!!) degno del resto dell’opera 😉
17/11/2014 at 23:25
Ciao! Sono passata a leggerti solo ora che hai finito il tuo racconto, che noia! In ogni caso ho potuto leggerlo tutto di un fiato e mi è piaciuto tanto! Sono pochi i racconti Humor che seguo, infatti non è proprio il mio genere preferito, però la tua storia mi ha presa particolarmente 😀 Spero che ne scriverai altre! 🙂
13/11/2014 at 16:20
Complimenti per il tuo lavoro 🙂