Dove eravamo rimasti?
Sulla Pista del Trisonte Nero (ovvero breve storia di una famiglia di orchi)
Niente ti fa vedere le cose da un’altra prospettiva quanto stare sospesi a testa in giù, penzolando come un frutto troppo maturo a migliaia di metri d’altezza. Il drago, troppo impaurito, infuriato o semplicemente stupido, non dava impressione di voler perdere quota e io osservavo il paesaggio sottostante cambiare colore e conformazione come in un immenso caleidoscopio. Sorvolammo le Pianure Porporine, così chiamate ormai da secoli per via dell’ l’insolito colore che aveva preso l’erba dopo una battaglia sanguinosissima, durata oltre cento anni, di cui più nessuno ricordava la causa; superammo le rigogliose Colline della Seta e seguendo il percorso scintillante e voluttuoso del fiume Lucino giungemmo fino alle Terre Brulle. Si dice che l’Orco Primordiale abbia visto la luce, agli albori dell’universo, proprio nelle Terre Brulle. Si dice così perché da sempre gli Orchi popolano queste lande sconfinate, dove ancora corrono i maestosi trisonti, che se pensate che un bisonte sia grosso, aspettate di vedere un trisonte.
Mio nonno materno, Ggrch, era il capo della Tribù degli Unghioni, una delle più grandi e forti di tutte le Terre Brulle. Era un orco all’antica, figlio d’un tempo in cui gli orchi non parlavano ancora la Grande Lingua, quella che oggi accomuna tutti gli abitanti del Basso Continente. Ora che ci penso gli orchi sono stati proprio gli ultimi a impararla, perfino dopo i troll.
Tradotto nella Grande Lingua, Ggrch significa “Colui che comanda coi piedi”: titolo che s’era guadagnato mettendo in riga a calci nel culo i guerrieri dell’intera tribù.
Potete immaginare dunque come non fosse un tipo incline alle manifestazioni d’affetto. La cosa più carina che ha fatto per me credo sia stata non mangiarmi quand’ero ancora piccolo; motivo per cui, una volta rimasto orfano, ritenni saggio non rivolgermi a lui.
La nonna invece non la conobbi mai, perché morì in battaglia prima che nascessi. So solo che si chiamava Vrujcka, che nella Grande Lingua ha un significato assai poco carino.
Mio zio Krog, il secondogenito, era una specie di artista. Le sue teste impalate andavano a ruba e lui era costretto a procurarsene costantemente di nuove, motivo per cui un giorno gli abitanti dei villaggi vicini gli fecero la festa.
Avevo poi un numero sterminato di cugini, praticamente tutta la tribù, e anche qualcuno nelle tribù vicine. Il più famoso era Wokka, il più grande cacciatore di trisonti della storia dei cacciatori di trisonti: di lui si narrava che, armato solo di un bastoncino e di uno scoiattolo morto, avesse ucciso il leggendario Battitore Nero, un trisonte così grosso che dopo gli acquazzoni nei solchi lasciati dai suoi zoccoli si formavano dei piccoli stagni. Con la sola sua pelle costruirono una grossa tenda, la stessa che ancora oggi ospita le riunioni solenni della Tribù degli Unghioni.
Durante i mezzogiorno roventi delle Terre Brulle, io mi rintanavo nel fresco odoroso di muschio ed erbe di quella grande tenda in cui, coi cugini della mia età, si giocava a sputi, alla lotta o a “schiaffeggia Buzuk e scappa”. Buzuk era lo sciamano della tribù, prozio di mia madre e di un’altra trentina di orchi e orchesse. Gli adulti lo tenevano in grande considerazione e reputavano una grande mancanza di rispetto disturbarlo quando piombava in una delle sue sempre più frequenti estasi mistiche.
La verità era che il prozio Buzuk era un vecchio rimbambito e s’appisolava un po’ ovunque, borbottando nel sonno. Io, piccolo e svelto orgoblin, ero più bravo dei giovani orchi a “schiaffeggia Buzuk e scappa”, mentre a sputi e alla lotta invece perdevo miseramente, non potendo in alcun modo competere con loro.
Mentre la mia mente, forse anche a causa di tutto il sangue che in quella posizione fluiva al cervello, si lasciava andare a simili ricordi, il drago ebbe un sussulto.
Doveva aver fiutato qualcosa di grosso, perché s’era fermato a mezz’aria, sorretto dalle ali immense che sbattevano rimbombando come tuoni. Cercai di dare il giro dondolando con il corpo, in modo da rivolgere lo sguardo dove lo stava rivolgendo anche il drago.
Laggiù, dove il buio era già denso e aveva inghiottito l’orizzonte, un punto risplendeva di un bagliore ardente.
Cos'è il bagliore all'orizzonte?
- Non lo sapremo: il drago si terrà alla larga e Lando pure! (0%)
- Il cratere del vulcano Porfirio. (44%)
- Le fiamme dell'assedio della Fortezza di Roccamara! (56%)

20/07/2015 at 09:17
Finale all’altezza di questa e delle altre storie. Niente da dire.
Grande Ferdinando, mi accodo a chi spera di rileggerti ancora.
A presto!
15/07/2015 at 15:18
Grande Ferdinando, ho iniziato per caso a leggere di Lando e ora che è finita la ballata resta un vuoto!!
Bellissima la conclusione!
Spero di leggere ancora tue storie!
15/07/2015 at 11:10
Mi piace come hai concluso questa storia. Bravo! 😀
15/07/2015 at 14:54
Ciao Danica, bentrovata! Mi ero perso il precedente commento…
Sono felice che ti sia piaciuta l’avventura di Lando, io mi sono divertito molto a scriverla.
08/07/2015 at 22:42
ahahahahahahaha
finale fantastico, da vero autore con la A maiuscola.
Ti leggo, anche se non più qui, ti leggo nei tuoi romanzi.
Un giorno, spero, avrò un tuo autografo. Dico sul serio.
In fondo mi accontento di poco, solo un brandello di te, che avrò chiesto mai…
09/07/2015 at 08:24
Ti ringrazio, detesto lasciare le cose incompiute, ma neppure finirle a casaccio mi piace… così ho atteso d’avere l’ispirazione per scrivere un finale decente. Tu come al solito sei troppo buona!
Quanto all’autografo, temo di non poterti accontentare: non so scrivere. Va bene una X?
28/06/2015 at 17:42
Veramente divertente questo racconto. Voto per il deus ex machina, curiosa di vedere che cosa ti inventerai. 😀
27/03/2015 at 17:29
Un deux ex machina
Lo prefiguro molto originale
23/03/2015 at 09:40
Evito complimenti scontati e ti dico che ci vediamo direttamente al finale. Curioso come poche volte di vedere chi, o cosa, ci metterai sulla catapulta.