Dove eravamo rimasti?
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Non era mai stata a Central Park. L’uomo le aveva detto che si sarebbero visti vicino alla gelateria italiana e Raja si era fermata proprio lì davanti. Aveva detto ad Alì che doveva far visita a una signora, ma che non avrebbe fatto tardi. Ormai mentire le sembrava l’azione più naturale del mondo. La giornata era limpida e calda, il parco e le strade piene di persone. Nessuno fece caso alla donna vestita con la tunica e il velo blu scuro, era proprio da quel colore che l’uomo l’avrebbe riconosciuta.
Leo Golfind aveva quarantaquattro anni e il tipico aspetto da americano in salute. Di cose nella vita ne aveva viste parecchie, belle e brutte. E parecchie di queste le aveva create lui stesso. Arrivò un’ora prima dell’appuntamento, si mangiò un gelato e vide arrivare l’araba. La osservò, erano entrambi in anticipo. Aveva fatto qualche breve ricerca su di lei, ma non c’era niente di interessante da scoprire. Una giovane donna nata in Arabia Saudita, la famiglia era tutta di brava gente, sposata e trasferita a Brooklyn. I dati che gli interessavano erano due: l’ubicazione del suo appartamento e suo marito. Mentre la osservava si rese conto della sua straordinaria bellezza e quando lei si girò nella sua direzione ne fu quasi imbarazzato.
“Signora Hawsawi?” si avvicinò.
Lei si girò di scatto e annuì, quasi spaventata.
“Piacere di conoscerla, Leo Golfind”.
Raja si calmò, aveva riconosciuto la voce al telefono. Le indicò una panchina e si avviarono.
“Ieri al telefono mi ha accennato di aver trovato il mio numero privato in una lettera, dico bene?” presero posto entrambi.
“Si esatto, come le ho detto la lettera era indirizzata a mio zio Mustafa Ahmin, gli era arrivata un mese fa secondo il timbro sulla busta, ma lui non l’aveva aperta. Il mittente è un certo Abdul Rohani Saal, di Edison. Non è lontano da qui, giusto?”.
Golfind ascoltava con estrema attenzione ogni parola, era pensieroso “No, non molto”.
Raja annuì “Sì, ecco… leggendo la lettera, alla fine, c’era scritto di contattare quel numero, il suo, in caso di estrema emergenza. Tutto qua” intanto tirò fuori la lettera e la passò a lui.
L’uomo gli diede una rapida occhiata e molte cose cominciarono a chiarificarsi, come il viso di Abdul e il perché avesse dato il suo numero. Deglutì e richiuse la lettera. “Perché mi ha contattato, signora Hawsawi?” la guardò.
Raja abbassò lo sguardo. Si torceva le dita bronzee che fuoriuscivano dalle ampie maniche della tunica “I miei zii, Mustafa e sua moglie, sono stati uccisi signor Golfind, pugnalati appena qualche giorno fa. Non avevano nemici e io non ho idea di cosa stia accadendo, voglio scoprirlo” finalmente lo guardò dritto negli occhi “Credo che mio marito sia implicato in questa storia, ma non mi chieda in che modo perché davvero non lo so” sospirò, come se si fosse tolta un macigno dalle spalle.
Golfind aveva già fatto ricerche su Alì e si era fatto un quadro preciso. Gli mancavano comunque dei tasselli e osservando Raja pensò che avrebbe potuto darglieli proprio lei. Prima di tutto doveva parlare al Direttore e farsi autorizzare, se ci fosse riuscito sarebbe stato il colpo giusto per la sua carriera stagnante. Quel seme che aveva piantato tanti anni prima con Abdul ora rivelava i primi frutti.
“Lei è una specie di poliziotto? Dal tono della lettera sembrava che..” Raja lo scrutava.
Golfind si guardò intorno, ma c’erano solo bambini e cani “Abdul Saal era un mio contatto e sì, lo sono, una specie. Lavoro per l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale e mi occupo di molte questioni”.
Lei comprese che l’uomo non le avrebbe mai detto tutta la verità, capì in quel momento che forse avrebbe potuto aiutarla, ma che avrebbe sempre dovuto pensare per sé stessa. Nessuno l’avrebbe fatto al suo posto.
“Mi dica almeno perché pensa che suo marito sia implicato. Avrà qualche prova, immagino” la guardò.
“Non proprio. Mio marito frequenta molto la nostra moschea, questo non è un male naturalmente.. ma è molto strano da quando è arrivato l’ospite dall’Africa”.
Golfind sentì qualcosa lungo la colonna vertebrale, come se qualcuno gliela stesse accarezzando con un vetro appuntito. Cercò di mantenere la calma. “L’ospite?” chiese.
“Sì, è arrivato da poco. Dal Sudan, mi pare d’aver capito. Un pezzo grosso, un grande studioso del Corano. Mio marito ci teneva molto al suo arrivo” sospirò “Era con degli uomini e una grossa macchina, blindata sembrava. Da quel giorno Alì è stato molto strano, introverso, mi nasconde qualcosa. E poi c’è la conversazione..” Raja gli raccontò tutto.
Golfind aveva in mente soltanto un nome: Omar Abdel-Rahman, lo sceicco cieco di Al Qaeda. Aveva tentato di tenerlo d’occhio e ora sentiva di averlo a un soffio di distanza.
Il primo sparo riecheggiò tra le querce mentre lui aveva quella vivida sensazione e lei era impegnata a domandarsi se quell’uomo avrebbe potuto davvero aiutarla. Soltanto in un secondo momento si rese conto che la tunica blu stava diventando nera. Golfind si alzò, un attimo dopo aveva l’arma in mano e rispondeva al fuoco.
Il male vince sempre. O forse no? Ditemelo voi cosa sentite…
- Stridio di freni (38%)
- Sapore di medicina (31%)
- Profumo di fiori di pesco (31%)

26/05/2016 at 18:54
“…il pensiero non fa in tempo a raggiungere la coscienza che il buco che ha in fronte inizia a sanguinare.” è il riassunto intero di questa storia dal finale amaro ma tremendamente vero. Chi in nome di Dio, chi in nome dell’ego, chi in nome di una bandiera, tutti facciamo delle scelte. Nessuno può dirci con assoluta certezza se giuste o sbagliate. Bravissima, Serena.
23/05/2016 at 17:48
Spettacolare! Bravissima!
Un finale emozionante ed intenso! Complimenti!
Al prossimo racconto! 😉
21/05/2016 at 16:35
Ottimo finale, davvero brava!!! 🙂 al prossimo racconto.
20/05/2016 at 13:26
Grande finale, amaro e purtroppo autentico.
Tutti facciamo delle scelte e questo di per sé dovrebbe terrorizzarci, perché non abbiamo quasi mai abbastanza informazioni per fare la scelta più giusta. Questo in un certo senso vale anche per chi prende certe strade di sangue ed è paradossalmente ciò che li rende fanaticamente convinti di essere nel giusto.
Arrivederci al prossimo racconto!
19/05/2016 at 20:29
Quando un autore scrive una frase come questa: ” … il pensiero non fa in tempo a raggiungere la coscienza che il buco che ha in fronte inizia a sanguinare. …” , ha già vinto. Perchè, che tu l’abbia scritta coscientemente oppure no, questa frase racchiude il tema di tutta la storia e con esso gli intenti dei terroristi e delle vittime. Una metafora eccellente: non capisco dove si annida il male e lui mi ha già colpita al cuore. Ottimo e irreversibile, ormai sei consacrata come una vera scrittrice dotata di intuito poetico e raziocinio invidiabile.
Niente tiene testa a un simile epitaffio. Il resto è noia, come diceva il califfo, poiché nessun “maltorto” giustifica la vendetta, se di vendetta si parla e non di complotto. Ma questa è un’altra storia. Tu hai vinto prima di cominciarla.
19/05/2016 at 21:07
Ciao AmoMarta e… grazie! Sei davvero troppo buona, prendo ogni complimento e lo custodisco con cura e sinceramente. Grazie davvero.
Hai descritto meglio tu l’importante di quella frase, te ne sono grata. 🙂
19/05/2016 at 19:40
Ecco perché non volevo il rosso!
Un bel finale comunque, forse più vero così che non con un lieto fine. Te l’avrò già detto forse, ma questo modo di raccontare la Storia attraverso dei personaggi ti riesce molto bene(cfr. Il cestaio), forse grazie anche ai tuoi studi. Spero di rileggerti ancora, “anche” su questo sito 😉
19/05/2016 at 21:05
Ciao! Sono contenta che ti sembri più vero un finale del genere, del resto la realtà è questa e non tutte le storie finiscono con un “vissero felici e contenti”. Giusto o sbagliato, è così.
E grazie per tutto il resto 🙂 la storia è una mia passione, sono felice di riuscire a coniugarla con la fantasia.
19/05/2016 at 19:10
“Quanto spesso ci capita di prendere decisioni avventate e non badare all’istinto…” succede quando il destino è già scritto e niente può modificarne i piani. Mi è piaciuta la tua riflessione sul fatto che i personaggi di questo racconto sono finti ma, al tempo stesso, veri perché hanno fatto delle scelte ed è proprio in quel momento che si determina il destino proprio e di quelli che subiranno le conseguenze di quella scelta (vedi Fatma con Raja e le vittime dell’attentato). Che siano giuste o sbagliate non sta a noi determinarlo.
Complimenti per la storia e la bravura che hai mostrato nello scriverla, torna presto. Un abbraccio 🙂
19/05/2016 at 21:04
Grazie Anna, hai compreso benissimo il mio intento e il mio pensiero riguardo a questa storia. Ti ringrazio di avermi fatto compagnia per tutta l’avventura:)