Trainspotting piace solo agli hipster

Prologo che non è un prologo

Non c’era l’aria giusta quella sera, nemmeno la luce giusta, soprattutto se il faro del motorino va ad intermittenza come le lucine rotte del negozio cinese all’angolo.

Non c’era nemmeno la giacca sulle spalle di Icaro, e probabilmente nemmeno la testa, quella testa piena di genio e sregolatezza, di brillanti volate e di tragiche ricadute nella follia. La testa piena di testi di canzoni e meno di trattati internazionali, la testa china sul suo pianoforte e sui libri da studiare, la testa che scruta una bella ragazza nella caffetteria, guardandola con gli occhi di un coniglio illuminato dai fari di un auto che lo sta per tirar sotto, quella testa lì insomma.

Così in quella maglietta bianca sbiadita, con il vento tra le lunghe ciglia che gli tagliava lo sguardo come una lucertola al sole, Icaro sfrecciava giù per via Irnerio evitando le buche e le pozze in quelle sere bolognesi piene di smog, portici vuoti appena illuminati, ombre tra le colonne e disgustose coppie felici con mocassini e borsette firmate.

Icaro le amava quelle serate, gli davano la convinzione e la sempre più forte certezza di sentirsi un alieno tra quella gente. Non fraintendetelo, non che fosse un asociale, era solo che se avesse potuto scegliere tra stare in discoteca con una bomba a mano e stare in discoteca senza una bomba a mano, beh… più chiaro di cosi.

Non bisogna però dargli tutta la colpa, è dura non intraprendere la gloriosa vita del terrorista se si frequentano pub popolati da mandrie di under diciassette che si urlano addosso come polli inferociti, ragazzine che sembrano uscite da un fumetto di Frank Miller e ragazzini vestiti peggio dei tedeschi che vedi sotto le torri che provano a farsi le foto, belli bruciaticci dal sole di Rimini e con i loro enormi marsupi inguinali.

Con questo non sto né dicendo di disprezzare il popolo germanico ed il suo bizzarro abbigliamento da battaglia oltre confine né dire che Icaro non avesse avuto il suo periodo, come dire, alternativo. In terza media il giorno della gita a Roma, dopo gli espressi divieti della Madre Superiora a capo della presidenza di sfoggiare “look selvaggi”, fu questa la definizione che tuonò nell’aula pochi giorni prima, si presentò con una vistosa cresta color azzurro elettrico, che lo portava a somigliare, più che uno studente di un prestigioso istituto privato, ad il batterista di una nota band punk statunitense.

Insomma, chiunque lo conoscesse, aveva il sentore che Icaro, citando Rima, suo amato e paziente compagno di cinque lunghi anni di liceo, “sia nato nell’epoca sbagliata, doveva essere un introverso tiranno romano impegnato a sperperare le monete del popolo in olimpiadi a cui avrebbero partecipato esclusivamente nani completamente nudi, o magari si sarebbe trovato più a suo agio con un bel coprispalla vichingo a mulinare in aria un’ascia”. Questo era Icaro, oltre che portatore di un nome tanto estroso quanto folle, frutto di due genitori amanti dei classicismi, crudeli forse, ma d’altronde si sa, “fate l’amore non il liceo classico”.

La moto sterza, il lampione dondola e le chiavi sono inesorabilmente dentro la giacca, che è sulla sedia, e quella sedia è in salone, il salone di casa sua, e lui, beh lui è fuori dalla porta ingobbito dalla desolazione con la moto che smarmitta ed il braccio involontariamente ed automaticamente portato al petto per cercare le chiavi di casa nella ladra della giacca. Giacca che come ormai avrete capito, non aveva.

– Cazzomerda. –
“Cazzomerda”, lo strano accoppiamento interiettivo era la prima parola di senso compiuto che fosse uscita dalla sua bocca dopo ben undici ore dopo che i suoi enormi occhi verdi avessero fissato il comodino adiacente al suo letto

Non resta che scendere dalla moto, scrivere al suo migliore amico un messaggio sboccato, dare due colpi ad una lattina per terra e scendere inesorabilmente al solito bar un centinaio di metri sotto casa sua.

Ancora due curve ed un semaforo ed i suoi piedi avranno riposo, tira fuori l’ultima metà di sigaretta che gli era rimasta facendola saltare dal pacchetto con un cricco, la accende ed è subito pace. Il fumo esce dalla sua bocca come la fiamma di un drago, denso, veloce, e timidamente un rivolo risale fino al suo sguardo.

Sconsolato, con quell’aria malinconica di chi tiene il peso del mondo sulle spalle entra nel bar, poggia la borsa, sale sullo sgabello con un misto di stanca tenerezza ed arroganza e sbuffa:

– Max un caffè che sto morendo. – 

– Se non muori entro dieci minuti che riaccendo la macchinetta te lo faccio io il caffè. –

Icaro, tirando su la testa dal braccio crollato sul bancone, prova a dare un volto alla voce femminile che sostituiva il grasso e pelato Max, ma quello che uscì dalla sua bocca fu solamente:

– Te non sei mica Max. E Max dov’è? – 

Chi è la misteriosa voce femminile

  • Una nuova persona nella sua vita. (28%)
    28
  • Una vecchia conoscenza di Icaro. (43%)
    43
  • La figlia di max. (30%)
    30
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