Dove eravamo rimasti?
Christine, la ragazza “perfetta”
La mattina dopo, due sveglie squillarono nel buio turbando i sogni agitati delle ragazze.
Martina si alzò e quando giunse in dispensa si lasciò tentare da una scatola di dolcetti libanesi al burro.
Non era sola. Un’altra sagoma l’aveva seguita strisciando nell’ombra fino alla dispensa e si era appostata vicino alla porta, in silenzio. Martina gustava i dolci lentamente, uno per uno, senza sospettare nulla.
All’improvviso un braccio teso uscì dal buio e spalancò la porta:
-Così sei tu, eh? Per quanto tempo ancora credevi di farla franca? – urlò Greta entrando in dispensa.
A Martina balzò il cuore in gola: aveva la scatola in mano, la bocca piena e le labbra unte di burro. Era stata colta in flagrante: non aveva scampo.
-Sei tu che vai a vomitare nei bagni, non è così? – proseguì Greta.
-Veramente io…
Martina era confusa. Avrebbe voluto sprofondare e riemergere dall’altra parte del globo, per poi svegliarsi e scoprire che era stato solo un brutto sogno.
-Allora dobbiamo ringraziare te se si è intasata la fossa biologica! – incalzava Greta.
Gli attimi si susseguivano lenti mentre il cervello di Martina cercava freneticamente una risposta.
-N-non sono stata io a vomitare in b-bagno…
Avrebbe voluto spiegare che lei andava sempre a vomitare in giardino, che non era mica stupida, che lei era sempre attenta a non lasciare tracce…ma che senso avrebbe avuto una giustificazione del genere? Sarebbe solo caduta dalla padella alla brace.
-E allora chi è stato, Babbo Natale?
-È vero, ho mangiato i dolci. Tanti. Tante volte. Ma non sono stata io a vomitare in bagno…
-E io dovrei crederti? Pensi forse che sono nata ieri? Ti ho presa con le mani nel sacco! Che bisogno c’è di altre prove?
-No, davvero, non sono stata io!
-Basta! Da oggi avrai un mese di “silenzio”. Ti verranno tolte tutte le responsabilità che hai in casa. Non potrai più guidare la macchina, non potrai più entrare in dispensa e lavorerai da sola, così avrai modo di riflettere sulla tua falsità.
Martina abbassò lo sguardo mentre le lacrime si accumulavano sotto le ciglia.
-Ah, ovviamente da domani non fai più la colazione – aggiunse Greta prima di andarsene, sbattendo la porta.
Martina si abbandonò sul pavimento e pianse.
***
Il “mese di silenzio” era un provvedimento che veniva utilizzato in casi estremi: quando qualcuno l’aveva fatta grossa, oppure quando si voleva far riflettere una persona recidiva, che non aveva intenzione di cambiare un comportamento sbagliato. Era un provvedimento duro: chi aveva il “silenzio” non poteva rivolgere la parola agli altri, e gli altri non potevano rivolgerla a lei. Nessuno poteva chiederle “Come stai?”. Nessuno poteva coinvolgerla in scherzi e battute. Per un mese sarebbe stata una specie di soprammobile animato, osservata a vista, ma privata di ciò che fa sentire una persona accettata e parte di una collettività: la possibilità di comunicare. A questo si aggiungeva un’altra difficoltà: essere tutto il giorno in balìa dei propri pensieri.
Martina passò il suo primo giorno di silenzio aiutando Mary a svuotare la fossa biologica. Mary si era scelta la parte peggiore del lavoro: tirava su lo sporco e passava i secchi a Martina, che andava a svuotarli, mortificata.
Non era finita qui. Quando alle sette venne il tempo della cena, un’altra prova la attendeva: la torta salata fatta in casa. L’impasto non era lievitato ed era crudo: un vero mattone. Martina giocava con la forchetta per distrarsi e ingoiava lentamente, un boccone dopo l’altro. Più si sforzava di mangiarne, più le sembrava che la torta salata si moltiplicasse nel piatto. Non finiva mai.
Una ragazza seduta vicino a lei la osservava: era Christine. Entrata da pochi mesi in comunità per problemi lievi – diceva lei – era una ragazza modello: non trasgrediva mai una regola, faceva sempre tutti i lavori in modo perfetto e non mancava di far notare alle altre quando stavano sbagliando; “Non si fa così: guarda, devi fare così”, era una delle sue frasi preferite.
-Qualcosa non va, Martina? Vedo che fai fatica – esordì Christine.
-No, va tutto bene – mormorò Martina.
-Sembra che stai ingoiando un elefante! Non hai fame?
-Christina, non puoi parlare con lei: ha il “silenzio” – intervenne Mary.
-Oh, scusa, che sbadata! – disse Christine, con l’aria dispiaciuta. Ma con la coda dell’occhio continuava a fissare Martina, che si sentì prima infastidita e poi esasperata. Odiava che qualcuno la guardasse mentre mangiava, e specialmente in quel modo. Divenne rossa per la rabbia e le salirono nuovamente le lacrime agli occhi. “Odio questa ragazza”, pensava. “Lo fa apposta per farmi male. Non ne posso più.”
Finita la cena Martina si svincolò dall’attenzione delle altre e corse attraverso il giardino, raggiunse il magazzino e si nascose lì dietro. Prese a calci un masso, si fece male al piede e alla fine crollò di nuovo sul prato piangendo.
-Basta! Che vita di merda! Voglio andarmene da qui! – si lamentava.
A un certo punto, fra le lacrime, vide nel prato una grossa sagoma rotonda che si avvicinava verso di lei…
Come reagisce Martina all'arrivo del personaggio misterioso?
- Cerca di fuggire, presa dal panico. (17%)
- Rimane paralizzata dalla paura. (50%)
- Prende un bastone per difendersi. (33%)

21/08/2015 at 15:20
Piacevole e originale.
21/08/2015 at 15:19
Piacevole e originele.
20/08/2015 at 18:35
L’ho letto tutto di fila ^^ Molto carino e scorrevole, la versione golosa di Alice in Wonderland :p Mi unisco agli altri nei complimenti per il tema scelto… ^^
20/08/2015 at 18:37
Grazie per la pazienza nell’aver letto tutto il racconto, anche se era già finito! Appena ho un attimo leggo anche il tuo.
21/08/2015 at 10:13
Ma che pazienza? E’ stato divertente ^_^
In realtà l’ho seguito un po’ prima che finisse, ma ho sempre dimenticato di commentare, chiedo scusa 🙂 Ti ringrazio in anticipo se vorrai passare ^_^
19/08/2015 at 14:51
Bel finale!! Avrei giurato che era christina a vomitare nel bagno 😀
aspetterò la prossima storia allora! 🙂
19/08/2015 at 22:14
Grazie mille per aver seguito la storia fino alla fine! alla prossima! 😀