Dove eravamo rimasti?
Incoscienza
Prima di perdere i sensi Raja sentì uno stridio di freni, ma non vide la donna che usciva dal SUV e correva verso di loro. Quando si risvegliò erano passate due ore e la prima sensazione che percepì fu il freddo. Poi vide il metallo, mise a fuoco sbattendo le palpebre. Un tavolo, una sedia d’acciaio. Capì di essere stesa su un lettino, le doleva il fianco destro e il braccio. Dove si trovava?
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“In pieno giorno? A Central Park?” chiese.
“Sì signore, non eravamo preparati a un’eventualità del genere” rispose la donna “Sono più organizzati di quel che pensavamo, tutti i reparti si stanno aggiornando”.
“Ormai è troppo tardi. Bisognava essere pronti prima, agente Fisher”.
“Ha ragione” abbassò lo sguardo.
“Goldfind?”.
“E’ morto, signore. Ci stiamo già occupando dei media”.
Il Direttore si limitò ad annuire e la congedò, non c’era altro da aggiungere. Clara Fisher attraversò il corridoio, prese l’ascensore e si diresse all’infermeria. Camminava a passo spedito, cercava di non pensare a Leo, al suo sorriso, al modo in cui l’aveva sempre spalleggiata e aiutata. Se solo le avesse detto dove stava andando, cos’aveva in mente… forse. Scacciò ogni pensiero, ora la matassa era finita nelle sue mani e doveva districarla, senza altre vittime.
Passò il badge sotto l’apposito meccanismo ed entrò nella stanza. Vide la donna sdraiata, ma sveglia. Aveva il busto e il braccio destro fasciati. Fisher sospirò e si avvicinò. “Signora Hawsawi” sussurrò.
Raja sobbalzò e tentò di alzarsi, l’agente l’aiutò a sedersi sul bordo della barella.
“Lei chi è? Dove sono? Il signor Golfind…” era spaesata e spaventata.
Per l’ora successiva rimase immobile, mentre l’agente le raccontava dell’agguanto di Al Qaeda e tutto ciò che ne era conseguito. Raja capì di trovarsi sotto custodia e mentre ascoltava quella donna dai capelli rossi si rese conto che le stava raccontando una parte della sua stessa vita. Cose che lei non aveva mai visto né immaginato, nascoste sotto uno strato di abitudine e fedeltà.
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Una volta sua madre le disse una cosa, erano sedute in veranda nella grande cascina a Jeddah. Il sole era alto e Raja aveva sette anni, si era appena buttata in mezzo alla strada, davanti a un grosso camion scoperto, per salvare la vita a una colomba zoppa. E ora la teneva stressa al petto, accarezzandola come una bambola. La madre aveva assistito alla scena raggelata e aveva urlato tanto dalla paura che per la settimana successiva poté solo bisbigliare. Seduta là fuori la donna accarezzò la colomba, poi guardò sua figlia.
“Hai un gran coraggio nel cuore, ma troppa incoscienza ti scorre nel sangue”.
Raja non aveva capito davvero cosa volesse dire sua madre, era solo una bambina. Adesso quasi vent’anni dopo si rese conto del significato, le apparve improvvisamente chiaro quando girò la chiave nella toppa del suo appartamento a Brooklyn. Quello che stava facendo era molto più incosciente e pazzo che buttarsi in mezzo alla strada. Posò la borsa e con pazienza, a causa del braccio fasciato e irrigidito, iniziò a preparare il riso al latte. Alì rientrò in casa come ogni sera, il tramonto si stava impossessando della città e Raja lo accolse con la tavola imbandita, come d’abitudine.
“Cosa ti è successo al braccio?” era sconvolto.
“A casa della signora Mamud, l’ho accompagnata a fare delle spese, fa sempre più fatica a camminare. Ci hanno aggredite dei teppisti fuori dal negozio, è stato terribile” Raja lo guardò negli occhi, pensando ad altre cose terribili.
“Che Dio ci aiuti! Ti sei fatta molto male?” si avvicinò.
“Solo un braccio fasciato, non è grave. Hanno chiamato un’ambulanza, ma non c’è stato bisogno dell’ospedale. Sono molto stanca ora”.
“Certo, certo, siediti. Faccio io, non dovresti affaticare il braccio. Ti riprenderai vedrai” le sorrise debolmente e Raja si rese conto che non lo faceva da mesi, un pugno le strinse le tonsille.
“Questo mondo sta andando a rotoli” Alì scosse la testa e iniziò a riempire i piatti “Non si può più uscire in pace, troppi pericoli. Erano degli americani, eh, vero?” la guardò.
Raja si limitò ad annuire, non aveva più la forza di aggiungere altre menzogne. Lui continuò a borbottare. Mangiarono in silenzio e con insolita lentezza.
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Il piano era semplice, rischioso, ma elementare. Clara Fisher le aveva dato un telefonino per tenersi in contatto, Raja l’aveva nascosto con cura. Doveva usarlo in caso di pericolo, per esempio se loro si fossero accorti che era tornata a casa sana e salva. E sarebbe successo, naturalmente.
Aveva comprato un quaderno e ora, alle dieci del mattino, stava seduta sulla sedia alla finestra della cucina. Poteva vedere tutti e nessuno si accorgeva di lei, almeno per ora. L’entrata della moschea era ben visibile, l’angolazione era perfetta. Per la porta sul retro avrebbe dovuto spostarsi in camera da letto, ma per il momento pensava di non averne bisogno. Non le sarebbe servito alcun binocolo, era tutto lì di fronte a lei e aveva un’ottima vista.
Aprì il quaderno sul davanzale, ci posò sopra la matita e attese.
Cosa vede Raja dalla finestra?
- Una donna velata incontra l'Imam e gli consegna delle valige. (62%)
- Nel pomeriggio Alì esce dal retro litigando con un altro uomo. (8%)
- Lo sceicco Abdel-Rahman si presenta per la preghiera del mezzogiorno, seguito da centinaia di fedeli (31%)

26/05/2016 at 18:54
“…il pensiero non fa in tempo a raggiungere la coscienza che il buco che ha in fronte inizia a sanguinare.” è il riassunto intero di questa storia dal finale amaro ma tremendamente vero. Chi in nome di Dio, chi in nome dell’ego, chi in nome di una bandiera, tutti facciamo delle scelte. Nessuno può dirci con assoluta certezza se giuste o sbagliate. Bravissima, Serena.
23/05/2016 at 17:48
Spettacolare! Bravissima!
Un finale emozionante ed intenso! Complimenti!
Al prossimo racconto! 😉
21/05/2016 at 16:35
Ottimo finale, davvero brava!!! 🙂 al prossimo racconto.
20/05/2016 at 13:26
Grande finale, amaro e purtroppo autentico.
Tutti facciamo delle scelte e questo di per sé dovrebbe terrorizzarci, perché non abbiamo quasi mai abbastanza informazioni per fare la scelta più giusta. Questo in un certo senso vale anche per chi prende certe strade di sangue ed è paradossalmente ciò che li rende fanaticamente convinti di essere nel giusto.
Arrivederci al prossimo racconto!
19/05/2016 at 20:29
Quando un autore scrive una frase come questa: ” … il pensiero non fa in tempo a raggiungere la coscienza che il buco che ha in fronte inizia a sanguinare. …” , ha già vinto. Perchè, che tu l’abbia scritta coscientemente oppure no, questa frase racchiude il tema di tutta la storia e con esso gli intenti dei terroristi e delle vittime. Una metafora eccellente: non capisco dove si annida il male e lui mi ha già colpita al cuore. Ottimo e irreversibile, ormai sei consacrata come una vera scrittrice dotata di intuito poetico e raziocinio invidiabile.
Niente tiene testa a un simile epitaffio. Il resto è noia, come diceva il califfo, poiché nessun “maltorto” giustifica la vendetta, se di vendetta si parla e non di complotto. Ma questa è un’altra storia. Tu hai vinto prima di cominciarla.
19/05/2016 at 21:07
Ciao AmoMarta e… grazie! Sei davvero troppo buona, prendo ogni complimento e lo custodisco con cura e sinceramente. Grazie davvero.
Hai descritto meglio tu l’importante di quella frase, te ne sono grata. 🙂
19/05/2016 at 19:40
Ecco perché non volevo il rosso!
Un bel finale comunque, forse più vero così che non con un lieto fine. Te l’avrò già detto forse, ma questo modo di raccontare la Storia attraverso dei personaggi ti riesce molto bene(cfr. Il cestaio), forse grazie anche ai tuoi studi. Spero di rileggerti ancora, “anche” su questo sito 😉
19/05/2016 at 21:05
Ciao! Sono contenta che ti sembri più vero un finale del genere, del resto la realtà è questa e non tutte le storie finiscono con un “vissero felici e contenti”. Giusto o sbagliato, è così.
E grazie per tutto il resto 🙂 la storia è una mia passione, sono felice di riuscire a coniugarla con la fantasia.
19/05/2016 at 19:10
“Quanto spesso ci capita di prendere decisioni avventate e non badare all’istinto…” succede quando il destino è già scritto e niente può modificarne i piani. Mi è piaciuta la tua riflessione sul fatto che i personaggi di questo racconto sono finti ma, al tempo stesso, veri perché hanno fatto delle scelte ed è proprio in quel momento che si determina il destino proprio e di quelli che subiranno le conseguenze di quella scelta (vedi Fatma con Raja e le vittime dell’attentato). Che siano giuste o sbagliate non sta a noi determinarlo.
Complimenti per la storia e la bravura che hai mostrato nello scriverla, torna presto. Un abbraccio 🙂
19/05/2016 at 21:04
Grazie Anna, hai compreso benissimo il mio intento e il mio pensiero riguardo a questa storia. Ti ringrazio di avermi fatto compagnia per tutta l’avventura:)