Dove eravamo rimasti?
Una donna
[Chiedo profondamente scusa a tutti voi lettori per quest’assenza così lunga, ma era dovuta a cause di forza maggiore. Non succederà più e il terzo episodio arriverà, come sempre, tra una settimana. Grazie ancora per essere rimasti a seguirmi. Un abbraccio 🙂 ]
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Raja era vissuta tutta la vita con una precisa convinzione. Fino ai diciotto anni aveva creduto con fermezza che la parola di suo padre fosse il più grande ricettacolo di giustizia, amore e onestà. Non c’era mai stata una sola occasione in cui avesse avuto bisogno di mettere in dubbio questa certezza. Poi aveva pensato di poter trasmutare quest’idea dalla figura dell’anziano padre a quella nuova di suo marito Alì. Ma fin dall’inizio aveva compreso con chiarezza che c’era qualcosa che non andava e dopo qualche anno aveva capito senza alcun dubbio che lui non avrebbe mai avuto la bontà di cuore e la grande empatia di suo padre. Mai, nonostante le infinite possibilità che gli aveva concesso per farle mutare opinione.
Questo era il motivo principale, oltre alle lenticchie all’aglio di sua madre e la risata di sua sorella minore, per cui sentiva nostalgia di Jeddah, di casa sua. Era una villa maestosa, bianca come il latte e sorgeva su un’altura alle porte della città. Il campo, la fattoria, le capre che mangiavano i petali di rosa abyssinica in giardino, le mancava tutto. Sbirciando fuori dalla finestra della cucina nell’appartamento di New York sentiva il profumo del deserto e le si stringeva lo stomaco.
Abitavano lì da due anni, si erano trasferiti dall’altra parte del mondo perché secondo Alì ci sarebbero stata più possibilità di lavoro per lui. Aveva iniziato lavorando in una sartoria, poi in un colorificio, piccoli lavori saltuari con cui pagava le lezioni private di teologia alla grande moschea di Brooklyn. Si ergeva a simbolo d’aggregazione per tutta la comunità proprio nella loro via, un centinaio di metri a destra, Raja la vedeva sempre dalla finestra.
Alì era un uomo semplice, ma con grandi ambizioni spirituali e artistiche. Avrebbe voluto una vita completamente diversa da quella che gli era capitata tra le mani, ma non si era arreso e confidava sempre di potersi migliorare. Il suo grande sogno era di diventare uno studioso del Corano, ma la sua famiglia non si era mai potuta permettere di farlo studiare a lungo. Ora, a New York, tentava di far coincidere i suoi doveri con i suoi sogni. Raja l’aveva sempre sostenuto, benché non condividesse nulla con lui gli voleva bene e lo spronava in tutto.
Un mattino di luglio Raja guardava fuori da quella finestra, Alì era scappato via di corsa dicendole che sarebbe rientrato dopo cena. Era un giorno speciale, che lui aspettava da mesi. Non le aveva detto molto, se non che sarebbe arrivato dall’Africa un uomo importante, un teologo egiziano che voleva incontrare. Raja vide il marito scomparire oltre il portoncino della moschea e poco dopo l’ora di pranzo una jeep fermarsi lì davanti, era una macchina inusuale nel quartiere. Ne scesero tre giovani, scortavano un uomo dalla barba grigia e gli occhiali scuri.
Il giorno dopo Raja uscì per fare la spesa, indossò la tunica blu e il velo che le lasciava scoperto solo l’ovale del viso. Il negozio di alimentari da cui si serviva era un pakistano a un quarto d’ora di distanza, sito sulla via principale. Fu appena fuori dal locale che incontrò la signora Elsoudy. Questa le corse incontro, era spettinata e alcune ciocche nere le uscivano dal velo giallo.
“Oh Raja, ragazza mia!”.
Lei si avvicinò preoccupata “Signora, cosa succede? Non si sente bene?” le sfiorò il braccio, era bollente.
“Hai saputo cosa è successo stanotte?” la donna chiuse gli occhi, aggrappandosi al suo polso “Che Dio ci protegga”.
Raja si sentiva frastornata, scosse la testa e si guardò intorno. Sembrava tutto come ogni altra mattina, il sole era alto nel cielo e le macchine rombavano per la strada. “No signora, non so…”.
La donna la strattonò in preda all’agitazione “Mustafa e Jasmina sono morti! Li hanno uccisi…” annuì.
Le gambe le cedettero all’istante e dovette appoggiarsi al muro, il pakistano uscì fuori dal negozio correndo per aiutarla. Non riusciva a pensare ad altro che a quei due nomi, le rimbombavano nella testa come biglie lanciate in una scodella. I suoi zii.
Alcuni segreti saranno svelati. Dopo essersi ripresa dallo shock, Raja...
- Si precipita all'ufficio postale più vicino e spedisce qualcosa. (8%)
- Corre a casa dei suoi zii, poco distante e trova qualcosa. (38%)
- Va a cercare Alì in moschea e sente qualcosa. (54%)

26/05/2016 at 18:54
“…il pensiero non fa in tempo a raggiungere la coscienza che il buco che ha in fronte inizia a sanguinare.” è il riassunto intero di questa storia dal finale amaro ma tremendamente vero. Chi in nome di Dio, chi in nome dell’ego, chi in nome di una bandiera, tutti facciamo delle scelte. Nessuno può dirci con assoluta certezza se giuste o sbagliate. Bravissima, Serena.
23/05/2016 at 17:48
Spettacolare! Bravissima!
Un finale emozionante ed intenso! Complimenti!
Al prossimo racconto! 😉
21/05/2016 at 16:35
Ottimo finale, davvero brava!!! 🙂 al prossimo racconto.
20/05/2016 at 13:26
Grande finale, amaro e purtroppo autentico.
Tutti facciamo delle scelte e questo di per sé dovrebbe terrorizzarci, perché non abbiamo quasi mai abbastanza informazioni per fare la scelta più giusta. Questo in un certo senso vale anche per chi prende certe strade di sangue ed è paradossalmente ciò che li rende fanaticamente convinti di essere nel giusto.
Arrivederci al prossimo racconto!
19/05/2016 at 20:29
Quando un autore scrive una frase come questa: ” … il pensiero non fa in tempo a raggiungere la coscienza che il buco che ha in fronte inizia a sanguinare. …” , ha già vinto. Perchè, che tu l’abbia scritta coscientemente oppure no, questa frase racchiude il tema di tutta la storia e con esso gli intenti dei terroristi e delle vittime. Una metafora eccellente: non capisco dove si annida il male e lui mi ha già colpita al cuore. Ottimo e irreversibile, ormai sei consacrata come una vera scrittrice dotata di intuito poetico e raziocinio invidiabile.
Niente tiene testa a un simile epitaffio. Il resto è noia, come diceva il califfo, poiché nessun “maltorto” giustifica la vendetta, se di vendetta si parla e non di complotto. Ma questa è un’altra storia. Tu hai vinto prima di cominciarla.
19/05/2016 at 21:07
Ciao AmoMarta e… grazie! Sei davvero troppo buona, prendo ogni complimento e lo custodisco con cura e sinceramente. Grazie davvero.
Hai descritto meglio tu l’importante di quella frase, te ne sono grata. 🙂
19/05/2016 at 19:40
Ecco perché non volevo il rosso!
Un bel finale comunque, forse più vero così che non con un lieto fine. Te l’avrò già detto forse, ma questo modo di raccontare la Storia attraverso dei personaggi ti riesce molto bene(cfr. Il cestaio), forse grazie anche ai tuoi studi. Spero di rileggerti ancora, “anche” su questo sito 😉
19/05/2016 at 21:05
Ciao! Sono contenta che ti sembri più vero un finale del genere, del resto la realtà è questa e non tutte le storie finiscono con un “vissero felici e contenti”. Giusto o sbagliato, è così.
E grazie per tutto il resto 🙂 la storia è una mia passione, sono felice di riuscire a coniugarla con la fantasia.
19/05/2016 at 19:10
“Quanto spesso ci capita di prendere decisioni avventate e non badare all’istinto…” succede quando il destino è già scritto e niente può modificarne i piani. Mi è piaciuta la tua riflessione sul fatto che i personaggi di questo racconto sono finti ma, al tempo stesso, veri perché hanno fatto delle scelte ed è proprio in quel momento che si determina il destino proprio e di quelli che subiranno le conseguenze di quella scelta (vedi Fatma con Raja e le vittime dell’attentato). Che siano giuste o sbagliate non sta a noi determinarlo.
Complimenti per la storia e la bravura che hai mostrato nello scriverla, torna presto. Un abbraccio 🙂
19/05/2016 at 21:04
Grazie Anna, hai compreso benissimo il mio intento e il mio pensiero riguardo a questa storia. Ti ringrazio di avermi fatto compagnia per tutta l’avventura:)