La sventura della donna annodata

Liutprando e l’avvocato

Il gelo deve avergli incollato il dito al campanello, pensò l’avvocato grattandosi la testa sul divano, di fronte a uno schermo piatto impensierito per le sorti ecologiche del mondo.
«Chiunque tu sia, spero per te che sia grave». Gianangelo Bruno non era del tutto certo di essere sveglio quando rispose al citofono. «Tanto grave da invogliare qualcuno a girarci un film. Catastrofico, per intenderci». Dietro di lui, sul pavimento, alcune bottiglie di birra alla deriva.
«Mi faccia salire, avvocato, la prego!». Nonostante il martellare continuo che avvertiva nel cranio, Bruno riconobbe immediatamente la voce leziosa del suo vecchio cliente da bollino rosso: Liutprando Barone. Improvvisamente, provò l’istinto di controllare se ci fosse rimasto ancora del liquido, in quelle bottiglie.
«Ha un’aria un po’ sbattuta, Liutprando. Anche per i suoi standard», commentò l’avvocato mentre l’altro uomo prendeva posto sul divano, scostando con un accenno di disapprovazione i residui di quello che doveva essere stato un surrogato a bassa gradazione bio di una cena. «A proposito, ma che ore sono?».
«Daranno la colpa a me, lo so!», piagnucolò Liutprando prendendosi la grossa testa tra le mani tremolanti. «Una cruenta malasorte mi perseguita!».
Bruno cercò d’istinto i fazzolettini da porgergli, ma poi si rese conto di non essere nel suo studio.
«Che è successo, questa volta, Liutprando, ha forse litigato ancora con la sua ex-signora con l’hobby della pesca al portafoglio?».
«Peggio, avvocato; peggio di quell’avida vacca!».
Bruno rimase interdetto. Fino ad oggi nulla è stato peggio della vacca, pensò.
«Quando la troveranno, diranno che sono stato io, il pregiudicato del quartiere!».
«Ma Liutprando, non crederà davvero di essere l’unico pregiudicato del quartiere?», ribatté l’avvocato aprendo il frigorifero. Merda: la birra è finita.
«Non lo so mica, io, come ci è finita quella annodata al mio letto!».
Bruno si drizzò di scatto. Forse è davvero peggio della vacca, considerò scrutando gli occhi sporgenti del suo ospite.

La notte senza luna avvolgeva la casa di Fioretto e Gelsomina Sollazzo. Da ogni stanza, ben inserito nella presa di corrente, un diffusore nebulizzava a intervalli costanti il suo aroma. Mina si svegliò di soprassalto, turbata senza sapere perché. Si alzò dal letto e iniziò l’ispezione: controllare la regolarità delle fragranze da lei selezionate con cura per ciascuno degli ambienti domestici era il miglior tranquillante che conoscesse.
Giunta in cucina, la sua attenzione fu attirata da un lampeggio bluastro proveniente dall’esterno.
«Fiore, sveglia!», sussurrò all’orecchio del marito, scuotendolo vigorosamente con entrambe le mani.
Quando aprì gli occhi e vide la moglie incombere su di lui coi capelli arruffati, Fiore Sollazzo arretrò sul letto con una espressione desolata. Mina lo strattonò in cucina, e gli mostrò quel che stava accadendo in casa di quello snob squinternato del loro indesiderato, e divorziato, vicino.
Un via vai di carabinieri; un circo di luci intermittenti; un brivido d’eccitazione del tutto sconveniente che percorse Mina da capo a piedi, facendole venire la pelle d’oca.
«Hai visto? Te lo dicevo io che prima o poi quello combinava qualcosa!», disse al marito ficcandogli il gomito nel fianco. «Vai a chiedere al tuo amico maresciallo, vai!».
Fiore le rivolse un’occhiata mesta e, sospirando al pensiero della ventenne allegrotta che aveva lasciato nei suoi sogni interrotti, uscì di casa infilandosi il giaccone sopra il pigiama di flanella.

«Ma chi li ha chiamati?», domandò l’avvocato Bruno saltellando sul posto per il freddo dietro l’angolo di via dello scorbuto.
«Io no di sicuro», rispose Barone guardandosi attorno con apprensione. «Quando mi arresteranno, mi difenderà lei, vero?».
«Non scherzi Liutprando, sa che sono stato radiato».
«Non c’è altro da fare, allora: la contatterò quando sarò al sicuro». E così dicendo scomparve nel buio gelido di quella notte di febbraio.
Oramai che son qui, tanto vale dare un’occhiata, pensò Bruno svoltando l’angolo con passo sciolto. Quando giunse nei pressi di casa Barone, scansò per un pelo Fiore Sollazzo, che sembrava vagare in stato di semi-incoscienza.
«State lontani, per favore!», disse con tono fermo il maresciallo Bonfiglio, rivolgendosi agli sparuti cittadini assonnati ondeggianti nella notte. «Che povera sventurata, quella donna annodata», aggiunse poi, bofonchiando tra sé.

Qualche chilometro più in là, Ninetto rientrava a casa puzzando di fumo. So che è tardi, cazzo. Trattenne il fiato, mentre chiudeva la porta con preghiere mute che s’augurava portatrici dell’auspicato silenzio.
Se lei se ne fosse accorta, questa volta il cellulare glielo avrebbe tolto per sempre, probabilmente. Ma cazzo, era quel venerdì sera, e anche se domani c’è scuola, io dovevo uscire.
Procedette a tentoni fino alla sua stanza. Una volta dentro, riprese a respirare, ma s’accorse subito che c’era qualcosa di strano.
Lì dentro, nel buio, qualcun altro stava respirando insieme a lui.

Cominciamo subito con le decisioni difficili: chi è la donna annodata?

  • La giovane figlia dei Sollazzo, che secondo i genitori avrebbe dovuto riposare nella sua cameretta color fiore di pesco (29%)
    29
  • La madre di Ninetto, donna rinata dopo un corso intensivo per aspiranti milf (50%)
    50
  • La ex-moglie di Liutprando Barone, spillatrice seriale degli averi dell'ex-coniuge (21%)
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96 Commenti

  • Che dire, oltre che Complimenti?
    C’è scuola in questa storia, la classifichi come ‘giallo’ ma va oltre gli schemi. Humor, noir, c’è un po’ di tutto. Scritto benissimo, molto ben strutturato. Non se ne leggono molti qua in giro di questo livello… a mio modesto parere ovviamente.
    Voto Gianangelo perché i cialtroni buoni sono una categoria da proteggere.

    A presto

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