Il colore degli incubi

Dove eravamo rimasti?

Dopo questa lunghissima pausa, eccoci col nuovo capitolo e nuove svolte. Non sono sicura di che piega prenderà questa storia. Che si fa? Sabine mette con le spalle al muro Rachel che confessa. (40%)

Grigio. Grigio come la tristezza.

«Che hai detto?» Chiese d’improvviso Rachel nel sentire le parole della ragazza.
Sabine mossa da un’incontrollabile moto istintivo di rabbia si scagliò sull’amica fino a portarla – letteralmente – con le spalle al muro.
«Me lo sentivo sai?» Sibilò a denti stretti tenendo l’avambraccio sulla gola di Rachel. «Sapevo che c’entravi qualcosa in tutta questa storia, parla adesso!» Intimò Sabine infuriata.
«Sabine, devi calmarti.» Replicò la ragazza col fiato corto a causa della pressione che l’avambraccio dell’altra faceva sulla sua gola ma Sabine era decisa a farla parlare, così non mollò nemmeno per un millesimo di secondo la presa sulla ragazza. «Parla.» Disse concisa e ferma.
«Sedatela! SUBITO!» Fu la risposta di Rachel, in un urlo isterico e l’ultima cosa che Sabine sentì prima di sbattere le palpebre e ritrovarsi in tutt’altro posto l’istante successivo.

Spalancò gli occhi nel sentirsi il corpo bagnato e freddo, si trovava all’interno di una vasca rettangolare di colore grigio, come il freddo che percepiva fin dentro le ossa. Portò le mani sui rispettivi bordi laterali della vasca, con un colpo di bacino alzò il busto e si mise a sedere ancora in ammollo nell’acqua schizzando di acqua gelida il pavimento intorno alla vasca in cui era immersa. Solo quando si mise in piedi per uscire dall’acqua si rese conto di indossare una tutina aderente a pezzo unico rigorosamente grigia, un colore che non trasmetteva altro che tristezza. Si guardò intorno per diversi secondi che a lei parvero un’eternità ma attorno a lei non c’era nulla. Era in una piccola stanzetta con pareti grigio topo, nessun mobile, solo la vasca dalla quale era appena uscita ed una fredda porta di metallo anch’essa di colore grigio alla quale Sabine si avvicinò poco dopo, la maniglia per aprirla ed andarsene da quella stanza, non appena aprì la porta un’accecante fascio di luce le colpì il viso costringendola a chiudere gli occhi.

«Dottor Moore, gradirei sapere come fa il soggetto E801O ad essere cosciente durante il trattamento.» Disse una voce femminile.
«Signora, stiamo studiando l’esito dell’ultimo test. Per ora non abbiamo ancora capito come sia potuto succedere.» Rispose la voce di un uomo, impaurito.
«Esattamente, Dottor Moore, cosa pensa di ottenere con tale inutile risposta, se non un licenziamento?»
«Signora, stiamo facendo tutti i calcoli necessari per comprendere quale sia la falla nel sistema. Apparentemente da una prima analisi il sistema funziona perfettamente. L’unica spiegazione plausibile è che il soggetto E801O abbia sviluppato…» L’uomo venne interrotto dall’ira della donna.
«Non lo dica nemmeno, Dottore. E’ del tutto impossibile sviluppare qualsiasi genere di immunità al trattamento. Aumentate le dosi. Non deve succedere mai più che la mia incolumità venga messa a repentaglio dalla vostra incompetenza: il soggendo non può e non deve svegliarsi. Mai.» Concluse risoluta la donna.

Sabine nel frattempo si era svegliata; si trovava nel laboratorio e aveva fatto in tempo a sentire la donna parlare dello stesso soggetto della volta precedente. “E801O” si ripeté mentalmente. Vide strani cavi e tubi scorrerle lungo il corpo, molti dei quali terminavano sul proprio capo. Cercò di alzarsi dal letto ma i suoi polsi erano assicurati alle sbarre laterali di esso con delle spesse cinghie. Cercò di parlare, ma la mascherina che le copriva la bocca attutì la sua flebile voce.

La donna, indossava un camice bianco e portava i lunghi e lisci capelli raccolti in una coda alta, si avvicinò a Sabine, l’espressione sul suo volto cambiò in un batter d’occhio. Sgranò gli occhi nel trovarla sveglia, senza degnarla di troppe attenzioni si voltò nuovamente verso l’uomo anch’egli in camice bianco. «Fate sul serio? Il soggetto è sveglio!» Esclamò furente.
Sabine scosse il capo istintivamente per difendersi, per quanto possibile, quando la donna si avvicinò a lei per toglierle il respiratore.
«Immagino che da sveglia questo non ti serva.» Le disse la dottoressa, seccata.
«Rachel?» Domandò Sabine, confusa, nel notare la somiglianza con la propria amica.
La dottoressa si limitò ad annuire, distaccata. «In realtà il mio nome è Celia. Dottoressa Celia Sullivan.» Disse totalmente apatica.
«Celia? Dove mi trovo? Cosa mi state facendo?» Chiese disperata Sabine.
«Sei in un’ospedale e ti stiamo curando.» Replicò Celia, sorridendo.
«Curando? Io non sono malata.» Disse confusa Sabine.
«Esattamente.» Fu l’ultima cosa che sentì Sabine prima di riaddormentarsi.

Sabine si ritrovò ad aggredire Rachel contro il muro, esattamente come era prima di ritrovarsi nella vasca, quasi come se il tempo si fosse fermato.
«Sei la cavia di un esperimento, il progetto KU4.» Disse, sbuffando, Rachel. «Ed io sono il tuo supervisore. Non dovresti avere alcuna coscienza durante i test e nemmeno svegliarti se non siamo noi a volerlo.»

Sabine, sconvolta mollò la presa, indietreggiò spaventata sgranando gli occhi che si chiusero poco dopo: perse i sensi.

Ci avviciniamo alla fine, ci vogliono risposte.

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  • Rachel/Celia spiega tutto a Sabine, che.. (45%)
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208 Commenti

  • Eccomi qui come promesso.
    Allora, non ci conosciamo, premetto sempre che io tendo a scrivere, pure troppo, i miei pareri, perché credo molto nel confronto.
    Ti dirò cosa mi ha convinto del tuo racconto: l’idea di fondo, checché ne pensi qualcuno, 🙂 mi intriga molto. Un’artista che associa un colore a un oggetto o persona o sensazione e in base a questa descrive la realtà. Be’, mi pare quasi un sunto dello spirito artistico. Riprendi spesso questo concetto, a me sarebbe piaciuto che lo sviluppassi anche di più. Ho apprezzato molto i primi capitoli e la corrispondenza tra realtà onirica e quadri, questo aspetto si è un po’ perso nel prosieguo.
    Non mi dispiace neppure la piega che ha preso la storia, ha svoltato rimanendo originale.
    Veniamo alle cose che mi hanno convinto un po’ meno: il racconto manca un po’ di organicità. Inutile dire che questo è uno dei problemi di questa piattaforma per il resto molto valida: i lettori ti fanno prendere strade impreviste e devi contorcerti per incastrare i pezzi. Inoltre, a mio parere, lo stile in alcuni punti risente, penso, di una certa ‘ansia di pubblicare’: interpreto così molte parole ripetute (ho appuntato solo il cap. 6 ma ce n’è molti esempi: aria, giardino, porta. Anche deserto, ma lì il discorso è un po’ diverso) e periodi un po’ contorti.
    In conclusione: la tua storia ha qualcosa che molte storie celebrate qui sopra non hanno. È molto originale, è scorrevole e… racconta qualcosa! Le manca solo una conclusione!
    Ciao a prestissimo

    • Ti dirò che ci hai preso perfettamente in tutto, tranne forse per l’ansia da pubblicare se è inteso come una sorta di fretta. Come ti ho detto nel commento precedente questo racconto lo tengo in ballo da due anni. Per il resto ti do ragione, purtroppo mi sono trovata a sviare un po’ la trama iniziale perché in tutta onestà non avevo idea di come proseguire, ho cercato di adattarlo ai voti ricevuti ( mea culpa che ogni volta sparo opzioni a caso senza considerare le conseguenze), ormai è diventata una sfida poterlo concludere! Ti ringrazio molto <3

  • Ciao aria,
    Non so ancora nulla di te e mi appresto a leggere la tua storia che commenterò.
    Volevo però farti un’ anticipazione: scorrendo i commenti per un attimo mi è sembrato che il mitico VaiTra fosse tornato. Puoi credermi se ti dico che ero quasi contento? I suoi commenti raggiungono vette ineguagliabili. Soprattutto se raffrontate a ciò che scrive e a come lo scrive.
    😀 😀
    Non avrei potuto rispondergli meglio.
    A tra poco.

    • No, fortunatamente è un battibecco che risale ad un anno fa, penso che questo racconto abbia battuto ogni record sul sito visto che sono due anni che è in ballo e ancora non l’ho concluso.
      Purtroppo ho avuto una crisi e una sorta di blocco durante lo svolgimento, per la seconda volta, non riuscendo a trovare un modo per proseguire. 🙁

  • Voto per Rachel/Celia spiega tutto a Sabine, la poveretta merita una spiegazione dopo tutto quello che ha passato o penserà veramente di aver perso il nume della ragione.
    Ho appena finito di leggere i tuoi capitoli adesso, la tua storia mi era sfuggita. Sono contenta di averla recuperata in tempo e, dal momento che mi piace, la seguirò fino alla fine.
    Ciao.

  • “Il colore degli incubi” mi piace, “Nero… morte.” solite banalità, “non capiva se i suoi occhi erano aperti o chiusi” mi sembra strano che non non lo capisce anche se sta nel buoi totale, “quindi tutto ciò che poteva vedere – o non vedere – era il nulla più totale -” pleonastico, “Sussurrò a sè stessa… intensità” a me sembra che una frase del genere possa servire ad autoconvincersi del contrario, e comunque la frase è astrusa, “blu come l’oceano tempestoso” banalità, “Sabine portò la mano… da fare.” al massimo appena apre la porta blu vede quella rossa; se Sabine tocca la porta blu, non la apre, non la attraversa, si limita a toccarla, allora per vedere qualcosa la porta che ha solo toccato deve scomparire; ma non scompare, perché poi Sabine le vede tutte e due; quindi è impossibile; e se anche lo fosse, non è descritto; “l’idea di solare” brutto, “verde-serpe e rosa-neonato”: se dici viola melanzana o seppia ci può stare, perché tutte le melanzane e tutte le seppie hanno più o meno lo stesso colore e comunque è più o meno chiaro al lettore a quale colore l’autore si riferisce; ma penso che esistano serpenti di qualsiasi tonalità di verde, così come neonati di diverse tonalità di rosa; sono delle espressioni deboli; “Giallo come sabbia di una clessidra” perché, nelle clessidre mettono una sabbia di un colore particolare? Che differenza c’è tra la sabbia e la sabbia delle clessidre? etc, etc… questo era solo il primo capitolo.

    • Non mi sono mai autoproclamata la nuova Stephen King, quindi tutta la tecnicità che cerchi non la troverai mai in qualcosa scritto da me. Scrivo per hobby, perché mi piace. Ma ciò che mi domando è questo: se è tutto così banale e brutto perché leggerlo? 🙂

    • Ah, i colori sono associati a sentimenti ecco perché non c’è nessun verde-serpe e rosa neonato. Inoltre trovo assurde tutte queste critiche da una persona che nel suo racconto non coniuga nemmeno i verbi nel tempo corretto.
      Andiamo bene. 🙂 Grazie mille, spero di riuscire ad essere ancora più banale nel prossimo capitolo così mi risparmio un commento-poema noioso, altezzoso, smorfioso e sgarbato. ^.^

      • “i colori sono associati a sentimenti ecco perché non c’è nessun verde-serpe e rosa neonato” senti, sei poco chiara. Il nesso tra colori ed emozioni è valido sia per ragioni culturali (il nero del fascismo, la cui ideologia violenta può suscitare paura) che biologiche (è accertato che la vista del colore rosso accelera il battito cardiaco quindi può suscitare preoccupazione e che il colore blu crea dipendenza quindi può suscitare fiducia e tranquillità). Quando dici “verde-serpe” e “rosa-neonato” non associ un colore ad una emozione, ma a una immagine. Ne “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano, c’è un passaggio in una bambina è bloccata su una funivia, intorno a lei il paesaggio è totalmente bianco perché fuori c’è una tempesta di neve. La bambina pensa: quel bianco totale non è meno inquietante del buio assoluto. Questa mi sembra una buon esempio di come associare “colori” ed “emozioni” (e tra l’altro mi sembra un pensiero intelligente e forse originale). “Verde-serpe” non è un associazione tra un colore e un’emozione, semplicemente perché un serpente non è una emozione. Se intendi dire che la protagonista associa il colore ad una immagine o a un ricordo e a quella immagine e a quel ricordo una emozione, non è questo il modo per farlo. Prima specifica in maniera seria che colore è, e poi mostra le azioni del personaggio che fanno capire al lettore che emozione ha provato la protagonista (non basta raccontare le emozioni del protagonista) o direttamente i suoi pensieri. Tipo: “Vide la porta. Era verde muschio. A Sabine sembrò il serpente che la morse sotto un occhio quando era piccola… etc.” oppure “Vide la porta. Aveva il colore di un’albicocca. Sabine immaginò la pelle di un neonato: sarebbe mai stata in grado di accudire… etc.”.

        Il lettore legge “verde-serpente” e immagina un serpente a caso. Ma non sa precisamente di che colore è. Invece la lettura dovrebbe fornire immagini quanto più precise possibile.

    • Scusate se mi intrometto, sono capitata qua per caso e la discussione mi ha interessato. VaiTra, sarò molto onesta, come sono sempre: sei veramente un rompico******. Se le storie le trovi tutte banali e non originali, fai una cosa, come ti ho già detto: fatti una passeggiata e, se possibile, buttati giù da un ponte, così non dovrai più leggerne, perché sentirsi dire cose del genere da un moccioso qualunque che scrive storie “a metà tra Game of Thrones e The Wicther” è veramente il massimo del ridicolo. Sei puerile, tronfio e commenti per il gusto di dar fastidio, non per consigliare e aiutare gli altri – Aria, in questo caso. Lei, quantomeno, a scrivere qualcosa di davvero suo ci ha provato, che poi, come dice ella stessa, non sia alla pari di un’opera alla Stephen King è un discorso a parte (e, oltretutto, non penso proprio stia a te giudicarlo). Riguardo al suo “essere poco chiara”, concludo, conosco persone brillanti che, essendo tali, hanno talmente tante idee e pensieri da non riuscire a buttarle giù chiaramente, finendo per creare confusione persino per sé stesse. Le cose si possono dire anche in modo più gentile, senza per forza cercare di sminuire gli altri per compensare le proprie mancanze e farsi grossi.

  • Ciao, mentre leggevo questo racconto ho provato delle sensazioni strane, di angoscia. Però è avvincente, mi piace molto!
    Scelgo le spiegazioni di Rachel/Celia (tra le quali, secondo me, dovrebbe necessariamente esserci anche quella sul progetto Ku4… come potrebbe mancare?)

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