Dove eravamo rimasti?
Acqua
Il cielo nero preannunciava una giornata temporalesca, dalla sua finestra Hiromi poteva vedere i lampi irregolari squarciare le nuvole in lontananza. Osservò le gocce di pioggia che violentemente si abbattevano sul vetro, posò una mano sulla superficie fredda. Era il segnale, era pronto a riconoscerli ad uno ad uno, quando si fossero manifestati. Questo era il primo.
Hiromi si avvicinò alla teca acquatica di Genbu, lei lo stava aspettando con la testa rivolta in alto.
«Ci siamo Genbu, dimmi cosa devo fare» Hiromi le sussurrò, piegandosi.
La tartaruga abbandonò uno scoglio sporgente fuori dal pelo dell’acqua e con una breve nuotata raggiunse il masso più grande, grigio, perlescente. Arrivata sulla terraferma allungò il collo verso la scrivania. Il sacchettino era lì immobile.
Hiromi guardò poi verso la finestra, sentiva solo l’assordante ticchettio. Una valanga d’acqua si stava impossessando della città, Seiryu era in arrivo, quello era il suo elemento, il suo nido, lo controllava.
Hiromi aprì la porta della stanza: silenzio. La madre era sicuramente uscita per andare dalla sorella malata che viveva poco fuori città, avrebbe passato lì tutto il giorno e il padre era al lavoro; la scuola poteva aspettare. Chiuse la porta e prese il sacchettino, si sedette sul bordo del letto e con gesti calmi lo aprì.
Il fermaglio si spezzò a metà senza rumore, la calamita in mezzo ne teneva unite le due estremità. Sciolse la cordicella e allargò con i polpastreli l’apertura, le dita sentirono subito che all’interno c’era qualcosa di duro e spesso.
Tirò fuori una tavoletta rettangolare di legno, incisa con la figura di un dragone dalla coda piumata e i lunghi baffi. La rigirò tra le dita lentamente, gli sembrò di vedere degli strani solchi sui lati più lunghi. Frugò ancora nel sacchettino e sentì tra le mani un piccolo oggetto di vetro: una clessidra contenente una polverina azzurra. Seppe subito cosa doveva fare, ma aveva paura.
Guardò Genbu, ma riposava, non era ancora il momento d’intervenire, come gli aveva predetto la vecchia. L’avrebbe rivista? Sentì un brivido lungo la schiena e fu sicuro di sì, i Segni li avrebbero riportati di nuovo vicini in un angusto spazio.
Si fece coraggio e si sedette a gambe incrociate sul pavimento, voltò la clessidra, strinse con forza la tavoletta e chiuse gli occhi. I centoventi secondi che seguirono furono ammantati dal più profondo silenzio, Hiromi ebbe la netta sensazione di aver abbandonato la camera, l’intero palazzo ed essere in un luogo lontano e ovattato. All’improvviso sentì distintamente l’ultimo granello di sabbia cadere sul mucchio e spalancò gli occhi, il muro della sua camera non c’era più.
Al suo posto una casa, un piccolo appartamento e lui c’era dentro. Uno stretto corridoio si apriva su tre porte scorrevoli, soltanto da una proveniva un rumore, fece per avvicinarsi ma un uomo sbucò dalla stanza. Hiromi si fermò, ma capì che lui non l’aveva visto, si guardò le mani ma gli sembrarono del tutto normali, sentiva la pelle sotto i polpastrelli. Avanzò lentamente, seguendolo. Si era aggiunto un altro rumore: acqua.
Hiromi si trovò sulla porta del bagno, l’anticamera era ordinata, gli asciugamani bianchi piegati con cura e il sapone luccicante sul ripiano. Da lì poteva vedere la zona toire con il water e l’altra con la vasca, profonda e rivestita in legno. Hiromi notò subito che c’era qualcosa sullo sgabello, ma distolse lo sguardo osservando l’uomo. Si stava spogliando nudo, l’aveva già visto, ma dove?
L’uomo si diresse allo sgabello, vicino alla vasca ed iniziò a passarsi una spugna umida sul corpo. Si lavava, prima di entrare nella vasca già piena d’acqua e fumante, come da tradizione.
Hiromi attraversò l’anticamera per guardarlo, capelli corti neri, occhialetti sul naso, corpo esile, bocca anonima. L’uomo aveva spostato il rasoio sul bordo della vasca, quando ebbe finito di lavarsi lo prese, ci entrò in piedi e se lo passò sui polsi, con decisione. Hiromi indietreggiò, vide le gocce di sangue spargersi come veleno nell’acqua bollente, poi l’uomo, senza fretta, ci si sedette dentro e rimase lì, semisvenuto.
Poi fu il buio.
Aprì gli occhi, era sdraiato, percepì sotto le dita qualcosa di duro e umido, il guscio di Genbu. Si alzò lentamente, sentiva un forte mal di testa come se qualcosa l’avesse colpito e scoprì di essere di nuovo nella sua stanza. Guardò l’orologio, non era passato neanche un minuto da quando aveva girato la clessidra. Si passò una mano sulla testa, guardando Genbu, era stata lei a farlo tornare, il tempo era scaduto. Aveva visto ciò che gli serviva, era la seconda volta che gli capitava ma non era mai successo in modo così distinto, netto, non era mai riuscito a cogliere così tanti particolari. Ora ricordava tutto, Seiryu gli aveva mandato il messaggio, l’acqua, l’uomo.
«Genbu l’abbiamo già visto…» disse sottovoce e all’improvviso gli tornò tutto in mente.
Il Maid Cafè. Mimi. Il cliente. Era lui.
Hiromi prese di corsa Genbu e lo zaino, doveva correre. E trovarlo.
Come farà Hiromi a trovare l'uomo?
- Qualcuno cercherà di impedirglielo (42%)
- Se lo troverà davanti per caso, ad Akhihabara, in un posto inaspettato (25%)
- Dovrà chiedere aiuto a Mimi (33%)

12/08/2014 at 19:33
Devo leggerla 🙂
23/07/2014 at 21:00
che dire, bellissima storia! complimenti davvero!
19/07/2014 at 10:25
eccomi, gran finale!!! Ho seguito la storia dall’inizio e mi è piaciuta, brava!!
20/07/2014 at 19:26
Grazie federica!
18/07/2014 at 00:25
Eccomi qui, mi sono un po’ perso in questo periodo incasinato, ma conto di mettermi al pari! Spero nel brevissimo, perché questa storia mi piaceva molto… 😉
20/07/2014 at 19:26
Grazie, ci vediamo alla prossima.