Dove eravamo rimasti?
“Non chiamarmi così, ti prego”
Il lungomare era un teatro pieno di comparse e di silenzi, quelli dei due, che avevano deciso di farsi compagnia, quelli dei pescatori, intervallati da lamenti, imprecazioni, quelli della natura, che ogni tanto si manifestava con una folata di vento. I colori dei semafori si alternavano nel nulla, in un traffico inesistente, dopo l’ora di punta della fine dei turni di lavoro. Ogni tanto passava qualcuno in motorino, beccando sempre il rosso.
Le folate di vento, di tanto in tanto, cadenzavano le foglie delle palme che s’arrampicavano lungo la ringhiera, e che aggiungevano suoni alla melodia sorda che il ragazzo e la ragazza componevano già da un po’.
Il cane, scrollatosi di dosso la coperta, aveva raggiunto i due, collocandosi proprio al centro, e con il muso all’insù richiamava attenzioni, qualche carezza, in grado di riempire la mancanza di cibo. La ragazza, la prima ad accorgersi del muso, lo aveva preso in braccio, rendendolo partecipe del gioco di luci della luna tra le onde, dei lamenti dei pescatori, ma quello voleva le attenzioni del suo padrone, che ora lo coccolava così delicatamente, da fargli chiudere gli occhi.
La ragazza osservava in silenzio, perdendosi in pensieri forse banali, ma che trovavano conferma in quella scena: l’amore è un sentimento universale, al di là della condizione sociale. Pensava a questo, e nel frattempo aveva delicatamente, guadagnandosi una leccata, affidato il quadrupede al ragazzo, che lo teneva in braccio come un neonato.
Il ragazzo, come se non ci fosse stato un prima, e avesse incontrato quella ragazza solo da pochissimi minuti, la guardava incantato, quasi colto dalla frenesia di dover dire qualcosa, per non far finire quell’incanto.
“Non mi hai detto il tuo nome”
Gli uscirono così quelle parole innocenti, un tango improvviso, una folata di vento, che arrossa gli occhi, scomponendo l’anima.
Lei aveva sorriso, ma senza guardarlo, e a vederla dava l’impressione di essere altrove, distante da lì, come sospesa, come se non avesse prestato attenzione alla voce del ragazzo. Sorrideva, e quel sorriso era un porto sicuro, emanava un odore di casa, difficile da descrivere.
Guardava i pescatori, cercava uno scoglio, un rifugio, forse un nome da scandire, perché tanto sarebbe stato uguale allo stesso modo chiamarsi Flavia o Rosa, o Emily. I nomi servono solo a dirsi le cose, forse, pensava. Forse per questo non si erano detti ancora nulla, perché non sapevano come introdursi. Un conto è dire: “Flavia raccontami di te”, un altro, semplicemente: “Ragazza…”.
“Mi chiamo Jane, ma non adoro questo nome. Puoi chiamarmi come ti pare”
Aveva una voce lontana, diversa da poco fa, come se quella domanda del ragazzo avesse rotto un incantesimo, quello per cui con chi non ti conosce, puoi davvero essere chiunque.
“Jane era il nome con cui mi hanno conosciuto i miei clienti quando facevo la puttana per campare. Mi chiamava così l’uomo che mi lasciava solo una piccolissima parte del mio guadagno. Mi chiamavano così i padri che mi umiliavano”
Guardava lontano la ragazza, alla ricerca di un punto fisso che fosse, in qualche modo, un attracco sicuro per i suoi ricordi, che gli tenesse salde le lacrime. Il ragazzo accarezzava il cane, e avrebbe voluto stringere anche Jane in un abbraccio, farla sentire protetta, anche se, in fondo, non lo era neanche lui.
“Sono arrivata in Italia anni fa, con il sogno di cantare in qualche locale, esibirmi dal vivo, far conoscere i miei testi. Sono partita quando ho compreso che, restando in Serbia, avrei fatto la puttana”
Ora la sua voce s’interrompeva, intervallata da respiri, intervallata da silenzi.
“Non avevo un soldo, era l’unica via anche qui. Poi un giorno, dopo l’ultimo cliente, sono fuggita con i miei guadagni, con la mia dignità. Ho cambiato identità, ho cambiato numero di telefono. Non chiamarmi così, ti prego”
Il ragazzo ascoltava, ne era abituato. Ascoltava sempre in un modo accogliente, interrompendo ogni altro pensiero, dedicandosi.
“Sono stata una nomade per mesi, non potevo stare nello stesso posto, avevo paura. Ogni tanto, quando ai bordi della strada, qualcuno mi fissava, io fingevo di dormire, immaginando uomini del mio padrone”
Il ragazzo, lasciato il cane ai suoi piedi, aveva abbracciato la ragazza, baciandola sui capelli, come forse non aveva mai fatto in vita sua. Sentiva le sue lacrime interrompere quella siccità di emozioni degli ultimi tempi.
“Quando al semaforo ti ho notato, ho avuto paura che fossi uno di loro, e anche quando mi hai parlato poco fa”.
Il ragazzo aveva sorriso, un po’ per tranquillizzarla, un po’ perché non credeva di poter essere proprio quel tipo di uomo.
“Ma tu come ti chiami?”
Era vero che bisogna sempre fingere per essere se stessi, almeno, lo aveva fatto spesso, ma non l’avrebbe fatto ancora, non questa volta.
“Mi chiamo Erich, in arte Van Loon. Ma su questo marciapiede sono soltanto un mendicante di anime, così dicono, forse perché non chiedo mai nulla, e mi piace sorridere, anche in silenzio”
Che succede?
- I due già si conoscono, stanno solo fingendo (0%)
- Qualcuno li osserva di nascosto (60%)
- I due scoprono le carte lentamente (40%)

27/12/2016 at 17:06
Bravo Giuseppe… molto bella l’immagine di Erich che non attraversa con il verde… un capitolo finale con riflessioni profonde, come tutto il racconto…
Alla prossima
01/01/2017 at 20:27
Ciao Gabriele, grazie per questo commento. Sono davvero felice che ti sia piaciuta la storia e l’ultimo capitolo.
A prestissimo e buon anno 🙂
27/12/2016 at 09:54
Ciao Giuseppe
Capitolo riflessivo e intimista, in cui mi sembra tu trovi il tuo modo migliore d’espressione.
Finale sul cambiamento, sulla chiusura di un percorso a cerchio che ognuno di noi si trova a fare, prima o poi, ad un certo momento della propria vita.
In un punto qualsiasi di detto percorso, più o meno preciso, più o meno chiaro ai nostri occhi, ci siamo noi puntuali all’appuntamento, in attesa di essere presentati a noi stessi “tutto ha un sapore differente in base al periodo della vita, alle stagioni interiori, ai pensieri. Andar via richiede sempre una grande dose di coraggio, lasciare le certezze per dei giorni evanescenti, immateriali” e ancora “Passeggiare ora era muoversi in se stesso”.
Allora mi chiedo, se quello che normalmente chiamiamo cambiamento personale non sia altro che un ritrovarsi, nelle cose che ci sono congeniali, un riconoscersi in quello che già eravamo senza esserne pienamente consapevoli. Rimuovendo gli ostacoli che ci separano dalla conoscenza di noi, possiamo finalmente scivolare dentro la nostra identità ritrovata con la leggerezza, comodità e conforto con cui entrano le nostre dita in un morbido e aderente guanto.
A rileggerti
Ciaoooo
PS mi dispiace non averti avuto tra i lettori del mio racconto 🙂
01/01/2017 at 20:26
Che bel commento, grazie di cuore. Hai colto nel segno, mi piacciono molto i capitoli riflessivi, che tendono ad analizzare quello che non appare e che, nonostante tutto, è.
Mi spiace non aver letto il tuo racconto, soprattutto dispiace non averlo “condizionato”, ma purtroppo sono stato un po’ lontano da questo sito, ahimè, come il troppo tempo impiegato per finire la storia dimostra.
Punto a leggerlo ugualmente, così come il tuo prossimo.
A prestissimo e buon anno 🙂
26/12/2016 at 15:04
Caro Giuseppe, l’ultima volta purtroppo non sono riuscita a commentare, pur avendo letto il tuo nono capitolo. Io avrei scelto di vedere Erich e Samantha ritrovarsi per caso lì dove si erano (ri)conosciuti. Sono però contenta di aver letto questo capitolo, molto riflessivo e introspettivo. Mi è piaciuto molto, sembra davvero giusto per lui, per la storia. L’ho trovato esatto, vero, tuo. Grazie per la compagnia e al prossimo racconto 😉
26/12/2016 at 19:56
Ma che bel commento, Cate 🙂 Sono davvero felice che quest’ultimo capitolo sia stato di tuo gradimento 😀 A prestissimo con i tuoi racconti e un’altra mia storia 😀
23/10/2016 at 10:39
Ciao Giuseppe
Mi chiedevo che fine avessi fatto.
Questo capitolo mi è sembrato meno curato degli altri, anche se la sostanza c’è.
Ho votato … passato di Laos…
al prossimo, non dopo natale please… 🙂
23/10/2016 at 16:13
Ciao Maria 🙂
Forse hai ragione, meno curato, forse c’è un perché, però 🙂
grazie per il voto e il commento.
al prossimo, così ci scambiamo auguri di buone feste 😀
23/10/2016 at 17:46
Tu che hai un animo poetico e perciò t’intendi di emozioni, farai un salto da me?
🙂 🙂
23/10/2016 at 19:02
Ovvio che verrò a leggere, ci mancherebbe 🙂
25/06/2016 at 08:11
Voto Serbia…
Non me lo aspettavo questo colpo di scena, le cose si fanno complicate 😉
25/06/2016 at 08:30
Grazie Gabriele per il commento e per la scelta. E’ stato duro il partorire questo capitolo. Vediamo un po’ quale opzione ha la meglio 😀
22/06/2016 at 23:52
andiamo nell’Italia meridionale va, non si sa mai che l’incontro 😉
ottimo lavoro, la suspance cresce e nasconde ancora la meta.
23/06/2016 at 00:33
Grazie mille per il commento e per la scelta 😀
Speriamo di riuscire a chiudere entro le prossime 15000 battute 😀
21/06/2016 at 17:23
Giuseppe bravissimo…. il tuo stile è incredibilmente poetico! 🙂 Hai mai pubblicato qualcosa?
Andiamo dal papà!
21/06/2016 at 18:57
Ciao Pinkella, grazie mille per il commento e per i complimenti, che mi fanno arrossire e non poco. Comunque ho pubblicato alcune poesie in una raccolta, e ho partecipato a un thriller con altri due autori, in vendita su Amazon. Aspetto la grande occasione, come tutti 😀
21/06/2016 at 13:06
Triste.
Comunque sei sempre bravo. Mi chiedo come tu faccia a conciliare la prosa poetica con l’aridità dei “Codici”.
🙂
21/06/2016 at 14:04
Ciao Maria, eh me lo chiedo anche io, alle volte 😀 Grazie per il commento, e per la fiducia 😀
12/06/2016 at 15:08
Scegliere è sempre così difficile. Sei proprio bravo a creare opzioni valide e interessanti scenari. Cosa succederà ora? E soprattutto cosa c’è dietro? Sento che tanto bolle in pentola e io ho troppa fame per aspettare di assaggiare. 🙂
13/06/2016 at 12:07
Grazie Cate per la costanza con cui segui la storia. Ancora poche ore e il settimo capitolo sarà on line 🙂
14/06/2016 at 11:17
Non potrei non seguire la storia e assaporare ogni nuovo episodio. Grazie a te! 🙂
06/06/2016 at 17:26
Avrei pensato di più al suo “capo” ma anche cliente va bene. Anche se l’idea di un borderline fissato con le navi da crociera mi affascina. 🙂
Bel capitolo!
06/06/2016 at 18:25
Ciao Gabriele, sono curioso anche io della scelta perché non vedo già l’ora di scrivere il prossimo capitolo. Grazie mille per aver apprezzato e per essere passato da qui, ti aspetto per il prossimo 😀
06/06/2016 at 09:43
Questo episodio mi fa venire voglia di…avere il prossimo già pronto per essere letto 😀
il ragazzo deve essere un borderline 🙂 bel lavoro 😀
06/06/2016 at 12:49
Grazie mille per il commento, vediamo un po’ cosa cosa mi consigliate di fare 😀
A prestissimo 🙂
25/05/2016 at 09:23
Ciao Giuseppe
episodio ben scritto. A dire il vero mi aspettavo che tu spostassi il focus sul ragazzo che li spiava (opzione più votata) e a cui hai dedicato solo poche righe.
Vediamo di capire perché è lì, solo così capiremo perché i due scappano via (opzione che ho votato).
a presto
🙂
25/05/2016 at 09:31
Carissima Maria, vero, però ho preferito rendere inquietante l’incontro, tra i due è calato di nuovo il silenzio dopo aver visto quella macchina. La butto lì: e se conoscessero entrambi quel tizio? 😀
A prestissimo 🙂
25/05/2016 at 00:47
bene bene! Mi piacciono un sacco questi ”giochi di luce” con i personaggi e con l’ambiente. Spero di vedere sempre più colori,magari il blu della Giulia! 🙂
25/05/2016 at 08:47
Grazie per il commento e per il consiglio, la Giulia è dietro l’angolo a quanto vedo 😀