Anomalia
Contare.
Contare è il mio lavoro. Aggiungo segni su infiniti fogli bianchi. I numeri s’incasellano nei quadretti dei miei block notes come ghiande ordinate su una fila immaginaria. Uno dopo l’altro. Somme. Moltiplicazioni. A volte sottrazioni, ma sono rare. Di solito aumentano e quando arrivano alla mia scrivania è difficile che si registrino errori. Calcolo per sei ore al giorno, quattro la mattina, iniziando presto e due dopo la paura del pranzo. A volte sono sei ore molto lunghe, ma capitano anche giorni in cui le ore volano via e scivolano sotto gli infissi della grande finestra dello studio.
Conto da solo, da due anni ho un ufficio appartato, poco distante dal bagno e qualche porta dal grande studio del capo. Lo vedo raramente e ancor meno di frequente mi convoca personalmente per qualche nuova istruzione. Non ci sono aggiornamenti nel mio lavoro, si ripete uguale all’infinito. E’ sempre stato così, sin da quando ho cominciato. Ed è proprio fino all’infinito che conto. Ogni giorno, sei giorni su sette, per sei ore. Conto le ghiande che non smetteranno mai di infilarsi una dietro l’altra. E’ la mia vita, contare.
Conto i morti. E quelli non finiscono mai.
La causa della morte non ha molta importanza, ai fini del mio incasellare. E poi non sono molti i modi in cui muore la gente. Tolte le dipartite naturali s’intende, mi arrivano per lo più vittime di suicidi, stragi e guerre. Il mondo non è più un luogo così sicuro. Il mio lavoro è sempre stato improntato sulla razionalità, la logica, la ripetitività e mi andava benissimo così. Ero organizzato, così. Almeno finché non è successo, sei giorni fa. Tanto ci ho messo a svolgere controlli accurati e assicurarmene.
L’anomalia esisteva e l’avevo trovata per puro caso.
Convinto di essermi sbagliato ad immagazzinare i dati relativi ad una determinata area mi ero fermato un’ora in più, fuori orario. Succede di rado qui, ma a volte capita. E’ stato in seguito ai primi controlli che mi sono accorto dell’incongruenza. Non sono più riuscito a dormire da quel pomeriggio, continuavo a pensarci anche a casa. Negli ultimi giorni non ho lavorato ad altro, tralasciando i miei compiti primari. Ho una memoria ferrea, non ho difficoltà a ricordare numeri, cifre, calcoli. Mi è tornata utile quando ho visto l’anomalia nelle colonne di numeri. Erano troppi, semplicemente troppe voci in una zona ridotta e in un periodo di tempo altamente circoscritto.
I morti non sono mai troppi, dice un vecchio ironico detto che si sente ripetere nei corridoi da anni, ma in questo caso lo sono. La zona in questione è un lotto rurale in aperta campagna, poco fuori dalla città. Ormai oltre i confini cittadini sono in poche comunità a sopravvivere, per lo più ci siamo spostati nelle grandi megalopoli. L’anomalia era evidente, mi ha colpito come un pugno alla radice del naso. Conosco quella zona, antichi manieri, cascine di campagne, i pochi campi rimasti, stalle, allevamenti per lo più. Non era possibile che negli ultimi quattro mesi si fossero registrate 1222 morti. Impossibile, ma non secondo i miei calcoli e calcolare è il mio lavoro.
Non sbaglio mai.
Le cause? In percentuali di poco differenti: infarto, epatite e anemia. Nei documenti che arrivano di solito al mio ufficio non sono registrati i particolari e quindi non avevo modo di reperire altre informazioni. Ero bloccato. E’ stato l’incontro fortuito con un collega del Catasto a convincermi ad agire. In quell’occasione riuscì a carpire qualche informazione in più. Si tratta di una circoscrizione rurale, ancora inglobata all’interno dei confini più esterni della megalopoli di Anchorage. E’ un’area limitrofa, sottoposta al governo della città alfa, utile per le terre lavorate.
Il vecchio stato americano dell’Alaska non esiste più. Già da un secolo gli U.S.A. sono stati riorganizzati in quattro mega-aree, contenenti ognuno una megalopoli attorno a cui ruotano le maggiori attività produttive e le abitazioni. La nostra mega-area ha adottato il nome Alaska, inglobando altri stati che non esistono più. La terra circostante le megalopoli è per lo più disabitata o adibita per gli allevamenti animali. Lo stesso sistema ha ridotto tutti gli stati del mondo a vivere in aree isolate circondate dalla natura selvaggia. Le megalopoli di tutto il mondo la fanno da padroni, intorno orbitano solo poche case e muri di contenimento.
La zona in questione è proprio una di queste, una vallata oltre le montagne Chugach, attraversata da un fiume freddo, in cui le terre sono adoperate per il pascolo dei caribù. Ci vivono circa trenta unità famigliari, molte delle quali imparentate alla lontana. Ascoltando le sue parole mi sono reso conto che l’anomalia era reale e nascondeva qualcosa di grave, non avevo dubbi. Con il passare dei giorni ho iniziato a portarmi i documenti a casa per poterli studiare, volevo capire.
Per farlo, però, devo forzatamente raggiungere la zona denominata “ALASKA C-1”.
Anchorage, 6 marzo 2170
Ishmael Goren
Ishmael raggiunge la vallata ai piedi dei monti Chugach. Cascine, manieri e steccati all'orizzonte. Cosa succede il primo giorno?
- Trova una casa disabitata (29%)
- Raccoglie la testimonianza di un pastore (24%)
- Assiste a un funerale (47%)

25/01/2016 at 09:47
Chiusa fantastica. Davvero bella. Hai un modo di scrivere molto pulito, essenziale direi. Diversamente da qualcuno non amo troppo gli spiegoni, rischiano di rallentare la storia e annoiare il lettore (l’elaborazione di alcuni dettagli credo vada lasciata ai lettori, trovo sia un modo di renderli partecipi). Ecco perché ho apprezzato il fatto che alcune domande siano state lasciate (volutamente?) senza risposta… La fuga credo fosse la sola via possibile per un uomo come Ishmael, se ne avessi fatto un eroe, un prode liberatore degli opppressi, avresti tradito l’indole e il carattere del personaggio, e, in un certo senso, avresti tradito anche i tuoi lettori e la fiducia che ripongono in te. Bravissima!
25/01/2016 at 11:31
Grazie mille Lou, sono contenta di esser riuscita a farti apprezzare Ishmael cos’ in profondità e tu hai avuto la sensibilità per recepire il mio messaggio, dote non scontata nelle persone e ancor di più negli scrittori.
Un abbraccio.. e alla prossima!
21/01/2016 at 18:12
Perdonami… ero – tanto per cambiare – in ospedale…
Ma ho letto. E il finale è bellissimo.
Non avevo dubbi, Serena.
25/01/2016 at 11:24
Ciao Alessandra! Spero che adesso tu stia meglio 🙂 un abbraccio sincero
13/01/2016 at 21:18
Bel finale! L’idea della fuga mi è piaciuta. 🙂
Solo un dubbio, all’inizio Ishmael sembra temere il mare poi si scopre che è arrivato fino in Francia. Questo vuol dire che ha superato la sua paura e quindi è scappato in Europa? Oppure lui si trovava già in Europa?
Ciò non toglie che il tuo è stato veramente un bel racconto. Sono io che mi sono “persa per strada”. 😀
14/01/2016 at 10:21
Ciao Danica. In realtà hai ragione tu. Non è scontato. Visto che lui abitava in un paese creato ad hoc per un esperimento avrebbe potuto essere situato dovunque e non necessariamente nel vero stato americano d’Alaska, come io ho dato per scontato. Grazie per la precisazione 🙂
Ad ogni modo è scappato fino alla Francia.
12/01/2016 at 23:23
Ciao,
in questo finale mi piace l’evoluzione del protagonista da grigio burocrate a persona in grado di apprezzare pienamente la bellezza naturale del mare.
Avrei apprezzato anche qualche dettaglio aggiuntivo per spiegare la natura e lo svolgimento dell’esperimento (come è stato possibile far credere a così tante persone di trovarsi in una epoca del futuro? Quanti di quelli della megalopoli lo sapevano e quanti no? Se lo scopo era testare le armi biologiche perché creare una società stile Grande Fratello?) ma mi rendo conto che i vincoli di caratteri non permettono massima liberà. Comunque è stata una bella esperienza di lettura, a presto!
13/01/2016 at 10:07
Ciao Ilario.
Sì purtroppo i limiti sono sempre serrati, come ben sai.
Ma posso riempire qualche vuoto delle tue curiosità qui :).
Le persone che vivono ad Alaska non sono in un’epoca del futuro diversa dagli altri, l’anno è per tutti il 2170. Il mondo è (Più o meno) esattamente come il nostro del 2016, ma Stati Uniti e Cina hanno voluto creare una sorta di villaggio a sé. Un esperimento di società, che poi risultato sterile è servito per testare malattie ad esempio. Quelli che vivono ad Anchorage sono nati li e hanno sempre studiato, a scuola ecc, che tutto il mondo verso il 2070 circa si è scomposto, creando delle grandi zone civilizzate contornate da foreste, mare, deserti ecc. Ma in realtà sono loro soltanto che sono chiusi dentro un enorme muro di contenimento. Chi lo sa? Il ministro, pochi agenti dei servizi segreti interni. Spero di aver,seppur brevemente, risposto alle tue curiosità. Grazie come sempre per la presenza e l’attenzione 🙂
10/01/2016 at 19:43
Ho perso un paio di capitoli dovuti alla lontananza dalla piattaforma, ma non potevo non leggere il finale del racconto della mia amica, ed eccomi qui. Grande finale (ATTENZIONE Spoiler per chi legge) imprevedibile. Una Megalopoli che in realtà non esiste, è stato tutto un grande esperimento. Oltre alle tua bravura nello scrivere, sempre ineccepibile, hai concluso con un ottimo colpo di scena degno di un film. Davvero brava amica mia 😉
11/01/2016 at 10:15
Grazie caro 😉 mi dispiace che ti sei perso dei capitoli, spero per ragioni positive e non per qualche intoppo di vita! Ci vediamo alla prossima, sai sempre dove trovarmi 🙂
10/01/2016 at 19:31
I numeri, il contare, che si mischiano con le considerazioni sull’acqua. Troppo vicino al mio essere per restare indifferenti. Un finale BELLISSIMO. da film. Complimenti.
11/01/2016 at 10:14
Grazie mago 🙂 sono contenta che ti sia piaciuto, ancora una volta.
09/01/2016 at 09:58
Ishmael è un po’ ipocrita, non può vivere una vita di carta, ma va bene se la fanno gli altri?
Anche se questo lo rende però più umano, più simile ai più.
Il paese sulla costa è nel Nord o Sud della Francia?
La Normandia renderebbe il finale malinconico, la Provenza speranzoso 😉
Un bel finale, davvero brava.
09/01/2016 at 10:38
Grazie Gabriele.
Sì, beh è una persona comune e ha fatto una scelta a mio parere discutibile. Ma ognuno ha il suo carattere :).
08/01/2016 at 18:36
“Una vita di carta”, con questa espressione sei riuscita a mostrare quel senso di vuoto, smarrimento e amarezza che deve aver provato Ishmael quando gli è stata svelata la verità. Ho apprezzato molto il finale, come segno di riscatto di una vita ancora da “vivere”.
Bravissima 🙂
08/01/2016 at 19:50
Brava Anna, con la tua ultima frase hai proprio centrato il discorso, l’essenza dell’ultimo capitolo e il sentore di Ishmael, che pensa ad una nuova vita che lo aspetta mentre guarda il mare. Grazie di avermi accompagnato in questo viaggio 🙂 alla prossima
08/01/2016 at 19:58
Grazie a te per questo bellissimo messaggio di speranza.
08/01/2016 at 17:41
Un finale soft, proprio come mi aspettavo.
Brava, Serena, oltre all’originalità del racconto, sei riuscita a terminarlo con quel pizzico di malinconia che non guasta mai.
Ti attendo per un’altra storia, so’ che ce l’hai già in mente, o sbaglio? 🙂
08/01/2016 at 19:49
Ciao Danio 🙂 mmm forse si forse no 😛 ma sicuramente ci rivediamo presto!
07/01/2016 at 10:25
Mi unisco alla maggioranza e dico cinque anni. Sono curiosa di vedere come si concluderà questa storia. 🙂
07/01/2016 at 14:44
Ciao Danica 🙂 Domani pubblico l’ultimo episodio !
05/01/2016 at 06:00
Ho avuto modo di leggere tutto d’un fiato il racconto, stanotte. Devo dire che presenti delle doti narrative eccellenti. La vicenda in se é addirittura banale, ma come ha detti qualcuno sei riuscita a costruire un ritmo e una tensione di lettura così forte e fin dal primo capitolo, che anche parlare di numeri risulta avvincente.
Non mi sono preso la briga di controllare se le informazioni di natura tecnico-scientifica fossero vere. Di sicuro insospettisce l’iniziativa, del tutto autonoma, di questo funzionario; ha lasciato in me una sorta di vuoto. Non sono sicuro però che si tratti di qualcosa di negativo.
Il tema distopico è sempre attraente e parlare di virus aumenta la tensione. C’è qualcosa di 1984, qualcosa di Io sono Leggenda, qualcosa di Resident Evil, ma nel complesso non ci sono mai riferimenti espliciti.
In conclusione, uno dei pochi racconti veramente meritevoli d’interesse e di complimenti.
Ho votato per Il Piano. Ci vedrei bene una fuga capeggiata dal protagonista e un finale aperto, ma queste sono MIE voglie.
Complimenti
06/01/2016 at 21:19
Ciao Gianluca, grazie per esserti unito :).
Non essendomi mai interessata ai generi letterari a cui fa l’occhiolino questo racconto non ho preso spunto da niente in particolare, se non dalla fantasia e da un’idea nata mesi fa imbattendomi in un video su youtube. 🙂
06/01/2016 at 21:32
Ancora più interessante e…complimenti, allora 🙂
03/01/2016 at 21:58
numeri numeri numeri *_*
Scusami Sere. Sono un maniaco dei <3 e trattarli in maniera non noiosa non è cosa da tutti. grazie :3
05/01/2016 at 18:16
Ehi ciao! Sapessi, io a scuola in matematica avevo 2 😛
grazzzieeee
02/01/2016 at 10:43
Cinque anni, anche l’ultimo capitolo del mio primo racconto qui su the incipit era 5 anni dopo.
Bel colpo si scena, brava, hai concentrato l’attenzione sul virus quando il vero mistero era attorno.
Mi domando quanto abbia speso il governo per una struttura così. 😀
02/01/2016 at 12:20
CIao Gabriele! Grazie, sono contenta che il mistero abbia “tenuto” sino al momento giusto ;).
Direi più o meno quanto spendono per la ricerca spaziale, milioni di miliardi!
31/12/2015 at 14:55
Questo episodio è decisamente angosciante per via del senso di insicurezza che attanaglia i personaggi durante le vaccinazioni (confesso che immaginavo che gli astronauti avrebbero somministrato loro qualche morbo che li avrebbe eliminati subito ^_^).
Bel colpo di scena, anche se sarei curioso nell’ultimo episodio di scoprire esattamente come è stato congegnato l’inganno (sarà una specie di Truman Show ma a livello nazionale)? Voto per un salto di 6 mesi, a presto!
31/12/2015 at 16:05
Ciao Ilario , sono contenta di aver trasmesso quel senso d’inquietudine in cui ho immerso Ishmael.
31/12/2015 at 07:22
Cinque anni… forse è meglio che questo “terrificante esperimento” rimanga solo un brutto ricordo per Ishmael 🙂
Complimenti per l’inaspettato colpo di scena Sere, bravissima!
Tornerai con un nuovo racconto, vero? 🙂
31/12/2015 at 15:58
Ciao Anna!!
Non preoccuparti che tornerà presto 🙂 appena arriva l’ispirazione giusta!
31/12/2015 at 01:41
Ho scelto cinque anni. Il colpo di scena bello e terrificante. Immaginatevi vivere in uno stato simile. Sono curioso di sapere cosa succederà.
31/12/2015 at 15:56
Ciao sircolez, grazie di essere passato 🙂 Sono contenta che la storia ti sia piaciuta sino alla fine!