Dove eravamo rimasti?
Increspature
Attese con pazienza che Alì si svegliasse, facesse colazione e uscisse di casa. Solo a quel punto si coprì e uscì, diretta alla casa dei suoi zii. Le sembrava il luogo più consono da cui cominciare, forse avrebbe trovato risposta ai tanti quesiti che sentiva nel cuore.
La casa era una villetta a schiera, indipendente, in un quartiere periferico. Dovette prendere un autobus per venti minuti per raggiungerla. La chiave l’aveva tenuta con sé dal giorno prima, quando si era recata lì con il marito per preparare i parenti al funerale. Ora la casa e il vicinato apparivano silenziosi e assopiti. Si chiuse la porta d’ingresso alle spalle, diede un giro di chiave e si sentì più tranquilla. Nessuno poteva pensare che fosse lì, avrebbe avuto tutto il tempo di guardarsi intorno. E così fece. Due piani, due camere da letto, due bagni, una cucina spaziosa, un ripostiglio, una cantina e un salotto. Iniziò da quest’ultimo e si mise a ispezionare tutto, con un certo imbarazzo misto a vergogna. Non era certo nel suo carattere ficcanasare nelle questione private di chi conosceva, ma in quella strana situazione le sembrava il modo migliore per fare qualche passo avanti. Sempre che avesse scoperto qualcosa di utile.
Dopo tre ore l’unica cosa forse interessante che aveva trovato era un foglio ripiegato in un cassetto della cucina, riconobbe subito la calligrafia di sua zia. Aveva segnato cinque numeri di telefono, con relativi indirizzi e nomi dei proprietari. Il foglio la incuriosì perché poteva riconoscere quattro nominativi su cinque senza difficoltà. Il proprio, quello di sua madre a Jeddah, cugina dello zio ucciso, l’indirizzo di un prozio che abitava a Boston e infine il numero dell’imam di Brooklyn. Il quinto numero presentava, subito di fianco, la lettera G. e un indirizzo di Edison, poco distante da New York. Non conosceva nessuno in quella città, prese il foglio e lo mise in borsa.
Al piano di sopra, dopo un’accurata indagine soprattutto dei mobili della camera da letto principale, scovò una busta sigillata. Preferì aprirla più tardi a casa, ma decise di tenerla con sé perché il mittente era qualcuno di Edison. Infilò anche quella in borsa e poco dopo lasciò la casa. Non aveva trovato alcuna traccia dell’omicidio, neanche una goccia di sangue sul pavimento. Era strano.
—-
“Cos’hai fatto oggi?” le chiese Alì.
Era sera, ora di cena ed erano entrambi seduti in cucina. Raja aveva appena messo in tavola una ciotola di riso bianco fumante, del pollo speziato e una salsa di cetrioli e peperoncino. Quando lui le rivolse la parola era intenta a riempirgli il piatto.
“Le solite cose. La spesa” rispose.
“Non sei stata in giro tutta la mattina?”.
Raja si accorse che Alì la osservava in modo strano, come non aveva mai fatto, quasi che non le credesse. Le fu immediatamente chiaro che, da quel momento in poi, avrebbe dovuto stare attenta a ciò che faceva e diceva davanti a lui. Sentiva come delle increspature, si stavano formando sotto i suoi occhi.
“Sono solo passata dalla casa degli zii, volevo chiudere le finestre e le porte. Credo che qualcuno dovrà poi occuparsi di svuotarla delle loro cose” si sedette, il suo piatto ancora vuoto.
“Non è compito tuo” Alì iniziò a mangiare.
“No, certo” alzò le spalle “Qualcuno ci penserà” attese.
“Non voglio che stai troppo in giro da sola” la fissò, poi distolse lo sguardo al pollo “Intendo che.. forse dopo ciò che è accaduto non è prudente”.
Raja osservò il marito e annuì, biascicò qualcosa sottovoce e si riempì il piatto. Aveva capito molto più di quel che avrebbe voluto. Le cose sarebbero cambiate. Ripensò alla lettera chiusa nella borsa e respirò a fondo. Mangiarono in silenzio, come non accadeva più da diversi mesi. Raja evitò di osservare lo sguardo affranto e combattuto di Alì, continuò a mangiare lentamente. Lui, immerso nei suoi pensieri, neanche si accorse di essere a tavola con l’amata moglie a cui non avrebbe voluto mentire.
La luna oscurò ponti e tetti. Raja lavò i piatti e chiuse la finestra, scostò appena la tenda per guardare il cielo, ma era buio e non vide alcuna stella. Andò a dormire un sonno agitato e senza pace. Alì rimase sveglio fino a tarda notte, sudato e febbricitante. Riempì il posacenere della sala di mozziconi unti, bevve mezza bottiglia di latte e si addormentò sulla poltrona fino all’alba. I sogni non furono di casa quella notte.
Lui uscì soltanto dopo l’ora di pranzo, Raja si mosse irrequieta per la casa tutta la mattina, in attesa di poter tirare fuori la lettera. Osservò Alì camminare per strada ed entrare alla lavanderia all’angolo, dove lavorava da tre mesi. Lei tirò finalmente fuori la busta. Il destinatario era suo zio, il mittente Abdul Rohani Saal di Edison, New York. Il timbro postale risaliva a un mese prima, ma non era mai stata aperta. Perché? Raja era convinta che non avrebbe mai risposto a quella domanda, quindi la mise da parte e aprì la busta beige.
Dentro un foglio scritto a mano. Lesse.
Entriamo nel vivo. La lettera porterà Raja a mettersi in contatto con una persona. Chi è?
- Dareen MacCrown. Ore 5 p.m. telefono pubblico di Foster Avenue (Paura) (0%)
- Malina Simari. Ore 10 a.m. a Coney Island (Confidenza) (27%)
- Leo Golfind. Ore 2 p.m. a Manhattan (Segretezza) (73%)

26/05/2016 at 18:54
“…il pensiero non fa in tempo a raggiungere la coscienza che il buco che ha in fronte inizia a sanguinare.” è il riassunto intero di questa storia dal finale amaro ma tremendamente vero. Chi in nome di Dio, chi in nome dell’ego, chi in nome di una bandiera, tutti facciamo delle scelte. Nessuno può dirci con assoluta certezza se giuste o sbagliate. Bravissima, Serena.
23/05/2016 at 17:48
Spettacolare! Bravissima!
Un finale emozionante ed intenso! Complimenti!
Al prossimo racconto! 😉
21/05/2016 at 16:35
Ottimo finale, davvero brava!!! 🙂 al prossimo racconto.
20/05/2016 at 13:26
Grande finale, amaro e purtroppo autentico.
Tutti facciamo delle scelte e questo di per sé dovrebbe terrorizzarci, perché non abbiamo quasi mai abbastanza informazioni per fare la scelta più giusta. Questo in un certo senso vale anche per chi prende certe strade di sangue ed è paradossalmente ciò che li rende fanaticamente convinti di essere nel giusto.
Arrivederci al prossimo racconto!
19/05/2016 at 20:29
Quando un autore scrive una frase come questa: ” … il pensiero non fa in tempo a raggiungere la coscienza che il buco che ha in fronte inizia a sanguinare. …” , ha già vinto. Perchè, che tu l’abbia scritta coscientemente oppure no, questa frase racchiude il tema di tutta la storia e con esso gli intenti dei terroristi e delle vittime. Una metafora eccellente: non capisco dove si annida il male e lui mi ha già colpita al cuore. Ottimo e irreversibile, ormai sei consacrata come una vera scrittrice dotata di intuito poetico e raziocinio invidiabile.
Niente tiene testa a un simile epitaffio. Il resto è noia, come diceva il califfo, poiché nessun “maltorto” giustifica la vendetta, se di vendetta si parla e non di complotto. Ma questa è un’altra storia. Tu hai vinto prima di cominciarla.
19/05/2016 at 21:07
Ciao AmoMarta e… grazie! Sei davvero troppo buona, prendo ogni complimento e lo custodisco con cura e sinceramente. Grazie davvero.
Hai descritto meglio tu l’importante di quella frase, te ne sono grata. 🙂
19/05/2016 at 19:40
Ecco perché non volevo il rosso!
Un bel finale comunque, forse più vero così che non con un lieto fine. Te l’avrò già detto forse, ma questo modo di raccontare la Storia attraverso dei personaggi ti riesce molto bene(cfr. Il cestaio), forse grazie anche ai tuoi studi. Spero di rileggerti ancora, “anche” su questo sito 😉
19/05/2016 at 21:05
Ciao! Sono contenta che ti sembri più vero un finale del genere, del resto la realtà è questa e non tutte le storie finiscono con un “vissero felici e contenti”. Giusto o sbagliato, è così.
E grazie per tutto il resto 🙂 la storia è una mia passione, sono felice di riuscire a coniugarla con la fantasia.
19/05/2016 at 19:10
“Quanto spesso ci capita di prendere decisioni avventate e non badare all’istinto…” succede quando il destino è già scritto e niente può modificarne i piani. Mi è piaciuta la tua riflessione sul fatto che i personaggi di questo racconto sono finti ma, al tempo stesso, veri perché hanno fatto delle scelte ed è proprio in quel momento che si determina il destino proprio e di quelli che subiranno le conseguenze di quella scelta (vedi Fatma con Raja e le vittime dell’attentato). Che siano giuste o sbagliate non sta a noi determinarlo.
Complimenti per la storia e la bravura che hai mostrato nello scriverla, torna presto. Un abbraccio 🙂
19/05/2016 at 21:04
Grazie Anna, hai compreso benissimo il mio intento e il mio pensiero riguardo a questa storia. Ti ringrazio di avermi fatto compagnia per tutta l’avventura:)