Dove eravamo rimasti?
I Senici e i Fumeri
Ehilà, ci siete? Ciao, sì lo so, sono in ritardo. Dovevo parlarvi della scuola, della classe; ma ho preso tempo, o meglio, il tempo ha preso me, perché non avevo calcolato le feste e le rifeste, le vacanze e la scuola che non c’è.
Poi metteteci pure che mia sorella dopo aver scoperto Voi, me, il sito eccetera si è messa in mezzo con le sue cavolate per mettersi in mostra, e mi ha impedito di pensare a una cosa divertente, sì una carina, perché se scrivi una cosa noiosa addio, tutti ti mollano e il gioco finisce.
Comunque: la mia classe somiglia a un calesse. Sai cos’è un calesse? Io lo so, ho un nonno quasi contadino, uno che dice che ha le “pezze al culo”, e quando lo dice tutti ridono, e lui che è un dritto se ne approfitta. Una volta l’ho visto in bagno che davanti allo specchio faceva le facce e diceva culo, culo e culo! Insomma, un tipo, un vecchio, uno che il padre ha fatto la guerra e che ama il trattore, il cane e l’ultima mucca, la Gelsomina, quella che mamma chissà perché chiama “la vacca “, forse perché gli è antipatico lui e non vede l’ora di offenderlo senza farsi accorgere da papà.
Allora, mi pare chiaro, io so cos’è la mia classe; e so cos’è un calesse.
Avete presente un coso che scricchiola, si trascina su vecchi tratturi sgarrupati a causa di mille piogge, che suda e tremula, tenuto insieme da quattro chiodi rugginosi piantati da un antico martello ormai perso e dimenticato? Ecco questo è la mia classe, a cominciare dalla guida, la Buzzi, dal suo favoritismo per le femmine, e dall’antipatia per i maschi. Buzzi sisona estremista e barriera fra i sessi, che mi guarda con odio quando guardo con amore Veronica.
Veronica.., Veronica! Tutto comincia da lei. Ma che è colpa mia se ce l’ho sempre davanti, piantata lì al primo banco, tra me la Buzzi-bona e la lavagna? Credetemi è difficile, è veramente difficile. In fondo siamo qui, io sono nato con il difetto di essere maschietto, e a me quella mi fa un certo effetto, e non mi si può rimproverare se faccio il buffone o organizzo un qualche casino solo per vederla ridere, e per un momento accorgersi che esisto.
Ma ci pensate che mentre io le guardo le spalle tutto il giorno, lei, se anche io scomparissi inghiottito dal pavimento, da una cloaca, dalle fauci di una manta, di una murena, per accorgersene dovrebbe voltarsi? Oddio!, voltarsi! Come se veramente il mondo alle sue spalle continuasse davvero, e la mia dimensione non fosse solo una ipotesi tipo la vita su Marte, (cosa della quale lei, la classe, e il mondo intero potrebbe sempre, tuttavia, sicuramente fare a meno).
Eppure, cara Veronica dico a te, davvero c’è un mondo qua dietro, c’è davvero Marte. Quando si dice che chi sta dietro si nasconde, si sbaglia perchè se ci fate caso invece è esattamente il contrario; chi sta lì è sempre, in ogni caso il casinista per elezione, quello che fa di tutto per farsi notare approfittando della posizione defilata; lui è un metodico selettivo che si crea una reputazione da cecchino, e che vive di ombra, ma pure di lampi improvvisi: lampi, mattoni che alla lunga fanno una basilica.
Un giorno, per esempio, le femmine ridevano. Io ho capito subito che il Menta, Fabietto Menta, un casinista di quelli, aveva scritto un biglietto a Roberta Pardini “Ciao, mi vuoi sposare?”; e lei aveva subito risposto: “No, perché sei troppo ciccione!” Allora Fabio c’era rimasto male, e allora io avevo scritto una risposta alla risposta: “Come fai a sapere che sono ciccione se non sai chi sono, brutta racchia!?”
Cinque minuti dopo mentre la Buzzi-bona si dannava a spiegare chi erano i Fenici e i Sumeri, i Fumeri e i Senici, tutti ridevano, tutti guardavano tutti e io guardavo Fabietto abbacchiato che della Roberta non voleva più nemmeno sentire parlare.
– È meglio Giuseppina lo Faro, hai visto la sua coda di cavallo? – diceva convinto – quella sì! Altro che Roberta, sì, sicuro!..
In classe, nella mia classe al secondo piano, edificio Galilei, quando fuori piove, il mondo cambia. La luce accesa, le ombre soffuse, il caldo e il tempo insolitamente lento fanno famiglia, minestra e mitezza.
Le femmine insolitamente tacciono, al più sussurrano, gli sguardi si fanno languidi, e sale, stanca, la voglia di andare via.
I maschi mordono matite, fanno dispetti, si scambiano misteriosi oggetti, si grattano e fanno boccacce.
La maestra si ingegna come può a ravvivare la scena, muove le labbra, forse dice qualcosa, ma la sua voce volpina non spiega, anzi confonde: Creta e i Persiani, Sparta e Micene… per finire a Troia e ai suoi cavalli, là dove noi poveri bambini non capiamo più se è tutto vero, o è solo un racconto per tenerci lontani dai nostri genitori che hanno altro a cui pensare.
La mia classe è un piccolo mondo incoerente, pronto a frantumarsi, oppure no, è il cemento che ci tiene insieme, e le cui tracce faranno brillare le spie rosse degli investigatori domani, dopodomani, fra cent’anni o fra mille secoli, quando ritrovando le nostre fragili ossa si chiederanno chi eravamo, e perché fossimo qui.
E ora?
- Lo sport (0%)
- I parenti (75%)
- L'amico (25%)

23/06/2025 at 11:07
Ciao Cesare 🙂
Grazie per averci tenuto compagnia con la cara Drusi 🙂
Non prenderterla a male , la poveretta avra’ altre cose da pensare per un bel poooooo’ di tempo e una volta al mese da ora in poi 🙂 goditi l’infanzia che e’ molto breve ed e’ il periodo piu’ bello della vita 🙂 (dopo i vent’anni, quelli sono sacri 😉 )
Complimenti Ottaviano, un’altra bellissima favola dei giorni nostri che tratta con il giusto sarcasmo scorci veri di vita vissuta 🙂 Non c’e’ bisogno di una morale 🙂 Ognuno di noi la conosce gia’ 🙂
A presto 🙂