ALASKA C-1

Anomalia

Contare.

Contare è il mio lavoro. Aggiungo segni su infiniti fogli bianchi. I numeri s’incasellano nei quadretti dei miei block notes come ghiande ordinate su una fila immaginaria. Uno dopo l’altro. Somme. Moltiplicazioni. A volte sottrazioni, ma sono rare. Di solito aumentano e quando arrivano alla mia scrivania è difficile che si registrino errori. Calcolo per sei ore al giorno, quattro la mattina, iniziando presto e due dopo la paura del pranzo. A volte sono sei ore molto lunghe, ma capitano anche giorni in cui le ore volano via e scivolano sotto gli infissi della grande finestra dello studio.

Conto da solo, da due anni ho un ufficio appartato, poco distante dal bagno e qualche porta dal grande studio del capo. Lo vedo raramente e ancor meno di frequente mi convoca personalmente per qualche nuova istruzione. Non ci sono aggiornamenti nel mio lavoro, si ripete uguale all’infinito. E’ sempre stato così, sin da quando ho cominciato. Ed è proprio fino all’infinito che conto. Ogni giorno, sei giorni su sette, per sei ore. Conto le ghiande che non smetteranno mai di infilarsi una dietro l’altra. E’ la mia vita, contare.

Conto i morti. E quelli non finiscono mai.

La causa della morte non ha molta importanza, ai fini del mio incasellare. E poi non sono molti i modi in cui muore la gente. Tolte le dipartite naturali s’intende, mi arrivano per lo più vittime di suicidi, stragi e guerre. Il mondo non è più un luogo così sicuro. Il mio lavoro è sempre stato improntato sulla razionalità, la logica, la ripetitività e mi andava benissimo così. Ero organizzato, così. Almeno finché non è successo, sei giorni fa. Tanto ci ho messo a svolgere controlli accurati e assicurarmene.

L’anomalia esisteva e l’avevo trovata per puro caso.

Convinto di essermi sbagliato ad immagazzinare i dati relativi ad una determinata area mi ero fermato un’ora in più, fuori orario. Succede di rado qui, ma a volte capita. E’ stato in seguito ai primi controlli che mi sono accorto dell’incongruenza. Non sono più riuscito a dormire da quel pomeriggio, continuavo a pensarci anche a casa. Negli ultimi giorni non ho lavorato ad altro, tralasciando i miei compiti primari. Ho una memoria ferrea, non ho difficoltà a ricordare numeri, cifre, calcoli. Mi è tornata utile quando ho visto l’anomalia nelle colonne di numeri. Erano troppi, semplicemente troppe voci in una zona ridotta e in un periodo di tempo altamente circoscritto.

I morti non sono mai troppi, dice un vecchio ironico detto che si sente ripetere nei corridoi da anni, ma in questo caso lo sono. La zona in questione è un lotto rurale in aperta campagna, poco fuori dalla città. Ormai oltre i confini cittadini sono in poche comunità a sopravvivere, per lo più ci siamo spostati nelle grandi megalopoli. L’anomalia era evidente, mi ha colpito come un pugno alla radice del naso. Conosco quella zona, antichi manieri, cascine di campagne, i pochi campi rimasti, stalle, allevamenti per lo più. Non era possibile che negli ultimi quattro mesi si fossero registrate 1222 morti. Impossibile, ma non secondo i miei calcoli e calcolare è il mio lavoro.

Non sbaglio mai.

Le cause? In percentuali di poco differenti: infarto, epatite e anemia. Nei documenti che arrivano di solito al mio ufficio non sono registrati i particolari e quindi non avevo modo di reperire altre informazioni. Ero bloccato. E’ stato l’incontro fortuito con un collega del Catasto a convincermi ad agire. In quell’occasione riuscì a carpire qualche informazione in più. Si tratta di una circoscrizione rurale, ancora inglobata all’interno dei confini più esterni della megalopoli di Anchorage. E’ un’area limitrofa, sottoposta al governo della città alfa, utile per le terre lavorate.

Il vecchio stato americano dell’Alaska non esiste più. Già da un secolo gli U.S.A. sono stati riorganizzati in quattro mega-aree, contenenti ognuno una megalopoli attorno a cui ruotano le maggiori attività produttive e le abitazioni. La nostra mega-area ha adottato il nome Alaska, inglobando altri stati che non esistono più. La terra circostante le megalopoli è per lo più disabitata o adibita per gli allevamenti animali. Lo stesso sistema ha ridotto tutti gli stati del mondo a vivere in aree isolate circondate dalla natura selvaggia. Le megalopoli di tutto il mondo la fanno da padroni, intorno orbitano solo poche case e muri di contenimento.

La zona in questione è proprio una di queste, una vallata oltre le montagne Chugach, attraversata da un fiume freddo, in cui le terre sono adoperate per il pascolo dei caribù. Ci vivono circa trenta unità famigliari, molte delle quali imparentate alla lontana. Ascoltando le sue parole mi sono reso conto che l’anomalia era reale e nascondeva qualcosa di grave, non avevo dubbi. Con il passare dei giorni ho iniziato a portarmi i documenti a casa per poterli studiare, volevo capire.

Per farlo, però, devo forzatamente raggiungere la zona denominata “ALASKA C-1”.

Anchorage, 6 marzo 2170

Ishmael Goren

Ishmael raggiunge la vallata ai piedi dei monti Chugach. Cascine, manieri e steccati all'orizzonte. Cosa succede il primo giorno?

  • Trova una casa disabitata (29%)
    29
  • Raccoglie la testimonianza di un pastore (24%)
    24
  • Assiste a un funerale (47%)
    47
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241 Commenti

  • Anche io propenderei per gli elicotteri del ministero… L’intervento dei militari per una quarantena mi sembrerebbe un po’ tardivo e l’health department non mi entusiasma granché. Episodio ben scritto (ma non avevo molti dubbi al riguardo). Le rivelazioni di Padre Craine chiariscono parecchi punti… Il senso di smarrimento provato dal prete quando scopre quanto infondate fossero le rassicurazioni del suo ospite circa i test del ministero è ben resa. Brava.

  • Anche a me incuriosisce molto la confessione di padre Craine.
    Cosa sa? Come ne è venuto a conoscenza? E’ coinvolto? E se sì che ruolo ha o ha avuto? Anche questo episodio molto ben scritto. I tuoi men in black funzionano. E il tuo protagonista anche: non è un eroe da telefilm, fa sempre scelte sensate (sa di essere tenuto d’occhio e aspetta il momento opportuno per muoversi), pensa prima di agire,
    è accorto (come lo sarebbe una persona comune coinvolta in una storia più grande di sé) ma egualmente curioso. Questi aspetti rendono più semplice l’immedesimazione e fanno vivere al lettore la storia con maggiore partecipazione. Brava.

  • Credo che a questo punto qualcuno debba confessare ciò che sa…
    Ottimi i dialoghi tra i “i brutti ceffi travestiti da gentiluomini” e il povero Ishmael, in poche battute hai ricreato la giusta tensione. Mi è molto piaciuta l’espressione “… dovunque fosse quel lì”, hai saputo mostrare molto bene l’angoscia provata dall’impiegato, compresa la gamba tremolante, brava.
    Ciao Sere, al prossimo episodio.

  • Vorrei ascoltare la confessione di Padre Craine. E ti faccio i complimenti – come sempre – per questo episodio davvero efficace. L’uomo fa un passo avanti e lui si siede d’istinto. Cammina con la neve. Resta in casa. Infine è convinto di aver capito tutto. Molto, molto ben scritto.

  • È sempre interessante vedere come dietro i tuoi racconti ci sia uno studio (conoscenza) dell’argomento: “questo è un esemplare di tarlo asiatico o cerambice dalle lunghe antenne se preferisce. Assolutamente innocuo, è un coleottero che ama passare il tempo sulle cortecce degli alberi, la betulla sopra tutti”… etc. Brava come sempre.

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