Dove eravamo rimasti?
Veronica calamita
Ciao amici!
Stanotte ho fatto un sogno (un incubo).
Zia Appia teneva appeso a uno di due caciocavalli sbiaditi che aveva sotto la camicetta il piccolo Costantino. Lo allattava. Lui portava in testa una corona di latta con motivi dorati, e succhiando succhiando mugugnava qualcosa.
– Menù noioso? – Ho chiesto.
Lei mi ha guardato sorpresa.
– Uh, è svogliato; si deve ancora abituare alla casa.
“Ancora!?” Ho pensato. Non capivo, o meglio, realizzavo che il giorno della loro ripartenza da casa nostra si allontanava, e allora ho detto:
– Cara zia Appia, tu ci marci. E allora perché marciando marciando non ve ne andate a Brindisi?
Lei mi ha fulminato con lo sguardo, mentre Costantino cominciava a strillare (evidentemente pensava che se mamma Appia andava a Brindisi a lui l’aspettavano il Bosforo e Costantinopoli.)
Al pianto di lui s’è aggiunto un urlo della zia, talmente forte che mi ha svegliato.
Sopra il mio letto, calata dall’alto come una maledizione, c’era Drusilla. Stava a cavalcioni su di me, fuori di sé, (sì, insomma: era lì), che mi fissava con occhi spiritati pronta a proferire per l’occasione la prima parolaccia della sua vita:
– Ma che cazzo stai facendo, scemo!? Che urli?
Quel giorno, poi, a scuola…
– Bambini – ha detto la Buzzi – come vedete la vostra amichetta Alessia – (Alessia è la compagna di banco della mia Veronica) – non c’è; mancherà per qualche giorno. Chi di quelli dietro vuole prendere il suo posto al primo banco può farlo.
Io in un secondo ero praticamente già lì, in piedi, che aspettavo un cenno per sedermi.
– Ah, bravo – ha detto lei – che c’è? Puoi sederti; il banco e la sedia sono stati igienizzati.
C’era sarcasmo in quella osservazione, o forse no, poiché mi sovvenne il fatto che Alessia da qualche giorno avesse sulle braccia una miriade di piccole bollicine rosse.
Non sapendo come replicare ho detto solo:
– Davvero?
Veronica non mi ha nemmeno guardato; solo, mentre mi sedevo si è scostata di pochi centimetri, pochi, ma bastanti a ferirmi come chilometri.
Alla prima pausa si è voltata verso di me.
– Da dove arrivi, da dove vieni?
– Io – ho detto – vengo da lì – vengo da dietro. Ci sto da settembre. – E lei:
– Mah! Sei sicuro?
Era inverosimile. Ditemi voi: poteva essere che non mi avesse mai, e dico mai, visto? Ci marciava anche lei, così ho fatto il vago.
– Uh, credo. E tu invece? E perché ti sei scostata?
– Io sono sempre stata qui, e mi sono spostata solo per farti stare comodo. – (Io mi sono sentito un verme) – …e Alessia è la mia amica del cuore. Ha un eczema pare, non è contagiosa, ma l’hanno costretta a stare a casa finché non passa. Tu invece sulle braccia hai le efelidi, come tutti i rossi. A me non piacciono.
– Ma anche tu le hai – ho azzardato io dandomi dell’idiota per non aver pensato a nascondere le mie.
– Sì, le ho, piccolissime, ma escono solo d’estate con il sole, e sono molto carine; sono i rossi che non mi piacciono. Hai detto che vieni da là dietro perciò mi hai vista di sicuro – ha aggiunto poi con una nota di civetteria incoraggiante per me, perché evidentemente, rosso o no, il mio interesse non le era indifferente.
– Sì, naturalmente, la tua testa mi copre metà della lavagna, mentre l’altra metà me la coprono le sise della Buzzi e io non capisco un tubo. (Ecco, mi era scappato).
Arianna è scoppiata a ridere, i suoi denti, quelli nuovi e quelli vecchi da cambiare, erano perle. Nei suoi occhi lampeggiava un faro, quello di Alessandria; (stavamo studiando i maledetti Egizi), e io, accecato, ho esagerato.
– Quando spiega gli Egizi io vedo te da dietro, vedo lei di petto e penso a Cleopatra.
– Ah, quelli là io li odio. Cleopatra chi è, quella dei serpenti in testa?
– No, macché, quella è un’altra. Chiediamolo alla Buzzi.
– Quella è Medusa, è un mostro – ha spiegato la maestra.
– Ecco, hai visto? – ho detto io – Cleopatra ha conosciuto un solo serpente, ma nel momento sbagliato, quando era depressa; e si è fatta mordere.
– Uh, farsi mordere da un serpente è stupido – ha detto lei con sufficienza.
– No, non è stupido, non sempre, e non per tutti – ho detto io chissà poi perché; e siccome Veronica è rimasta muta, probabilmente chiedendosi dove volessi andare a parare, ho affondato il colpo:
– Possiamo essere amici?
– Uh, boh, – ha subito replicato lei, per niente colta di sorpresa – ce l’hai il ferro? Io sono magnetica. Lo ha detto Alessia che in corpo ha più ferro di un chiodo.
Ero sconcertato, di nuovo, ma per accontentarla avrei detto qualsiasi cosa.
– Anche io!, io sono un tipo pieno di ferro.
– Uhm, non so – ha detto lei. – Senti, domani fai sedere qui il tuo compagno di banco?
– Quello? Perché, lo conosci?
– No, ma è proprio per quello che… e poi è carino.
Veronica che non mi aveva mai notato (?!), e che schifava i “rossi”, Veronica la “calamita” mi respingeva?
Ero perplesso, riflesso da uno specchio con la faccia da fesso: ero depresso. Mi stavo avvicinando al risveglio dall’ennesimo stupido sogno. E allora ho cercato di accelerare, per evitare di incontrare il primo e ultimo serpente della mia vita.
E ora?
- Ia cerimonia (17%)
- Il golosino, l'invenzione di papà (67%)
- Io spio (17%)

23/06/2025 at 11:07
Ciao Cesare 🙂
Grazie per averci tenuto compagnia con la cara Drusi 🙂
Non prenderterla a male , la poveretta avra’ altre cose da pensare per un bel poooooo’ di tempo e una volta al mese da ora in poi 🙂 goditi l’infanzia che e’ molto breve ed e’ il periodo piu’ bello della vita 🙂 (dopo i vent’anni, quelli sono sacri 😉 )
Complimenti Ottaviano, un’altra bellissima favola dei giorni nostri che tratta con il giusto sarcasmo scorci veri di vita vissuta 🙂 Non c’e’ bisogno di una morale 🙂 Ognuno di noi la conosce gia’ 🙂
A presto 🙂