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Dove eravamo rimasti?

E ora? Pranzo in famiglia (88%)

Gli altri

Ciao amicissimissimi, finalmente lunedì! Siamo tornati a una insipida confortevole settimana dopo l’orgia domenicale a base di salamelecchi, ammonimenti, complimenti, magre figure, risposte acide, pomodori troppo maturi, patate bruciate, supplì freddi e foto di nonni estinti incazzati neri.
Sabato mia sorella mi dice:
– sistemiamo the others? Mi fanno paura e non riesco a dormire.
Io dico:
– Quelli del quadro? Uh!, fanno paura anche a me. Ma perché ci sono, e perché stanno appesi lì in corridoio che ogni volta che passo sembra che mi vogliano maledire?
– Quelli ti maledicono eccome! Anche la mamma lo dice, ma siccome sono i parenti del consorte, le tocca subire.
– Cavolo!, il consorte? E il papi lo sa?
– Scemo, consorte e papi sono la stessa cosa. Insomma che facciamo? Prendiamo una sedia e li tiriamo giù, ok?
Avete capito che appena ho appreso che anche mammina odiava quei quattro corvi con le faccie appese, pallide, e gli occhi spenti, come fossero già morti anche se non abbastanza…
Con la sedia non ci si arrivava, e allora abbiamo aggiunto uno sgabello e Sabina ci é salita sopra mentre io credevo di sorreggere lei e tutto il resto.
In realtà era una illusione, e me ne sono accorto quando mi sono ritrovato sepolto tra tutte quelle gambe di legno e ossa.
Sabina aveva male al ginocchio, io ero morto, e il quadro restava là, storto ma vivo a prenderci per i fondelli.
La soluzione finale era un’altra. Ci siamo tolti le scarpe e tira tu che tiro io, in un mare di risate, alla fine lo abbiamo centrato in pieno fino a farlo cadere.
Dopo, mentre Sabina rideva ancora, io gridavo yuppi-ya-yey, e ballavamo sui cocci dei cari estinti.
Peccato che fosse, appunto, sabato; e dopo sabato viene domenica, e con lei la nonna e l’irrinunciabile pranzo goduto ovviamente a casa nostra, a carico nostro, a gusto suo e dei suoi cani, (ha due husky), e soprattutto scritto diretto e cucinato dalla nuora Giulia che di lei quando è in buona dice: è una befana scassacazzi senza pari.
Questa domenica è iniziata con i morti messi a “soqquadro”, in un cartone nel sottoscala, tra cocci di vetro, topi, ragni e bacarozzi.
Quando la nonna, che si chiama Drusilla, ha notato il rettangolo chiaro sulla parete scura, capito che la sua famiglia era finita nella spazzatura, ha intonato un gregoriano che non ti dico; e i cani, in sintonia con la dolente donna, un lamentoso latrato finnico di husky alla deriva su un lastrone di ghiaccio, uno di quelli che induce a cercare una soluzione definitiva tipo togliere le batterie, o tagliare il filo rosso della bomba, anche se quello buono potrebbe essere il blu, rischiando di polverizzare tutti quanti, zanzare comprese, senza distinzione.
Insomma: nonna non vede il quadro, piange e si dispera. Mamma si scusa, non capisce, ci interroga, e papà, indovina… non c’é. Poi quando arriva punta me, il figlio minore, il più debole, il misero che da un genitore si aspetta calore e affetto e invece riceve solo mazzate.
La prima colpevole, Sabina, intanto si accarezza la nonnina e mi guarda con faccia da vigile urbano mentre scrive una multa.
Io mi sento solo, non ho più certezze, e realizzo che la domenica non è degli uomini, la domenica è delle donne. Quando sono insieme, anche se si odiano sono imbattibili, perchè legate da un invisibile collante, mentre gli uomini si sfaldano, si perdono, si fanno piccoli piccoli e aspettano solo che venga domani: un cartellino, una gerarchia, un timbro, e la macchina grande in garage.
Mamma aveva passato la mattina in cucina gridando a noi le istruzioni per la sistemazione delle altre cose mentre cucinava, ma Sabina faceva un casino, buttava tutto in ridere e accusava platealmente me per farmi incavolare.
Io avrei dovuto strozzarla, o almeno provarci, e invece altrettanto mi divertivo, perché con lei la noia non esiste.
A mezzogiorno papà che era uscito alle dieci per comprare le paste non era ancora tornato, quando la nonna, giunta con la volvo S/W, irruppe preceduta dai cani Django e Gjango.
Come al solito portava le uova fresche di giornata perché viveva in campagna, e si godeva la villa del defunto secondo marito, un maltese equivoco, morto in modo equivoco, un tale che papà trovava orribile ma che era ricco al punto di farsi perdonare tutto.
…
E poi venne il pranzo.
Nonna che dava il voto ai piatti: troppo così, poco cosà, io invece, io per esempio… non è vero Ciccio? (Ciccio sarebbe papà).
Mamma che dall’amorevole contemplazione muta passava al conciliante prima di approdare all’ostile.
Papà che guardava ipnotizzato la juve anche se è laziale…
Il tutto con Django che mordeva una Sabina petulante, mentre io tiravo la coda a Gjango per non essere da meno.
Nonna si seccò, ne aveva abbastanza di noi, poveri diavoli problematici e meschini. Se ne andò molto presto, sgommando in retromarcia; sparando proiettili di ghiaia sui fiori di mamma, e svegliando i vicini dal pisolino pomeridiano salutando con il clacson.
– A domenica prossima… però cucino io.
…Insomma: mamma mia che ridere!

E ora?

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118 Commenti

  • Ciao Cesare 🙂
    Grazie per averci tenuto compagnia con la cara Drusi 🙂
    Non prenderterla a male , la poveretta avra’ altre cose da pensare per un bel poooooo’ di tempo e una volta al mese da ora in poi 🙂 goditi l’infanzia che e’ molto breve ed e’ il periodo piu’ bello della vita 🙂 (dopo i vent’anni, quelli sono sacri 😉 )
    Complimenti Ottaviano, un’altra bellissima favola dei giorni nostri che tratta con il giusto sarcasmo scorci veri di vita vissuta 🙂 Non c’e’ bisogno di una morale 🙂 Ognuno di noi la conosce gia’ 🙂
    A presto 🙂

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