La forca

Assolutamente demodé

La prima cosa che notò furono le scarpe. Assolutamente demodé, pensò Gianfranca Serena (ma tutti mi chiamano Lina) osservando il cadavere penzolante al centro della piazza principale – l’unica, in effetti – di Piandellelucciole, sonnolenta cittadina non troppo a sud, non troppo a nord.

Erano le quattro e ventidue di una gelida mattina di febbraio, un mercoledì, e Lina (ma il mio Bubu mi chiama Lineetta 🙂 stava rientrando a casa della madre dopo aver trascorso una briosa notte di cibo, sesso, vino e coccole, in ordine sparso.

Si avvicinò ancora, per guardare meglio da sopra le lenti, appannate dal respiro deviato dalla pesante sciarpa color ciliegia che s’agitava aggrovigliata attorno al suo non esile collo. Non c’era davvero dubbio: sembrava un morto morto.

Qualcuno aveva posizionato proprio al centro di Piazza Mazzini una forca. Sembra fatta da un bambino, ma non le manca un certo non so che di buon gusto, ponderò Lina portandosi il mignolo tozzo dall’unghia leopardata sul labbro inferiore, sbiadito. Poi fu colta da una illuminazione improvvisa, e voltò la testa rigonfia di capelli riccioluti in qua e in là, in là e in qua Dovette però tornare ben presto a osservare il morto: non aveva scorto tracce di telecamere, né di microfoni. (Meglio così, sono spettinata.)

Faceva freddo, e non c’era poi molta luce. Brrr, che paura! Se solo ci fosse qui anche il mio Bubu, sai che ridere!

Lina portò il suo corpo tarchiato proprio sotto l’ammasso di carne penzolante e sollevò lo sguardo in alto, senza però che le riuscisse di vedere bene il volto deformato dell’uomo. Perché era un uomo, o perlomeno era vestito come un uomo. Quelle scarpe, così anni ottanta – le ricordavano un paio che aveva visto una volta in fondo all’armadio di Bubu – sotto pantaloni scuri con pretese di eleganza. Un braccialetto, forse un po’ troppo largo, al polso sinistro.

Lina girò intorno al corpo, a naso in su. Quasi cadde a terra, inciampando in qualcosa di caldo e peloso che emise di rimando un latrato agghiacciante. Per non perdere del tutto l’equilibrio, la donna agitò, annaspando, le corte braccia, e finì con il ritrovarsi aggrappata alla gamba marmorea dell’ignoto trapassato. Il tempo le parve rallentare, mentre il verso straziante dell’animale riempiva l’aria.

Lineetta cacciò un urlo e, raddrizzatasi sgraziatamente, corse via dalla forca, lanciando, in successione, grida stridule che s’andarono ad alternare al suono lugubre della belva, mentre il cadavere pendolava cigolante dalla forca al centro della piazza.

OddioOddioOddio mi vogliono sbranare! Gridava Lina infilandosi negli stretti vicoli del centro, intenzionata a raggiungere al più presto e senza voltarsi indietro casa di mamma Quarta. OddioOddio il morto! Dietro di lei sentiva il respiro ansante dell’animale farsi sempre più vicino. Le parve di avvertire la presenza di una silente figura buia nascosta nell’ombra di un vicolo.

Finalmente intravide l’abitazione, nel silenzio spezzato di quella mattina di febbraio. Raggiunse il portone senza più fiato per gridare. Le chiavi cacchio! Nella borsa! Fece per aprirla, ma le cadde a terra. NoNoNo non può finire così!

Nella sua mente in tempesta comparve l’immagine sfrigolante del volto di Bubu, che ricordava di aver lasciato poco prima, ancora addormentato sul suo letto caldo. Si rivide alzarsi dal letto, asciugarsi il filo di bava che le si era formato all’angolo della piccola bocca, e dirigersi verso il bagno… poi un’altra immagine si sovrappose al film. Un’immagine fissa, questa volta, che le provocò una fitta di acuto terrore gocciolante. Qualcosa da cui avrebbe voluto scappare, ma che le s’imponeva come un quadro di famiglia. Vide un braccialetto. Il braccialetto del morto.

Il ringhiò dell’animale la riportò lì, di fronte alla casa che avrebbe dovuto salvarla. La bestia ora era ferma, seduta sulle zampe posteriori, e la osservava con due fari che per un istante sembrarono chiederle “perché?”. Lineetta rimase immobile: conosceva quell’animale.

Chi era la belva?

  • Era Samantah, cagna viziatissima quanto ingombrantissima che lei stessa aveva regalato, ancora cucciola, al suo Bubu due anni prima (33%)
    33
  • Era Airomen, randagio diffidente apparso dal nulla in paese un mese prima e così battezzato da Kevin, il suo snervante nipotino (50%)
    50
  • Era Sigfrido, il pastore tedesco del suo primo fidanzatino e prima (penosa) volta Luca, detto Etto (17%)
    17
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70 Commenti

  • Capitolo 8. Scorre simpaticissimo, mi sono dovuta fermare a ridere diverse volte. Il fraseggio è bellissimo, ci sono dei termini che mi hanno incantata.
    Il personaggio di Quarta fa veramente ridere e la scena della macchina è carinissima.
    Il capitolo si collega benissimo ai due iniziali. Tutta la storia di un quotidiano fatto di manicure, sindaco e parrucchiere si mescolano con il sogno.
    Su Arionman non sono molto convinta. I tanti personaggi rendono la storia complicata e forse è questo uno dei motivi per i quali non hai avuto tanti lettori.
    Anche a me è stato detto che ho messo troppi personaggi.
    Per quanto mi riguarda a me piacciono le cose fuori schema, non mi perdo con i personaggi e so che a volte sono marginali o protagonisti o antagonisti.
    Del resto il tuo racconto è ottimo per una sceneggiatura, ti immagini un film con questi personaggi ?
    Lo stile è la cosa che più mi ha colpito in tutto il racconto. A parte il personaggio di Lina che è proprio una forza. Bravissimo.

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