Dove eravamo rimasti?
Equilibrio compromesso
Il silenzio era torrido.
Hiromi sentì una forte vampata di calore e iniziò a sudare, si puntellò sui gomiti per alzarsi dal tatami. Gli girava la testa, ma percepiva con chiarezza che il dolore stava lentamente scemando, all’estremità della sua nuca.
«Cos’è..» solo in quel momento s’accorse di essere solo, completamente solo.
L’aria era immobile, Hiromi si tirò su a sedere con uno scatto. Niente Genbu, niente zaino, niente Masako. A ricordo dell’ altrui presenza rimaneva solo una ciotolina di latte sporco e la forma delle ginocchia di lei sul tatami, l’orma sarebbe scomparsa presto.
Hiromi si sentì perso, come mai nella sua vita, in balia delle onde, del ticchettio del suo orologio da polso, delle pareti impersonali della stanza. Si passò le mani sul viso, sugli occhi, tra i capelli, con la speranza di stropicciare ricordi e paure, tanto da cancellarle via.
Si guardò intorno, non c’era nulla nella stanza, uscì nel corridoio e riconobbe la porta che dava al garage. Si diresse dalla parte opposta, la porta di legno d’una vecchia casa d’altri tempi, doveva essere un vecchio edificio ristrutturato solo in parte. Curiosò appena nelle altre stanze, ma erano tutte vuote. Lo spioncino lo guidò, tirò la porta vecchia e si ritrovò su un pianerottolo. Con gli occhi rivolti in sù poteva scorgere l’unico altro piano del palazzo, notò a sinistra la porta che dava sulla strada, era un vicolo laterale rispetto alla via principale dove c’era l’ingresso del garage.
Riconobbe il quartiere, non era troppo distante da Akihabara, doveva tornarci subito. Non aveva idea di dove fosse Masako e del perchè avesse rapito Genbu, pensare alla sua compagna gli fece sentire una stretta al cuore profonda. Non si lasciò prendere dallo sconforto, aveva lasciato da parte la sua missione, l’uomo lo stava ancora aspettando?
Aveva un unico appiglio, Lei lo avrebbe aiutato. Ancora.
Hiromi corse verso la prima fermata della metro e si diresse a passo svelto al ristorante ramen-ya: il suo unico punto di riferimento.
«Ranu-san, ha per caso visto una donna vecchia? Con i capelli lunghi bianchi, ha un cappotto azzurro».
Il cuoco e proprietario, il cui nome era segnato all’ingresso del locale, squadrò il giovane e alzò le spalle, per tornare a mescolare la zuppa nella grande pentola.
«Tu parli di Kuiiro-san» non lo guardò nemmeno.
Hiromi non sapeva il nome della vecchia saggia, ma sentì in cuor suo che stavano parlando della stessa persona. Annuì e Ranu indicò con il mento una tendina sottile, invisibile, in fondo alla saletta.
Hiromi si precipitò lì e la scostò, la stanza all’interno era piccola, sudicia e buia. L’unico tenue bagliore proveniva da una lampadina rossa dondolante, solo dopo si accorse dei tatami stesi per terra. C’era una figura sdraiata, la riconobbe dal cappotto lungo e largo che luccicava, creando strane fosforescenze. Non si muoveva, un lieve russare proveniva da lei.
«Saggia Kuiiro! Maestra, sono io! Hiromi! La prego» si inginocchiò su di lei per scuoterla.
La figura raggomitolata fu travolta da un attacco di tosse fortissimo, si alzò appena, sconquassata e affaticata. Allungò la mano incartapecorita verso un barattolo di latta vuoto e ci sputò dentro.
«Genbu… l’ hai perduta» la voce era bassa e roca.
Un nuovo accesso di tosse la violentò. Hiromi la sostenne tenendole le spalle e avvicinandole la lattina. La vecchia si era ammalata per colpa sua, lo sentiva. Chinò la testa.
«E’ stata una ragazza, si chiama Masako. Kuiiro-san, è stata lei a rapire Genbu. Deve avermi drogato, io…» sospirò.
Gli occhi della vecchia brillarono nell’oscurità, lo stava guardando e il suo respiro affannoso, impastato di saliva, gli lambiva le labbra.
«Masako. Nemesi. Devi starle lontano, ragazzo, lei è Male. Userà Genbu per richiamare i Guardiani e asservirli. Devi fermarla ad ogni costo» rantolava.
«Dimmi cosa devo fare Maestra, non so dove trovarla. Sono rimasto solo e la mia missione… quell’uomo che Seryu mi ha mandato…» Hiromi si lasciò cadere sul tatami, esausto.
Per la prima volta pensò che era tutto troppo più grande di lui, che era insignificante.
«L’uomo attenderà, devi trovare Genbu. Senza di lei l’equilibrio è compromesso» sospirò. «Dov’è la tavoletta di Seryu?»
«A casa mia!»
«Masako non deve prenderla o Seryu sarà suo schiavo, devi impedirglielo. DEVI!» urlò quell’ultima parola con sofferenza.
Hiromi le strinse la mano e annuì, aveva le lacrime agli occhi, la aiutò a distendersi.
«Ora tocca a Suzaku, io non posso più… senza Genbu… sto troppo male. Devi trovarla» gli occhi si chiusero, mentre le dita indicavano una scatola di lacca.
Hiromi sentì un lieve borbottio provenire dalla sua gola e si allontanò, prese il contenitore e corse fuori dal locale.
Sul coperchio era dipinta Suzaku, la fenice rossa, Guardiana del Sud.
Hiromi strinse al petto la scatola e corse a piedifiato, doveva tornare a casa e sperare che Masako non l’avesse già raggiunta.
Mentre correva vide che all’orizzonte si profilavano nuove nubi. Il suo orologio suonò le due del pomeriggio.
Hiromi arriva davanti al suo palazzo. Cosa succede?
- Arriva in casa, prende Seryu, ma sente dei rumori sul pianerottolo. (71%)
- E' tutto tranquillo. Sale e trova Seryu. (0%)
- Vede la Katana parcheggiata dietro l'angolo dell'edificio. (29%)

12/08/2014 at 19:33
Devo leggerla 🙂
23/07/2014 at 21:00
che dire, bellissima storia! complimenti davvero!
19/07/2014 at 10:25
eccomi, gran finale!!! Ho seguito la storia dall’inizio e mi è piaciuta, brava!!
20/07/2014 at 19:26
Grazie federica!
18/07/2014 at 00:25
Eccomi qui, mi sono un po’ perso in questo periodo incasinato, ma conto di mettermi al pari! Spero nel brevissimo, perché questa storia mi piaceva molto… 😉
20/07/2014 at 19:26
Grazie, ci vediamo alla prossima.