Dove eravamo rimasti?
Un nuovo giocatore
Il pomeriggio volgeva al termine, alla preghiera mancava appena mezz’ora. Sul blocknotes di Raja navigavano in solitaria il disegno di un sole e di una rondine. Non era successo nulla e lei non si era mai assentata dalla sua postazione, se non qualche manciata di secondi per prendere del succo di mirtillo dal frigorifero, ma sempre con un occhio alla finestra. Calma piatta, finché la donna non si avvicinò all’entrata principale della moschea.
Raja tentò di identificarla dall’andatura storta, ma senza successo. Aveva svoltato l’angolo a destra, ma lei con il sole contro non era riuscita a guardarla in faccia. Si limitò a seguirla con lo sguardo, camminava piano e con fatica, forse perché le due valige di pelle che portava erano molto pesanti. Sicuramente lo sembravano, viste da lassù. La donna aveva indosso un velo che, da nuovo, doveva essere stato di un arancione sgargiante e che adesso era ridotto a una tonalità di mattone sbiadito. Ai piedi calzava scarpe nere, la cui punta tonda emergeva a ogni passo dal bordo della tunica. Nessun indizio sulla capigliatura o sull’età. Raja prese dubbiosa qualche appunto e tentò di ricordarsi se aveva mai visto quel velo da qualche parte, aveva come la vivida sensazione di conoscerlo.
Intanto la donna arrancò con evidente fatica sino alla porta principale. Posò a terra le valigie e rimase immobile, senza addentrarsi nella moschea. Dopo pochi secondi uscì l’imam, dedusse che si fossero dati appuntamento. L’uomo si sistemò gli occhiali sul naso e iniziarono a parlare, ma era impossibile decifrarne le parole. Raja notò che parlava solo lui e lei si limitava ad annuire o dissentire muovendo la testa. L’incontro durò appena qualche minuto, poi la donna si guardò intorno con calma.
E fu soltanto quando si voltò per riprendere la strada da dov’era venuta che Raja riuscì a scorgere i lineamenti di metà del suo viso. Si alzò di scatto dalla sedia, che cadde per terra e ricacciò in gola un urlo di stupore. Si sporse d’istinto giù dalla finestra, per controllare, per confermare ciò che i suoi occhi gli avevano suggerito. Anche se erano passati anni dall’ultima volta che si erano viste, da quando erano partiti da Jeddah, Raja avrebbe riconosciuto quegli occhi verdi dovunque. Verdi e scaltri. Un brivido le solleticò la schiena.
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Fatma Sabil aveva quarantuno anni, un’indole ribelle, una mente rigorosa e una notevole dose di furbizia. Nella vita le erano servite tutte queste caratteristiche in innumerevoli occasioni e negli ultimi tempi in modo particolare. Il marito, che lei considerava un buono a nulla, incapace di mantenere la sua famiglia e il decoro di fronte alla comunità, era rimasto a La Mecca, nella loro casa. Fatma non aveva bisogno di lui, ne era sempre stata convinta anche quando il padre e il nonno le avevano fatto capire senza mezzi termini che una donna non è niente se non ha un marito al suo fianco. Nonostante fosse dovuta scendere a patti con le sue tradizioni, non aveva mai cambiato idea sull’argomento.
Era sbarcata al JFK appena due giorni prima e già aveva ben chiaro cosa stesse succedendo, il ragazzo mandato a prenderla le aveva ripetuto a pappagallo il messaggio dell’imam. Non c’era bisogno che capisse il senso profondo di quelle parole, era solo un tramite utile allo scopo. Nessun uomo avrebbe potuto avvicinare una donna sposata e per l’imam sarebbe stato rischioso girare per l’aeroporto. Le avevano procurato una stanza in una pensione per stranieri, dove nessuno faceva domande e lei avrebbe potuto muoversi liberamente. I pochi uomini che la riconoscevano per strada chinavano il capo quando la incrociavano e ogni volta per lei era un gesto di estrema soddisfazione.
Per l’agente speciale dell’NSA Clara Fisher conoscere Fatma Sabil sarebbe stato come azzeccare un terno al lotto. La punta di diamante di tutta la sua carriera, avrebbe risolto un mistero che si bisbigliava dall’Arabia all’Egitto, dall’Afghanistan all’Occidente e che le agenzie mondiali rincorrevano a perdifiato. Non sempre, però, la fortuna è dalla parte dei giusti e infatti la polizia non aveva idea che la donna fosse sbarcata al JFK, né si preoccupavano del suo coinvolgimento in quella storia. In realtà, per loro, semplicemente, Fatma Sabil era solo una leggenda.
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Qualcuno bussò alla porta della camera in affitto. Fatma non si preoccupò di controllare il velo nello specchio arrugginito sopra alla sedia, sapeva che era in perfetto ordine.
“Avanti”.
La sua voce sensuale sorprendeva sempre, aveva un tono femminile e suadente in netto contrasto con la sua figura autoritaria. Ma la persona dall’altra parte la conosceva bene..
“Sorella mia, che Dio ti progetta, sei qui finalmente” disse l’uomo, andandole incontro. Le baciò le mani.
“Mi sei mancato fratello, ti porto notizie da casa. Nostra madre è in forze e vive serenamente” annuì “Chiede sempre di te”.
“Ti sono grato di essere qui”.
“Ora andrà tutto per il meglio. Siamo pronti” gli sorrise.
Fatma e Alì si guardarono, ringraziando la benevolenza del Signore.
Chiudete gli occhi. Cosa vedete? ... Chi sarà il protagonista del prossimo episodio?
- Occhi verdi che riflettono mondi alternativi. Fatma. (40%)
- Scarpe che macinano passi in direzione di casa. Alì. (47%)
- Dita che volano su una piccola tastiera. Raja. (13%)

26/05/2016 at 18:54
“…il pensiero non fa in tempo a raggiungere la coscienza che il buco che ha in fronte inizia a sanguinare.” è il riassunto intero di questa storia dal finale amaro ma tremendamente vero. Chi in nome di Dio, chi in nome dell’ego, chi in nome di una bandiera, tutti facciamo delle scelte. Nessuno può dirci con assoluta certezza se giuste o sbagliate. Bravissima, Serena.
23/05/2016 at 17:48
Spettacolare! Bravissima!
Un finale emozionante ed intenso! Complimenti!
Al prossimo racconto! 😉
21/05/2016 at 16:35
Ottimo finale, davvero brava!!! 🙂 al prossimo racconto.
20/05/2016 at 13:26
Grande finale, amaro e purtroppo autentico.
Tutti facciamo delle scelte e questo di per sé dovrebbe terrorizzarci, perché non abbiamo quasi mai abbastanza informazioni per fare la scelta più giusta. Questo in un certo senso vale anche per chi prende certe strade di sangue ed è paradossalmente ciò che li rende fanaticamente convinti di essere nel giusto.
Arrivederci al prossimo racconto!
19/05/2016 at 20:29
Quando un autore scrive una frase come questa: ” … il pensiero non fa in tempo a raggiungere la coscienza che il buco che ha in fronte inizia a sanguinare. …” , ha già vinto. Perchè, che tu l’abbia scritta coscientemente oppure no, questa frase racchiude il tema di tutta la storia e con esso gli intenti dei terroristi e delle vittime. Una metafora eccellente: non capisco dove si annida il male e lui mi ha già colpita al cuore. Ottimo e irreversibile, ormai sei consacrata come una vera scrittrice dotata di intuito poetico e raziocinio invidiabile.
Niente tiene testa a un simile epitaffio. Il resto è noia, come diceva il califfo, poiché nessun “maltorto” giustifica la vendetta, se di vendetta si parla e non di complotto. Ma questa è un’altra storia. Tu hai vinto prima di cominciarla.
19/05/2016 at 21:07
Ciao AmoMarta e… grazie! Sei davvero troppo buona, prendo ogni complimento e lo custodisco con cura e sinceramente. Grazie davvero.
Hai descritto meglio tu l’importante di quella frase, te ne sono grata. 🙂
19/05/2016 at 19:40
Ecco perché non volevo il rosso!
Un bel finale comunque, forse più vero così che non con un lieto fine. Te l’avrò già detto forse, ma questo modo di raccontare la Storia attraverso dei personaggi ti riesce molto bene(cfr. Il cestaio), forse grazie anche ai tuoi studi. Spero di rileggerti ancora, “anche” su questo sito 😉
19/05/2016 at 21:05
Ciao! Sono contenta che ti sembri più vero un finale del genere, del resto la realtà è questa e non tutte le storie finiscono con un “vissero felici e contenti”. Giusto o sbagliato, è così.
E grazie per tutto il resto 🙂 la storia è una mia passione, sono felice di riuscire a coniugarla con la fantasia.
19/05/2016 at 19:10
“Quanto spesso ci capita di prendere decisioni avventate e non badare all’istinto…” succede quando il destino è già scritto e niente può modificarne i piani. Mi è piaciuta la tua riflessione sul fatto che i personaggi di questo racconto sono finti ma, al tempo stesso, veri perché hanno fatto delle scelte ed è proprio in quel momento che si determina il destino proprio e di quelli che subiranno le conseguenze di quella scelta (vedi Fatma con Raja e le vittime dell’attentato). Che siano giuste o sbagliate non sta a noi determinarlo.
Complimenti per la storia e la bravura che hai mostrato nello scriverla, torna presto. Un abbraccio 🙂
19/05/2016 at 21:04
Grazie Anna, hai compreso benissimo il mio intento e il mio pensiero riguardo a questa storia. Ti ringrazio di avermi fatto compagnia per tutta l’avventura:)