Silenzi, luci di vita

Dove eravamo rimasti?

Che succede? Sono perfetti sconosciuti in un mondo di luci (56%)

Incontrarsi, non parlarsi per scoprirsi, poi parlare per non dire. Silenzi.

Le parole di Faber erano ancora sospese tra uno sguardo furtivo e una suoneria mista a vibrazione, quella della ragazza, che tossiva di tanto in tanto, per sovrastare quella melodia, che già le aveva palesato il nome del rompipalle quotidiano, quelli che chiamano una volta e poi, colti da impulsi ossessivi-compulsivi, richiamano subito dopo, l’equivalente di quei tali che, in coda al semaforo, dopo millesimi di secondi di verde, forse prevedendolo di già, magari contando i canonici 10 secondi, strombettano allegramente. Misteri della quotidianità.  Intervallava colpi di tosse a movimenti senza senso, forse in preda a qualche tic nervoso o, semplicemente, nella vana speranza di nascondere qualche pensiero, venuto a trovarla in netto anticipo.

I due erano rimasti a distanza di sicurezza, senza parole, una volta esaurite quelle canoniche sul tempo, sul cane, sul cibo, sulla luna che sfiora le onde e le accompagna a riva. Le cuffie avevano ripreso a propagare qualche canzone che si disperdeva nel vuoto delle tasche, cadenzando il movimento lento, ma preciso di pollice e indice, che allentava ricordi, apriva varchi tra parole in fuga, biascicate, crude, lontane.

Il cane aveva cambiato già due volte posizione sulle gambe di lui, e ormai era di spalle, con le orecchie tese, rivolto verso il mare. Ogni tanto accennava un abbaio, che si spegnava in una carezza del suo padrone appena sotto il muso. La ragazza pensava a quel cagnolino di quella sera di maggio, a quanto fossero simili. 

Poco lontano, scendeva, aiutata anche dalla pendenza di quel lembo di lungomare, una lattina di birra, che qualcuno aveva calciato per noia, e la vedevi rotolare, precisa, mirando chissà dove, forse verso scale, che portavano sugli scogli, o semplicemente all’erba che straripava da un’ aiuola, colorata da papaveri.

Il mare prometteva una serata di odori forti, resi vivi dal flusso di luce della luna, che illuminava oltre quella dei lampioni, scintillante, come da programma, già dalle 19.45. I pescatori scendevano a ridosso degli scogli, quasi in fila, come ai tornelli di uno stadio, per poi sistemarsi nel proprio spazio di scogliera, con una radio accesa, e affidare al destino quella battuta di vita.

Il ragazzo svegliò il cane che prontamente si spostò di fianco, quindi si alzò in piedi, e andò di fianco alla ragazza che, nel frattempo, si era affacciata alla ringhiera del lungomare, a godere dello spettacolo geometrico del lancio dell’amo in acqua, che le ricordava il nonno, scomparso quando aveva solo pochi anni. Lei era lì, guardava e ogni tanto scuoteva la testa, quando qualcuno sbagliava il lancio e ritirava la lenza, come a ripetere mentalmente le parole del nonno. Lui era lì, muto, attento ai pescatori e ai gesti della ragazza. Avrebbe voluto abbracciarla, giocare con i suoi capelli, che erano stelle cadenti. Avrebbe voluto prenderla per mano e dirle:

“Senti, ti cercavo da tanto, no, non sono un pazzo, o meglio, forse è solo solitudine”

Gli uscì una sillaba muta, indefinita, senza senso, ingoiata in qualche paura. Lei si voltò, poi ritornò a guardare lontano, come fanno i perdenti credendo di poter cambiare la loro esistenza, e ogni volta sperano, e ogni volta muoiono, in silenzio, sempre in silenzio.

“La vedi l’esca che buca l’acqua e si perde nel fondali?”

Le parole di lei quasi lo sorpresero, ancora in affanno per quel suono stonato che gli era uscito poco prima. Era rimasto in silenzio, come a dire “sì, certo, e quindi?”. Aspettava la voce delicata della ragazza, che ora sembrava davvero di conoscere da anni. 

La ragazza, però, rimase in silenzio, come pentita da quelle parole, per quel pensiero condiviso, quindi lui si era avventurato.

“Non vedo bene da lontano, ma posso immaginare, come facevo da piccolo, quando mia madre leggeva le fiabe, e io, sciocco, mi addormentavo in preda a fate e lupi”.

La ragazza aveva sorriso, quasi intenerita dal ricordo del ragazzo. Aveva preso cartina, filtri e tabacco. Era un’operazione che la rilassava, no, non fumare, ma mettersi a rollare una sigaretta. Lo faceva spesso, e le sue tasche, specie quelle interne, erano piene di sigarette composte a mano e mai fumate.

“Tu fumi?” aveva poi chiesto al ragazzo.

“Ogni tanto per compagnia” aveva risposto lui.

Avevano acceso due sigarette, fumavano per compagnia. Era come prendersi un caffè, guardare un tramonto, scegliere un film, seminare una terra, comporre una melodia, bere un bicchiere di malvasia. Tutto e solo per compagnia.

“L’esca che buca l’acqua e sonda i fondali e sta lì in attesa che qualcuno cada nel tranello, e se succede, la senti tirare così forte, che sembra che abbia abboccato un tonno, e inizi a sudare, tiri, tiri ed emerge un piccolo sarago”

Il ragazzo aveva gli occhi lucidi, silenziosi, ma felici.

“Il sarago è un bel bottino, tutto sommato”

Lei continuava a guardare lontano, come a cercare le parole.

“Stavo cercando di dirti che…” s’interruppe.

Un altoparlante sciamava per la città.

“Abbiamo… abbiamo…”

Si stava così bene in due in quel modo lì.

Cosa vuole dirgli la ragazza?

  • nulla, la luna è così viva, parlano in silenzio (57%)
    57
  • un segreto di tanti anni fa (29%)
    29
  • il suo nome, forse è giusto presentarsi (14%)
    14
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75 Commenti

  • Ciao Giuseppe
    Capitolo riflessivo e intimista, in cui mi sembra tu trovi il tuo modo migliore d’espressione.
    Finale sul cambiamento, sulla chiusura di un percorso a cerchio che ognuno di noi si trova a fare, prima o poi, ad un certo momento della propria vita.
    In un punto qualsiasi di detto percorso, più o meno preciso, più o meno chiaro ai nostri occhi, ci siamo noi puntuali all’appuntamento, in attesa di essere presentati a noi stessi “tutto ha un sapore differente in base al periodo della vita, alle stagioni interiori, ai pensieri. Andar via richiede sempre una grande dose di coraggio, lasciare le certezze per dei giorni evanescenti, immateriali” e ancora “Passeggiare ora era muoversi in se stesso”.
    Allora mi chiedo, se quello che normalmente chiamiamo cambiamento personale non sia altro che un ritrovarsi, nelle cose che ci sono congeniali, un riconoscersi in quello che già eravamo senza esserne pienamente consapevoli. Rimuovendo gli ostacoli che ci separano dalla conoscenza di noi, possiamo finalmente scivolare dentro la nostra identità ritrovata con la leggerezza, comodità e conforto con cui entrano le nostre dita in un morbido e aderente guanto.

    A rileggerti
    Ciaoooo

    PS mi dispiace non averti avuto tra i lettori del mio racconto 🙂

    • Che bel commento, grazie di cuore. Hai colto nel segno, mi piacciono molto i capitoli riflessivi, che tendono ad analizzare quello che non appare e che, nonostante tutto, è.
      Mi spiace non aver letto il tuo racconto, soprattutto dispiace non averlo “condizionato”, ma purtroppo sono stato un po’ lontano da questo sito, ahimè, come il troppo tempo impiegato per finire la storia dimostra.
      Punto a leggerlo ugualmente, così come il tuo prossimo.

      A prestissimo e buon anno 🙂

  • Caro Giuseppe, l’ultima volta purtroppo non sono riuscita a commentare, pur avendo letto il tuo nono capitolo. Io avrei scelto di vedere Erich e Samantha ritrovarsi per caso lì dove si erano (ri)conosciuti. Sono però contenta di aver letto questo capitolo, molto riflessivo e introspettivo. Mi è piaciuto molto, sembra davvero giusto per lui, per la storia. L’ho trovato esatto, vero, tuo. Grazie per la compagnia e al prossimo racconto 😉

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