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Dove eravamo rimasti?

E ora? Il golosino, l'invenzione di papà (67%)

Il golosino

Ciao, oggi sono triste, anzi arrabbiato.
Provate a togliere a un essere umano il barattolo della nutella, le ciambelle con lo zucchero, e volendo esagerare i gelati. Cosa vi aspettate che succeda?
Be’ a me è capitato, anzi (tempo presente), capita; perché non lo so, però so perché succede proprio a me.
Mettetevi comodi; per digerire la mia storiella bisogna stare comodi, non come a scuola o in chiesa o come in tre su un monopattino.
Qualche giorno fa il “buon” Mangiafuoco (mio padre) ha subito un infortunio, non tanto fisico quanto morale.
Stava collaudando una sua invenzione scema di quelle solite che si vendono bene. Si trattava di un congegno per gonfiare gli pneumatici della macchina senza doversi fermare, in movimento insomma. A noi ha raccontato che dapprincipio andava tutto bene, ma poi è successo che il “coso” si è rotto; era solo un prototipo, d’accordo, può succedere… però la macchina si è schiantata per l’esplosione delle ruote super-ultra-stragonfie, e se non ci è scappato il morto è stato solo per miracolo.
Mentre lo raccontava alla mamma, a me che spiavo nell’ombra come faccio sempre con loro è scappato da ridere; lui mi sentito e mi ha acciuffato mentre lei gli diceva a cantilena:
– Ma santo cielo! Perché non inventi una cosa, una sola, che sia utile all’umanità? Che so: una pioggia che non bagna; un fucile che non spara; un pannolino riciclabile…
“Una qualche minestra che sia commestibile” ho pensato io; ma era troppo tardi, o semplicemente troppo, e lui già meditava la vendetta. Ormai non ero più il suo Cesare (come Giulio), ero Antonio, mamma era quella fedifraga di Cleopatra, e lui, naturalmente sempre Ottaviano.
L’accostamento pannolino-minestra nella mia testa mi ha fatto quasi schifare il torrone che stavo sgranocchiando, (ho detto quasi perchè ho continuato), mentre lui, l’inventore permaloso, ha fatto una faccia strana, e dopo avermi spedito in camera da dietro la porta ha urlato:
– Bravo, grazie. La prossima invenzione la farò per te, tarata su di te. E poi vediamo chi ride.
Capito? Io avevo solo riso per una cosa che faceva ridere, dov’è la colpa? Lui non era morto, era fin troppo vivo, e invece di festeggiare puniva me che ero contento (anche se ridevo in maniera disdicevole, lo ammetto).
– Che succede? – ha chiesto Drusilla che s’era appisolata su un libro di aritmetica e ora mi guardava come solo lei sa fare, con curiosità e noia, blanda attenzione e chilometrico distacco, da essere senziente al confronto con una pulce, un bruco, una strana innocua creatura di cui importa poco e niente.
– Non è morto, ha avuto fortuna, anzi culo, e si arrabbia con il suo primo figlio maschio!
– Hai detto “culo” moscerino? Ma di che culo parli? Lo sai che non si dice?
– Tu l’hai detto! Anche tu! E poi… poteva andargli male e noi saremmo tutti orfani.
– Tutti? Io e te, vuoi dire, broccolo!, mamma sarebbe solo vedova, e non è la stessa cosa. Piuttosto, che gli è successo?
A me a quel punto non andava più di parlare, ho alzato le spalle (e il mio culo) e sono andato in cortile, quello che i miei chiamano “giardino”. Avevo ancora il mio moncone di torroncino e improvvisamente volevo stare solo con lui.
– Ehi, bipede! – ha detto una voce.
Era Django, il cane del vicino, un pointer bianco con la testa rossa.
– Che vuoi? – ho detto.
– Cosa mangi? – ha detto lui – Ce n’è per un vecchio amico?
– No. Cioè non ti piacerebbe, e poi perderesti i denti e un cane senza denti…
Lui mi ha guardato con la testa storta; mi studiava; sapevo che avrebbe aggiunto qualcosa.
– Sei preoccupato, ma è tutta colpa tua; ti metti nei guai e quello adesso ti propina una polpetta avvelenata.
– Uh, bravo, lo so. Che dovrei fare? – Ho chiesto; e lui si è messo a pensare.
– Beh, potresti andare da lui, scodinzolare un po’, fare qualche moina… potrebbe funzionare.
– Certo, potrebbe – ho detto – ma purtroppo io non sono come te, io non scodinzolo, e soprattutto non faccio moine. E poi, cosa sarebbero queste moine?

Più tardi sono tornato a spiare quei due, che naturalmente parlavano di me.
– …e vorresti chiamarlo “golosino”? – diceva la mamma. Sembrava preoccupata per me; chissà se fingeva.
– Sì, è una cosa a cui penso da un po’ – diceva il papi. – Una sorta di esercizio, o esame, chiamalo come vuoi, e una prova fisica da superare, per ottenere un premio, una cosa che ingolosisce, e che si deve meritare.
– Ah!, tipo il topo che spinge il pulsante, o il corvo che vuota la bottiglia… non ti sembra una idea un poco consumata?
– No, mi aspettavo questa obiezione; tu pensa a Cesare impegnato in un lavoro; che si dà da fare per ottenere un premio.
– Uhm, non gli piacerà. Lui ha già tutto gratis; perché dovrebbe…
– E qui ti voglio! Perché la pacchia per lui è finita, e non avrà più nulla senza averlo meritato.
Io nel mio angolino mi sentii mancare. Era tutto finito. Presi dalla tasca la cartina argentata del torrone, la aprii e la leccai con avidità. Giurai a me stesso che era l’ultima cosa dolce che toccavo.
“Con me” pensavo “non si vince e non si pareggia.”

Chi la spunterà?

  • Il lettore finalmente libero da me (25%)
    25
  • Il papi Attila Ottaviano e il suo coltello a due manici (25%)
    25
  • Io, Cesare, chi altri?! (50%)
    50
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118 Commenti

  • Ciao Cesare 🙂
    Grazie per averci tenuto compagnia con la cara Drusi 🙂
    Non prenderterla a male , la poveretta avra’ altre cose da pensare per un bel poooooo’ di tempo e una volta al mese da ora in poi 🙂 goditi l’infanzia che e’ molto breve ed e’ il periodo piu’ bello della vita 🙂 (dopo i vent’anni, quelli sono sacri 😉 )
    Complimenti Ottaviano, un’altra bellissima favola dei giorni nostri che tratta con il giusto sarcasmo scorci veri di vita vissuta 🙂 Non c’e’ bisogno di una morale 🙂 Ognuno di noi la conosce gia’ 🙂
    A presto 🙂

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