Dove eravamo rimasti?
Segni
Genbu veniva scossa qua e là dentro la scatoletta, il buio fuori dalle feritoie era fitto, chiusa dentro lo zaino sentiva solo i sobbalzi della camminata di Hiromi.
Aveva lasciato il maid cafè e si era diretto verso la metropolitana, non aveva molta voglia di tornare a casa, sapeva già cos’avrebbe trovato: il padre rincasato dall’ufficio seduto su un secchio in balcone a fumare e la madre che bolliva il pesce con il grembiule rosso sfrangiato in quel cubicolo che era la loro cucina. Il fratello non l’avrebbe visto, facile che fosse ancora in una delle sale giochi lì intorno. No, non aveva nessuna fretta, ma in realtà non sapeva dove altro andare.
Sprofondando le mani nelle tasche dei jeans questi si abbassarono ulteriormente in vita, mancava poco che gli cadessero alle ginocchia, ma non se ne curava. Mentre attraversava l’incrocio pensò che doveva trovare qualcosa da mangiare per Genbu, gli serviva un negozio di mangimi.
Quel pensiero si scontrò con l’insegna rossa luminosa di un ristorante di ramen. Hiromi si fermò lì davanti, rapito, era uno dei suoi piatti preferiti ma la madre non lo preparava mai, non sopportava le tagliatelle di frumento. Aveva la possibilità di mangiarlo raramente, solo quando dalla montagna arrivava in visita la bisnonna Naoko, lei ne era ghiotta e la madre non poteva tirarsi indietro, portarle rispetto era uno dei suoi compiti. Era la più anziana della famiglia e la sua parola era ancora legge per tutti, anche nella grande città.
Hiromi si chiese se la nonna, quand’era giovane, avesse mai mangiato la varietà di Tokyo: tagliatelle spesse e arricciate, brodo rigorosamente di pollo e soia, guarnito con scalogno, bambù fermentato, maiale, uova, alghe e spinaci. Al pensiero non resistette, si avvicinò alla cassa esterna e ordinò una porzione, pagò con gli spiccioli rimasti ed entrò.
Prese posto al bancone, in fondo. Aveva sempre pensato che il ramen andasse mangiato davanti al cuoco per rendergli omaggio e con il fumo dei vapori della pentola in faccia. Sentì la saliva aumentare appena preso posto sullo sgabello, posò lo zaino sul banco contro il muro e aprì un pò la cerniera, che anche Genbu godesse di profumo e luce.
La sua ordinazione arrivò dopo pochi minuti, birra compresa e iniziò a mangiare. I primi bocconi li masticò di fretta e le prime sorsate bollenti gli inondarono la gola senza pietà, poi rallentò e iniziò a godersi le varie sfumature di sapore, la bellezza del ramen.
Genbu, dalla sua scatoletta, inspirava i vapori a testa alta, allungata verso l’esterno.
Hiromi le lanciò uno sguardo e si ripromise che uscito di lì sarebbe andato a prenderle da mangiare.
Con le bacchette si portò alla bocca l’ultima fettina di maiale e proprio in quel momento notò una figura seduta su una panca, dalla parte opposta del piccolo locale. L’unica donna sola, sembrava vecchissima, incartapecorita e grinzosa, ma aveva qualcosa di affascinante. Hiromi smise di mangiare e rimase a fissarla, sentì un movimento graffiante provenire dalla scatolina e seppe, con sicurezza, che anche Genbu si era girata in quella direzione.
Un messaggio, Hiromi sapeva riconoscere i piccoli segni invisibili. La manica rossa che spuntava da sotto il logoro cappotto azzurro della vecchia, i suoi occhi grigi persi nella ciotola di brodo fumante, il sacchetto di seta gialla sgualcito chiuso da un fermaglio con il simbolo del dragone azzurro Seiryu. Uno dei Cinque Guardiani. I segni, Hiromi capì che era il momento e tirò fuori dalla scatolina Genbu.
Otto secondi dopo era seduto davanti alla vecchia, solo un tavolino di legno a dividerli. La donna alzò lo sguardo su di lui, i loro occhi rimasero silenti e incatenati per lungo tempo.
«La tartaruga beve il brodo e si fortifica» disse lei, prendendo un piattino dal tavolo e versandoci un cucchiaio del suo brodo.
Hiromi posò Genbu sul ripiano e subito lei si diresse al piattino, si innalzò arrampicando le zampine anteriori sul bordo, il collo lungo e armonioso, prese a bere.
«Tu vedi cose malvagie, ragazzo»
«Non sono malvagie. Sono la verità, io non posso cambiarle» la voce di Hiromi tremava.
Il brodo sussultò, nella ciotola e nel piattino.
«Adesso puoi» sentenziò la vecchia.
Allungò una mano alla sua, lo sfiorò soltanto e Hiromi sentì gli occhi inumidirsi d’improvviso come se un grosso peso gli fosse comparso sulle spalle. Genbu s’infilò sotto la sua mano e si sentì subito meglio.
Hiromi guardò il sacchetto, il fermaglio in legno sembrava lucido sotto i neon.
«Seiryu è il prossimo, sarà lui ad aiutarti» la voce della donna si abbassò, mentre spingeva il sacchetto verso il ragazzo.
«Cosa succederà?» Hiromi non riconobbe la sua voce e si accorse di avere paura, per la prima volta da quando aveva visto i primi segni, una settimana prima.
«Solo Genbu lo sa, lei ti proteggerà e ti avvertirà quando sarà il momento».
«Ho paura».
«Anche questo ti aiuterà».
Hiromi si passò una mano sugli occhi e quando li riaprì la vecchia sembrava aver perso ogni luce, con difficoltà immergeva le bacchette nel brodo.
Il mattino dopo Hiromi si sveglia nel suo letto. Qualcosa è cambiato....
- Il fermaglio di Seiryu è spezzato (29%)
- Una pioggia torrenziale ha investito la città (53%)
- Genbu sta male (18%)

12/08/2014 at 19:33
Devo leggerla 🙂
23/07/2014 at 21:00
che dire, bellissima storia! complimenti davvero!
19/07/2014 at 10:25
eccomi, gran finale!!! Ho seguito la storia dall’inizio e mi è piaciuta, brava!!
20/07/2014 at 19:26
Grazie federica!
18/07/2014 at 00:25
Eccomi qui, mi sono un po’ perso in questo periodo incasinato, ma conto di mettermi al pari! Spero nel brevissimo, perché questa storia mi piaceva molto… 😉
20/07/2014 at 19:26
Grazie, ci vediamo alla prossima.