Carne di Tartaruga

Dove eravamo rimasti?

Quale sarà la parola-simbolo della conclusione? Giglio (67%)

Gigli

Gigli bianchi ovunque si posasse l’occhio.

Il profumo permeava tutta l’aria attorno a loro, a Cranbory sembrò che anche la sua giaccia leggera ne fosse impregnata e che ne avrebbe portato l’aroma ancora per diverso tempo. Le chiome dei cipressi dondolavano nel vento caldo, il clima quasi torrido. Era mezzogiorno e il sole cadeva a picco su di loro, i cappelli tra le mani in segno di rispetto non permettevano di proteggersi dalla forza dei suoi raggi.

Tutti sembravano muoversi al rallentatore, come in una vecchia pellicola sbiadita, forse a causa dell’afa o del silenzio squarciato solo dalla voce altisonante e profonda del reverendo King “Il Signore Dio ci ascolta, ascolta le nostre preghiere e ci legge nel cuore. Ci giudica! E ci perdona” il reverendo abbassò le mani che teneva alzate a palmi aperti rivolti al cielo, guardò la bara bianca coperta da una corona composta d’edera e gigli “Il Signore Dio è buono, ci ama e ora abbraccia il nostro caro giovane fratello Drowley. I nostri pensieri devono andare a lui e alla pace del suo spirito, al fianco del Signore, che riposi nella sua gloria“ si chinò a pregare.

Alcuni dei presenti lo imitarono, chiudendosi in preghiera con gesti lievi, appena accennati, decorosi. Altri rimasero immobili con le mani incrociate sul ventre. Pochi istanti più tardi iniziò il lento passaggio davanti alla bara calata nella fossa. La madre si trascinava tra l’erba tagliata all’inglese senza emettere suoni. Lo scalpiccio di decine di scarpe venne attutito dalla terra magnanima del camposanto costellato di lapidi e sculture marmoree.

Hove, infilato in uno dei suoi migliori completi scuri, sovrastava quasi la maggior parte dei presenti in altezza e stazza. Immobile al fianco di Cranbory vicino al cipresso, avevano trovato una striscia d’ombra in cui rifugiarsi. Il caldo andava aumentando, mentre guardavano la carovana di persone e auto lunghe e nere dirigersi verso il cancello del cimitero.

“Sono felice che sia finita” disse Hove, senza distogliere lo sguardo dalla fossa.

“Quei due ragazzini mi davano i brividi” annuì Cranbory, poi alzò appena le spalle “Come si fa ad avere tanto odio dentro?” disse, finendo quasi per sussurrare.

“Non hanno avuto una vita facile, nonostante tutto” disse Hove.

“Già” Cranbory scosse la testa “Non sempre è oro quello che luccica, eh?” sorrise con amarezza.

“Ogni tanto ci penso… la notte” Hove lasciò che il suo sguardo puntasse verso il sole alto “Con che forza d’animo hanno trascinato quel corpo dentro la fabbrica, per issarlo dentro la vasca” scosse la testa.

“E’ incredibile, lo so. Sono stati fortunati…non fosse stato per quell’unica telecamera”Cranbory sospirò.

“Il Procuratore Lionel ha detto che il processo sarà abbastanza rapido, ammesso che ci si arrivi. L’avvocato di Indie è un osso duro, uno dei più rinomati dell’isola. Patteggerà di sicuro, Rage mi ha detto che vuole invocare l’infermità mentale. Una ragazzina plagiata dalla vita, ecc ecc… e chissà che non sia vero” Hove sospirò, infilando le mani in tasca “Nessuno dei due vedrà mai negli occhi una giuria”.

Cranbory mugugnò con stizza e alzò le spalle, lasciando vagare lo sguardo lì intorno.

“Non da molta soddisfazione, vero?” Hove abbassò lo sguardo a lei.

Cranbory alzò il suo e guardò a lungo il collega, e amico. Annuì lentamente e osservò il prato, gli alberi, i gabbiani nel cielo “No, per niente” infilò le mani nelle tasche del jeans nero “Ma credo che dovremo accontentarci anche questa volta”.

I detective si incamminarono, raggiunsero il sentiero di ghiaia bianca e lo seguirono sino al parcheggio esterno. L’auto di Hove era l’unica rimasta, salirono e si allontanarono. L’asfalto sotto di loro li portò lontano, alla quotidianità che riprendeva il sopravvento con violenza. Cranbory alla sua casetta indipendente, che divideva con il compagno e tre cani indiscutibilmente amati. Hove all’abbraccio di sua moglie, alle preoccupazioni di un figlio che cresce e di un mondo che muta troppo velocemente.

Il cielo di Grand Cayman, minuscola isola incastonata nel lussuoso panorama caraibico, s’infiammò del sole dell’ora di punta. Alto e splendente, pulsava con eccessiva prepotenza. I grattacieli, le villette a schiera, i grandi edifici del centro in stile neoclassico americano, le bandiere inglesi sventolanti nell’aria calda affisse sopra al Municipio e al Distretto, alle Scuole e all’Ufficio postale. Sbattevano come fruste, dondolanti insieme alle larghe e lunghe foglie verdi delle palme centenarie nei viali e sul lungomare.

L’Oceano si increspava con più calma, lento e imperturbabile di fronte alle passioni umane, si infrangeva contro gli scogli e schiumava bava che sapeva di salsedine. Pesci multicolori e predatori ne affollavano le acque, come i palazzi che su quel mare si affacciavano, cari al metro quadro tanto quanto era bello lo scorcio che promettevano. Isolani e turisti, come formiche, passeggiavano e macinavano cibo e parole, tutti spinti da due semplici e banali, quanto pericolose, forze. L’Amore e l’Odio.

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376 Commenti

  • Eccomi finalmente a commentare la tua storia. L’avevo già letta da tempo in metro ma dal tablet non scrivo quasi mai. Non ne sono capace. Che dirti, gran bella storia, inizio subito di gran classe, in stile CSI Grand Cayman, poi la storia non ha mai calato il ritmo e è come se tu l’avessi conclusa al nono capitolo, il decimo è solo per la delizia del nostro palato di lettori, con la grande chiusura di un’isola che non so se hai mai visto dal vero, ma che di sicuro ti ha colpito e hai fatto tua. Bravissima!

    • Grazie Diego. È bello sapere che la storia è piaciuta e ha colpito, quel tanto che basta perché le persone tornino dopo un mese per lasciare un complimento. Per questo ti ringrazio doppiamente. In realtà non ho mai avuto il piacere di nuotare tra le tartarughe, ma ogni mio racconto (anche il più piccolo) ha alle spalle un intenso lavoro di ricerca. Non saprei impostare una storia diversamente

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