Silenzi, luci di vita

Dove eravamo rimasti?

Cosa vuole dirgli la ragazza? nulla, la luna è così viva, parlano in silenzio (57%)

“Gianni, eccolo. Tira Gianni, tira”

In lontananza spuntavano, come partoriti dalle acque, le luci ardenti dei pescherecci, che si preparavano a solcare le onde silenziose, a rompere equilibri e gerarchie marine, sotto i raggi lunari freddi, nonostante la bella stagione.

La ragazza aveva ancora in corpo quella frase lasciata a metà, domata dalla tempesta di paure e pensieri interiori, e nascosta chissà dove in quel caos di parole, che le affollavano la mente, e che quel ragazzo aveva, ma solo per pochissimi attimi, orientato verso un’uscita, che poi era stata ostruita dal frastuono della città, così intenso, così nauseante, invadente.

“Abbiamo…Abbiamo”

E’ così assordante il rumore esterno, quando tenti di fare qualcosa, per cui, a ragione, sarebbe consigliabile il silenzio: comporre, mettere ordine in se stessi, scrivere un verso, vedere un film, carpire un rumore sordo proveniente da una stanza. In quel preciso istante, come per una congiunzione astrale, o coincidenza terrena, ecco materializzarsi ogni possibile fruscio di foglie, il vento che sbatacchia le persiane, l’abbaio scostante del cane, l’allarme sensibile di un’abitazione.

“Abbiamo…Abbiamo”

Così vicino quel cantico della materialità, che la ragazza iniziò a ridere d’un riso silenzioso, di quelli che riempiono le guance e le lasciano gonfie per minuti, forse a cercare qualcosa che quel tizio non aveva, pensiero che la faceva sentire in pace, come a ricordarle che, in fondo, manca sempre qualcosa a tutti, anche ai più felici.

Il ragazzo guardava i pescatori, immobile, come chi ha scoperto un mondo lontano, eppure così vicino, o semplicemente come chi, calato il silenzio, si finge interessato a qualcosa, incapace di scandagliare le parole rimaste incastrate in qualche vicolo d’anima, non sapendo dove orientare gli occhi, i sorrisi, i discorsi.

Era una scena da film. Ricorderete, lui si alza, spostando il cane di lato, ma preoccupandosi di ricoprirlo, di tenerlo al caldo, va verso lei, che è affacciata alla ringhiera, da cui guarda i pescatori, ascolta le loro preghiere mentre infilano con l’amo le acque, e poi il silenzio. 

Da lontano un’auto s’avvicina molto velocemente, anticipata dal frastuono di una musica dance di cattivo gusto, che smuove le carte per terra, orchestra le foglie giovani sui rami dei tigli, e sospende la pace, quell’attimo rubato al mondo rapace, ingordo di istanti e attenzioni.

Un attimo, il tempo di inquinare i sensi, e quell’auto è già lontana, senza lasciare nostalgie dietro di sé. Il ragazzo muove l’indice e il pollice. come a imitare quel personaggio di quel racconto di quell’autore del quale non ricordava il nome, e neanche il titolo del racconto, chiaro. Li muove prima piano, poi aumenta d’intensità, poi di nuovo piano. La ragazza, colta dallo stesso tarlo mentale, muove all’unisono tutte le dita, come a suonare un piano invisibile, con i giorni per tasti e i pensieri per palco. Il ragazzo ora muove anche la testa, su e giù, su e giù. Stop. Poi ancora su e giù, su e giù, come a cogliere la melodia della ragazza, che nel frattempo ha preso ad alternare pollice, indice e medio, per poi finire in anulare e mignolo, accarezzando quei tasti, su cui splende la luna, e che sono sporchi di sabbia, come dorati da qualche ricordo lontano.

Il ragazzo affonda la mano destra nella barba, poi comincia a ticchettarsi all’altezza del mento, come a ripetere la melodia della ragazza, come contagiato dal fragore delle onde che arrivano sul bagnasciuga e poi s’immergono di nuovo e partono e si perdono tra i riflessi della luna. 

“Eccolo, lo sento. Tira Gianni, tira Gianni”

La voce del pescatore rompeva minuti di pensieri, di vibrazioni dell’anima, e lo faceva a modo, esortando se stesso a non arrendersi alla forza di quel pesce che aveva abboccato, caduto nel tranello dell’esca infilzata all’amo, metafora esatta di ciò che luccica e non è, di ciò che appare e poi scompare.

Gli altri pescatori si erano tutti voltati verso il loro collega, qualcuno con un velo d’invidia negli occhi, qualche altro aspirando nervosamente quel toscano ormai flaccido, scrigno di pensieri e imprecazioni. Guardavano la lotta del collega contro quel pesce, che non voleva arrendersi.

“Gianni, eccolo. Tira Gianni, tira”

E’ così bello incoraggiarsi da soli, almeno si è certi di non nascondere nulla, ma solo tensione e felicità. Gianni, diamo per scontato che si chiami così lui e non sia, invece, un semplice modo di apostrofare la preda, intervallava quelle frasi a dei lamenti simili a quelli che i tennisti partoriscono in battuta. 

“Ah…Ohh…Uhh”

La ragazza componeva ancora qualcosa, il ragazzo le stava dietro, come se sentisse sua quella melodia silenziosa, che, le loro anime stavano mescolando dal primo minuto, fors’anche ancor prima di quell’incontro.

Gianni aveva vinto, il pesce s’opponeva, ma ormai era fuor d’acqua. 

“Gianni, che hai tirato?”

“Una boga”

Avevano riso i colleghi. Poi era ritornato il silenzio, intervallato dai soliti lamenti in battuta. 

Il ragazzo e la ragazza componevano ancora al chiaro di luna.

Che succede?

  • Il cane abbaia, vuole mangiare, la ragazza s'avvicina e lo accarezza (0%)
    0
  • La ragazza prende a parlare, rompendo i lamenti dei pescatori (100%)
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  • Prosegue il silenzioso parlarsi della ragazza e del ragazzo (0%)
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75 Commenti

  • Ciao Giuseppe
    Capitolo riflessivo e intimista, in cui mi sembra tu trovi il tuo modo migliore d’espressione.
    Finale sul cambiamento, sulla chiusura di un percorso a cerchio che ognuno di noi si trova a fare, prima o poi, ad un certo momento della propria vita.
    In un punto qualsiasi di detto percorso, più o meno preciso, più o meno chiaro ai nostri occhi, ci siamo noi puntuali all’appuntamento, in attesa di essere presentati a noi stessi “tutto ha un sapore differente in base al periodo della vita, alle stagioni interiori, ai pensieri. Andar via richiede sempre una grande dose di coraggio, lasciare le certezze per dei giorni evanescenti, immateriali” e ancora “Passeggiare ora era muoversi in se stesso”.
    Allora mi chiedo, se quello che normalmente chiamiamo cambiamento personale non sia altro che un ritrovarsi, nelle cose che ci sono congeniali, un riconoscersi in quello che già eravamo senza esserne pienamente consapevoli. Rimuovendo gli ostacoli che ci separano dalla conoscenza di noi, possiamo finalmente scivolare dentro la nostra identità ritrovata con la leggerezza, comodità e conforto con cui entrano le nostre dita in un morbido e aderente guanto.

    A rileggerti
    Ciaoooo

    PS mi dispiace non averti avuto tra i lettori del mio racconto 🙂

    • Che bel commento, grazie di cuore. Hai colto nel segno, mi piacciono molto i capitoli riflessivi, che tendono ad analizzare quello che non appare e che, nonostante tutto, è.
      Mi spiace non aver letto il tuo racconto, soprattutto dispiace non averlo “condizionato”, ma purtroppo sono stato un po’ lontano da questo sito, ahimè, come il troppo tempo impiegato per finire la storia dimostra.
      Punto a leggerlo ugualmente, così come il tuo prossimo.

      A prestissimo e buon anno 🙂

  • Caro Giuseppe, l’ultima volta purtroppo non sono riuscita a commentare, pur avendo letto il tuo nono capitolo. Io avrei scelto di vedere Erich e Samantha ritrovarsi per caso lì dove si erano (ri)conosciuti. Sono però contenta di aver letto questo capitolo, molto riflessivo e introspettivo. Mi è piaciuto molto, sembra davvero giusto per lui, per la storia. L’ho trovato esatto, vero, tuo. Grazie per la compagnia e al prossimo racconto 😉

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