Silenzi, luci di vita

Dove eravamo rimasti?

Che succede? Qualcuno li osserva di nascosto (60%)

“Mi vergogno da morire...“

Le parole del ragazzo erano libere in lei, infrangendosi in ogni valle lasciata incontaminata dai  ricordi, sulle note del vento che arrossava gli occhi e spettinava i capelli. Pensava al motivo per cui si era lasciata andare così con lui, rivelando un passato che era ancora lancinante, alla luce dei pescherecci e della luna, abbandonando le paure, spogliandosi dei pensieri.

Pensava a quel nome, Erich, che forse aveva già letto in qualche racconto, da qualche parte, forse nell’attesa di un cliente, in silenzio. Pensava al nome d’arte del ragazzo, Van Loon, e qui la sua mente aveva ripescato una canzone.

Van Loon, Van Loon,  Che cosa porti dentro, quando tace la mente e la stagione si dà pace? Insegui un’ombra o quella stessa pace  l’hai in te?”

Così faceva, ma non ne era poi così certa, e del resto non ricordava neanche l’autore di quel brano, che le aveva fatto scoprire un cliente che aveva sempre il sigaro in bocca, forse per paura di doverla baciare.

Aveva preso a canticchiare quel pezzo, quasi sussurrandolo, ma il ragazzo era lontano, come in viaggio, in qualche ricordo, sorretto da un vento dell’anima, che lo scagliava in un altrove indecifrabile.

“Dicevi, scusami…”

Il ragazzo si era scrollato quel ricordo di dosso e ora guardava la ragazza, aspettando una risposta. Lei aveva sorriso.

“Ogni tanto ti perdi tu, eh…”

Erich aveva sorriso, lei aveva ricambiato. Ora ridevano insieme di un riso che, insieme al vento, rapiva le parole, rendendo lucidi gli occhi. Erano rimasti così, forse perché certe frasi non necessitano di risposte, forse perché il ragazzo non sapeva che dire in merito a quella frase che gli aveva, per la prima volta, tolto il velo di dosso.

“Comunque, prima canticchiavo un canzone, ma nulla di importante”

“Voglio sentirla, come fa?”

“Mi vergogno da morire a cantarla ancora, sono stonata”

Il silenzio era come un lago, quando esplodeva nella natura, prendendo ogni parola, ogni frammento di vita, ogni chiacchiera, ogni sguardo. Era calato ancora tra i due, proprio mentre, come d’incanto, le luci dei lampioni del lungomare si erano spente, come succede spesso in occasione dei fuochi d’artificio, che s’accendono in cielo, incendiando il cielo di lacrime, e la sabbia di pensieri.

“Se per te non ci sono problemi, ti chiamerò Samantha”

“E’ un nome così bello”

Erich sorrise.

“Samantha , ora che fai nella vita”

“Fino a qualche mese fa ero una tua collega, ora sono tutto e niente”

Erich la guardava come si guarda un tramonto, a sera, che abbraccia un lembo di terra, baciato dal mare, e che s’infrange sugli scogli. La guardava in un modo nuovo, come non gli succedeva da molto, e lei ricambiava, percependo il motivo del suo nomignolo in quella città di confine.

“Credo di non aver capito, sono un mendicante d’anime, ma con le parole non ci so fare”

“Lavoro con le parole, ma non mi pagano, scrivo testi, articoli, Se piacciono mi fanno delle offerte di pochi spiccioli, che io non posso rifiutare”

Ora Samantha guardava lontano, osservando i pescatori che, avevano riposto le esche in un secchiello, piantato la canna nella sabbia, in attesa che quella sfuriata della natura terminasse.

“Siamo ancora colleghi, quindi. Io scrivo per pochi spiccioli, tu ascolti per passare il tempo e alleggerire il cuore alla gente”

Erich non aveva mai pensato in quel modo lì, che il suo, in realtà, fosse una specie di volontariato ambulante, un confessionale aperto anche di notte, magari sotto i fumi dell’alcool, tra gli odori dei platani.

“Scrivi ancora canzoni?”

“No, credo che quella mia vena si sia esaurita, non so suonare neanche più la chitarra. Tu, invece, suoni il violino?”

Gli occhi di Samantha osservavano quel vecchio violino, che spuntava da sotto la coperta del cane.

“Lo suonavo, ma quello non è mio. Me l’ha regalato un vecchio maestro d’orchestra, in pensione, che ogni tanto passa da qui”

“Mi suoni qualcosa?”

“Mi vergogno da morire…”.

La ragazza era scoppiata a ridere di gusto.

Erich, poi, iniziò a suonare e la ragazza ripensò a quell’Alexander, incontrato per caso, in un sera di settembre, a Trieste.

Suonava e quelle note alleggerivano la vita stessa, proprio come allora, in quella città fredda, ma intrigante.

La ragazza aveva preso a cantare, mossa dalle note scagliate nel vento dal ragazzo, ed Erich credeva di conoscere quel pezzo, quella storia.

Le luci della città cominciarono timidamente a illuminare le panchine in legno del lungomare, e il vento sembrava meno forte, e di nuovo ci fu la bellezza del lancio dell’amo in acqua.

Il silenzio era, invece, interrotto dal rombo di una Giulia blu, che sostava sul lato opposto della strada, con i finestrini posteriori abbassati e una mano che, di tanto in tanto, sporgeva per gettare la cenere della sigaretta. Al volante un tipo in giacca e cravatta guardava lontano, ma non verso il lungomare, in attesa di un segnale. Lo sportello destro posteriore si aprì, uscì un ragazzo, poi l’auto scorrazzò verso il centro città.

Era calato il silenzio sui due ragazzi, si sentivano solo le onde del mare.

Che succede?

  • Il ragazzo s'incammina verso di loro, sigaretta in mano, e in lontananza si sente il rombo della Giulia (60%)
    60
  • Erich e Jane prendono il cane, il violino e scappano via (40%)
    40
  • Il ragazzo sceso dalla Giulia si perde nella città (0%)
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75 Commenti

  • Ciao Giuseppe
    Capitolo riflessivo e intimista, in cui mi sembra tu trovi il tuo modo migliore d’espressione.
    Finale sul cambiamento, sulla chiusura di un percorso a cerchio che ognuno di noi si trova a fare, prima o poi, ad un certo momento della propria vita.
    In un punto qualsiasi di detto percorso, più o meno preciso, più o meno chiaro ai nostri occhi, ci siamo noi puntuali all’appuntamento, in attesa di essere presentati a noi stessi “tutto ha un sapore differente in base al periodo della vita, alle stagioni interiori, ai pensieri. Andar via richiede sempre una grande dose di coraggio, lasciare le certezze per dei giorni evanescenti, immateriali” e ancora “Passeggiare ora era muoversi in se stesso”.
    Allora mi chiedo, se quello che normalmente chiamiamo cambiamento personale non sia altro che un ritrovarsi, nelle cose che ci sono congeniali, un riconoscersi in quello che già eravamo senza esserne pienamente consapevoli. Rimuovendo gli ostacoli che ci separano dalla conoscenza di noi, possiamo finalmente scivolare dentro la nostra identità ritrovata con la leggerezza, comodità e conforto con cui entrano le nostre dita in un morbido e aderente guanto.

    A rileggerti
    Ciaoooo

    PS mi dispiace non averti avuto tra i lettori del mio racconto 🙂

    • Che bel commento, grazie di cuore. Hai colto nel segno, mi piacciono molto i capitoli riflessivi, che tendono ad analizzare quello che non appare e che, nonostante tutto, è.
      Mi spiace non aver letto il tuo racconto, soprattutto dispiace non averlo “condizionato”, ma purtroppo sono stato un po’ lontano da questo sito, ahimè, come il troppo tempo impiegato per finire la storia dimostra.
      Punto a leggerlo ugualmente, così come il tuo prossimo.

      A prestissimo e buon anno 🙂

  • Caro Giuseppe, l’ultima volta purtroppo non sono riuscita a commentare, pur avendo letto il tuo nono capitolo. Io avrei scelto di vedere Erich e Samantha ritrovarsi per caso lì dove si erano (ri)conosciuti. Sono però contenta di aver letto questo capitolo, molto riflessivo e introspettivo. Mi è piaciuto molto, sembra davvero giusto per lui, per la storia. L’ho trovato esatto, vero, tuo. Grazie per la compagnia e al prossimo racconto 😉

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